Andreae – Le Nozze occulte

Johannes Valentin AndreaeUna sera, prima della Pasqua, stavo seduto al mio tavolo, immerso come sempre in umile colloquio col mio Creatore.
Meditavo sugli straordinari e molteplici segreti che il Padre della Luce, il Sovrano, mi aveva permesso di conoscere. E così, colmo di desiderio, stavo preparando nel mio cuore un puro pane azzimo con l’aiuto dell’adorato Agnello Pasquale, quando all’improvviso prese a soffiare un vento con tale violenza che la montagna, in cui era scavata la mia piccola dimora, pareva spaccarsi.

Ma poiché il diavolo (che mi aveva causato molta pena) non volle giocarmi un simile scherzo, ripresi coraggio e continuai nella mia meditazione.
All’improvviso sentii una presenza alle mie spalle. Fu così grande il mio terrore che non osai voltarmi, nella mia debolezza umana, ma nello stesso tempo avvertii una sensazione di gioia. E poiché qualcuno continuava a tirarmi per la veste, decisi di voltarmi e vidi una donna stupenda che indossava una tunica blu delicatamente ornata, come il cielo, di stelle d’oro.

Nella destra impugnava una tromba d’oro su cui era inciso un nome che riuscii a leggere distintamente, ma che in seguito mi fu proibito rivelare.
Nella mano sinistra teneva un pacco di lettere, scritte in molteplici lingue e che, come venni a sapere più tardi, doveva consegnare in diversi luoghi del mondo.
Aveva ali belle e grandi, interamente ricoperte di occhi, con cui poteva librarsi in volo più veloce dell’aquila.
Forse avrei potuto osservare meglio questa donna, ma lei rimase breve tempo dinanzi a me, e la paura e lo stupore mi dominavano.

Quando mi voltai per guardare, lei estrasse dal pacco una lettera e la pose sul mio tavolo con profonda riverenza. Poi si allontanò senza pronunciare parola.
E quando si fu alzata in volo, prese a suonare la sua splendida tromba con tale forza che tutta la montagna ne risuonò e per un certo tempo rimasi sordo, incapace di udire la mia stessa voce.

Essendo incorso in questa inattesa avventura e non sapendo che fare, m’inginocchiai e pregai il mio Creatore di proteggermi da tutto ciò che potesse minacciare la mia salvezza eterna.
Poi, tremante di paura, presi la lettera che era molto pesante, come se fosse stata d’oro. Esaminandola con cura scoprii un piccolo sigillo che la chiudeva e su cui era incisa una delicata croce con l’iscrizione: In hoc signo vinces.

Vedendo questo segno ripresi fiducia, pensando che un tale sigillo non si addiceva al diavolo. Aprii dunque cautamente la lettera e trovai i seguenti versi, scritti in lettere d’oro su sfondo blu:

Oggi, oggi, oggi
si consumano le Nozze del Re.
Se tu sei destinato a parteciparvi,
eletto da Dio alla gioia,
va’ verso la montagna
su cui s’innalzano tre templi.
E intanto veglia
ed esamina te stesso:
se non ti sarai compiutamente purificato,
le Nozze ti saranno funeste.
Sciagura a colui che si allontana da qui,
sciagura a chi possiede
uno spirito privo di peso.

E sul fondo stava scritto: «Sponsus et Sponsa».
Dopo aver letto questi versi mi sentii svenire, i capelli mi si rizzarono e un sudore freddo mi ricoprì tutto il corpo, sebbene mi rendessi conto che erano proprio queste Nozze che mi erano state annunciate sette anni prima in una visione e che per così lungo tempo avevo atteso con desiderio e ardore.

nozze-sol-lunaAvevo scoperto la data in cui si sarebbero svolte attraverso un calcolo accurato dei pianeti coinvolti in questo evento, ma non avrei mai sospettato che la partecipazione a simili Nozze richiedesse condizioni così ardue.
In realtà avevo sperato di potermi presentare semplicemente al matrimonio, e di essere accolto come un ospite gradito. E invece tutto dipendeva dall’elezione divina e io non ero affatto certo di appartenere alla schiera degli eletti.

Esaminando me stesso, non potevo far altro che riconoscere l’inadeguatezza della mia intelligenza e la mia ignoranza delle cose misteriose, non essendo neppure in grado di comprendere ciò che stava sotto i miei piedi e neppure quanto quotidianamente vivevo.
A maggior ragione mi sembrava impossibile che fossi eletto alla ricerca e alla conoscenza dei segreti della natura: essa, a mio avviso, avrebbe facilmente potuto trovare un discepolo più virtuoso a cui svelare i suoi tesori così preziosi, anche se caduchi e transitori.

Dovevo inoltre riconoscere che il mio corpo, nonostante la buona condotta esteriore e l’amore fraterno per il prossimo, non si era realmente purificato e mondato, e che l’orgoglio della carne mi faceva ancora tendere agli onori e al fasto mondano, la qual cosa non si addice all’autentica natura dell’uomo.
Ero inoltre incessantemente tormentato dal desiderio di agire per il mio profitto, di costruirmi palazzi, di immortalare il mio nome nel mondo, e da altre brame carnali simili a queste. Ma erano soprattutto le parole oscure relative ai tre templi ad inquietarmi: le mie meditazioni al riguardo non approdarono a nulla.

In preda a questi timori meditai sul problema a lungo, unicamente verificando la mia debolezza e la mia impotenza. Incapace di risolvere l’enigma da solo e colmo di paura per la responsabilità che comportava questo invito, ricorsi al mio ausilio abituale, di cui conoscevo l’efficacia: abbandonarmi al sonno dopo una preghiera fervida e ardente.
Speravo che Dio permettesse al mio Angelo di apparirmi, dissipando i miei dubbi, com’era già accaduto altre volte, e suggerendomi ciò che dovevo compiere per la lode di Dio e per il mio bene, e per edificare in modo fraterno e fedele il mio prossimo.

Non appena fui colto dal sonno, mi parve d’essere in una torre buia insieme a molti altri uomini: eravamo stretti in pesanti catene e ci aggiravamo come in un alveare immerso in profonde tenebre, aggravando reciprocamente la nostra afflizione.
Nessuno di noi poteva vedere ciò che accadeva, e tuttavia sentivo che i miei compagni tentavano di sollevarsi, urtandosi l’un l’altro, non appena le loro catene sembravano allentarsi. Ma in realtà era impossibile farlo perché eravamo tutti uniti l’un l’altro come acini in un grappolo d’uva.

torre-RosacroceDopo aver trascorso gran tempo in questo miserabile stato, in cui ci rimproveravamo reciprocamente d’essere ciechi e schiavi, sentimmo infine squillare trombe e battere tamburi con una tale maestria che ne fummo rallegrati e confortati.
Mentre ascoltavamo questi suoni, il tetto della torre si aprì e un debole chiarore scese su di noi. Fu proprio allora che ci ammassammo confusamente l’uno sull’altro, ma anche chi riusciva a sollevarsi veniva subito ricacciato in basso e calpestato dai compagni.

Ognuno tentava di salire sopra gli altri e anch’io, nonostante le mie pesanti catene, provai a liberarmi da quell’ammasso umano, ma fui sopraffatto dagli altri, per quanti disperati tentativi facessi di respingerli con mani e piedi.
Credevamo imminente la nostra liberazione, ma così non fu. Quando i Signori del luogo si furono divertiti a guardare dall’alto la nostra dolorosa agitazione, un vecchio canuto ci ordinò di tacere […]

Poi una Signora ordinò ai suoi servitori di calare una corda giù nella torre, per sette volte, e di tirare in alto coloro che fossero riusciti ad aggrapparvisi.
Dio mio! Come posso descrivere l’angoscia che allora ci prese! Tutti cercammo di afferrarci alla corda, e così facendo ce lo impedivamo a vicenda.

Dopo sette minuti suonò un campanello: a questo segnale i servitori ritirarono la corda per la prima volta con quattro di noi che vi si erano aggrappati.
La prima volta ero troppo lontano per poter afferrare la corda perché, con mia grande sfortuna, mi ero aggrappato a una pietra del muro della torre, e da lì non potevo raggiungere la corda che pendeva nel centro.

La corda fu poi calata una seconda volta, ma molti di noi avevano catene troppo pesanti e mani troppo delicate per poter rimanere aggrappati ad essa, e cadendo trascinavano con sé molti altri che forse sarebbero riusciti a tenersi.
Anzi, vidi che coloro che non riuscivano ad afferrare la corda tiravano giù gli altri che avrebbero potuto salvarsi, a tal punto erano invidiosi l’uno dell’altro nella loro infinita miseria.
Provai una particolare compassione per coloro che, essendo pesanti, non riuscivano a salire, sebbene sembrasse che nello sforzo le loro mani si strappassero dal corpo.

clavis-nozzeE così nei primi cinque lanci della corda, furono ben pochi quelli che riuscirono a salvarsi: al segnale, infatti, i servitori tiravano con una tale forza che la maggior parte di coloro che avevano afferrato la corda precipitava sugli altri.
La quinta volta la corda fu persino ritirata senza che nessuno vi fosse aggrappato, e fu allora che io e molti altri perdemmo ogni speranza di essere liberati. E implorammo Dio che avesse pietà di noi e ci salvasse da quelle tenebre, e alcuni di noi furono esauditi.

Quando la corda scese per la sesta volta, alcuni vi si aggrapparono con molta forza. E forse perché la corda oscillava mentre la ritiravano, forse per volontà divina, mi passò accanto; l’afferrai a volo e mi trovai sopra tutti gli altri, tornando così a sperare nella salvezza.
Riuscii a salire, e la mia gioia fu così immensa che non sentii dolore neanche quando mi ferii contro una pietra aguzza mentre tiravano su la corda. Fui addirittura in grado di aiutare i miei compagni di fuga a ritirare la corda per la settima e ultima volta.
Per lo sforzo il sangue mi colava sulle vesti, ma la gioia era tale e tanta che non me ne curai […]

Poi l’anziana Signora scrisse su una tavoletta d’oro i nomi di quelli che si erano liberati. […] Io ero l’ultimo della fila e, quando fu il mio turno, m’inchinai dinanzi alla Signora, ringraziando Dio che nella sua grazia paterna mi aveva condotto, per intercessione di lei, dalle tenebre alla luce.
Tutti gli altri seguirono il mio esempio. Poi ognuno ricevette come viatico una medaglia d’oro; su una faccia era impressa l’immagine del sol levante, sull’altra – se ben ricordo – le tre lettere: D. L. S.
Poi fummo congedati con l’esortazione di tornare alle nostre occupazioni e di renderci utili al prossimo per la lode di Dio, e di serbare il segreto di quanto avevamo vissuto. Noi giurammo e partimmo.

Riuscivo a camminare a stento, zoppicando per le ferite causatemi dagli anelli che mi avevano stretto le caviglie. La Signora se ne accorse e, sorridendo, mi disse: «Figlio mio, non rattristarti per questa infermità, e ricorda piuttosto le tue debolezze e ringrazia Dio per averti permesso di giungere a questa luce, malgrado la tua imperfezione; sopporta con pazienza le ferite e ricordati di me».

In quell’istante, a un nuovo squillo di tromba, fui a tal punto turbato che mi destai dal sonno. Solo allora compresi che era stato un sogno. Solo che l’impressione era stata così forte che continuai a essere turbato, e mi parve di sentire ancora il dolore delle ferite ai piedi.
Comunque fosse, compresi che Dio mi aveva concesso di assistere alle Nozze occulte.

(Andreae, Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, 1ª giornata)