Griaule – L’incidente nella discesa della Terza Parola

Dogon-granaio-fusaioloOgotemmeli, dopo aver spiegato che l’edificio era un granaio, cominciò a descriverne l’ordinamento.
«L’insieme della cosa con le scale – disse – si chiama Granaio del Signore della Terra Pura. È diviso in otto compartimenti, quattro in basso e quattro in alto. La porta si apre a nord, sul sesto scalino. Essa è come la bocca e il granaio è come il ventre, l’interno del mondo». […]

Ognuno degli otto compartimenti aveva ricevuto uno degli Otto Semi che erano stati dati da Dio agli Otto Antenati, in quest’ordine: il migliarino, il miglio bianco, il miglio d’ombra, il miglio femmina, il fagiolo, l’acetosella, il riso, la Digitaria.
Con ciascuno di questi semi erano tutti quelli che appartenevano alla stessa specie […]

Il cieco, con la faccia rivolta a terra e le mani sulla nuca, si calava nel passato dei cieli. Raggiunse infine l’ultimo strato dei simboli che formavano l’universo condensato nel Granaio primordiale, un corpo gonfio di vita che ingoiava il nutrimento: «Ciò che viene mangiato – disse – è la luce del sole. L’escremento è la notte. I soffi della vita sono le nuvole, e il sangue è la pioggia che cade sul mondo».

Ogotemmeli aveva omesso di collocare, nel suo sistema, lo scorpione e il nay. Il loro posto era sotto il Granaio, nel cerchio che simboleggiava il sole.
L’Antenato costruttore aveva riunito sul tetto gli strumenti e gli attrezzi di una fucina, perché il suo compito era di portare agli uomini il ferro che avrebbe reso possibile la coltivazione.

Il mantice era formato da due vasi di terra cruda triturata insieme con peli di montone bianco; questi vasi erano fissati l’uno all’altro come due gemelli: la loro ampia apertura era chiusa da una pelle. Da ciascuno di essi partiva un condotto di terra che terminava nel boccolare.
Il maglio aveva la forma di una grossa spoletta di ferro, conica dalla parte del manico, quadrangolare dalla parte della percussione.
L’incudine, di forma simile, era fissata su una traversa di legno.

dogon-Ogotemmeli

L’Antenato Fabbro era armato di un arco di ferro e di frecce a forma di fusi. Ne lanciò una nella terrazza del Granaio, al centro del cerchio che raffigura la luna; ne circondò il fusto con un lungo filo della Vergine che si avvolse a rocchetto. Così l’intero edificio era un enorme fusaiolo.
Presa una seconda freccia alla quale aveva attaccato l’altra estremità del filo, la scagliò contro la volta celeste perché servisse da punto di appoggio.

Quel che stava per scendere era un complesso di simboli.
Innanzitutto, il Granaio Meraviglioso era il sistema del mondo, orientato e classificato secondo famiglie di creature. Ed era anche il paniere intrecciato che il suo costruttore aveva preso a modello e del quale gli uomini dovevano fare la loro unità di volume.
L’unità di lunghezza era l’altezza e la larghezza del gradino delle scalinate, cioè un cubito. L’unità di superficie era la terrazza di otto cubiti di lato. Le due figure geometriche fondamentali erano espresse nella terrazza quadrata e nel cerchio della base, che, nel paniere, è, in verità, l’apertura.

Era il modello del granaio nel quale gli uomini avrebbero ammassato i loro raccolti. Era, perciò stesso, la realizzazione ideale e ultima della struttura del formicaio che era già servita da modello agli uomini per trasformare le loro dimore sotterranee.
Era il fusaiolo, materozza del fuso che il Fabbro aveva lanciato nella terrazza e che serviva da asse all’avvolgimento del filo della discesa. […]
Era la parte alta del maglio. Secondo la credenza popolare, era nel suo maglio che il Fabbro aveva portato agli uomini i semi.
Era anche l’incudine quadrangolare, femmina, forgiata imitando il maglio, che è maschio. […]

bastone-serpenteTutto era pronto per la partenza, mancava il fuoco della fucina. L’Antenato scivolò nell’officina dei grandi Nommo che sono i fabbri del cielo e rubò un pezzo di sole sotto forma di brace e di ferro incandescente. L’afferrò servendosi di un «bastone di ladro», la cui punta incurvata terminava con una fessura aperta come una bocca.
Perdendo pezzi di brace per la via e tornando sui suoi passi a raccoglierli, egli fuggì verso l’edificio di cui, nell’emozione, non riuscì a trovare l’entrata. Ne fece più volte il giro, prima di poter scalare i gradini e riguadagnare la terrazza dove nascose la sua refurtiva in una delle pelli del mantice, dicendo: «Gouyo!».
Che vuol dire: «rubato!».
Da allora questo nome è rimasto nella lingua e significa: granaio. Esso ricorda che senza il fuoco della fucina e senza il ferro delle zappe, non ci sarebbe raccolto da ammassare.

Senza perdere un istante, il Fabbro lanciò il tronco-di-cono-piramide lungo un arcobaleno. Senza che l’edificio girasse su se stesso, il filo si svolgeva a serpentina, immagine del procedere dell’acqua.
Con in mano il suo maglio e il suo arco, il Fabbro stava in piedi sulla terrazza, pronto a difendersi contro lo spazio. Ma l’attacco fu inatteso: con un fracasso di tuono, una torcia scagliata dal Nommo femmina raggiunse la terrazza.
Il Fabbro, per proteggersi, afferrò una delle pelli del mantice e la brandì sulla sua testa, creando così lo scudo. La pelle, che aveva ricevuto il pezzo di cielo, era diventata di essenza solare e il fuoco celeste non poteva prevalere su di essa. Poi l’Antenato spense con l’acqua del suo otre il legno incendiato che stava dando fuoco all’edificio. Questo legno, che si chiama bazu, diede origine al culto del fuoco femmina.

Un’altra folgore seguì alla prima, lanciata, questa volta, dal Nommo maschio. Ma non ebbe maggior effetto. Il Fabbro spense la seconda torcia, detta anakyê, sulla quale doveva essere più tardi fondato il culto del fuoco maschio.
L’edificio proseguì la sua corsa lungo l’arcobaleno. Andava soltanto più veloce a causa della spinta che le folgori gli avevano impresso.
Sulla terrazza, il Fabbro aveva ripreso la sua guardia; ma era stanco di tenere il suo maglio stretto nella mano, e perciò l’appoggiò, di traverso sulle sue braccia, leggermente tese in avanti.

dogon-songhoQuanto all’incudine, la portava a tracolla, grazie a una lunga striscia di cuoio che gli passava intorno al collo e ricadeva alle sue spalle. La traversa di legno nella quale era conficcato il ferro gli batteva sulle gambe.
Durante questa discesa, l’Antenato aveva ancora la qualità di Genio dell’acqua, e il suo corpo, pur conservando un’apparenza umana dal momento che si trattava di un uomo rigenerato, era provvisto di membra flessibili come serpenti, simili alle braccia dei grandi Nommo.

Il suolo si avvicinava rapidamente. L’Antenato si teneva sempre dritto, con le braccia avanti, maglio e incudine di traverso sulle braccia.
Sopravvenne l’urto finale che si produsse nel punto in cui l’arcobaleno toccava la terra. Il colpo disperse in una nube di polvere gli animali, i vegetali e gli uomini scaglionati sui gradini.
Quando fu tornata la calma, il Fabbro era ancora in piedi sulla terrazza, con la faccia volta verso il nord, e i suoi strumenti nella medesima posizione. Ma, nell’urto, il maglio e l’incudine gli avevano spezzato braccia e gambe all’altezza dei gomiti e delle ginocchia, che fino ad allora non possedeva.

Egli ricevette così le articolazioni adatte alla sua nuova forma umana che si sarebbe sparsa sulla terra e che era destinata al lavoro.
«È per il lavoro che il suo braccio si è piegato».
Le membra flessibili erano, infatti, inadatte al lavoro nella fucina e nei campi. Per battere il ferro incandescente e dissodare la terra, era necessaria la leva dell’avambraccio.

Al momento di toccare il suolo, l’Antenato era dunque pronto per la sua opera di civilizzazione. Discese lungo la scalinata settentrionale e delimitò un campo quadrato di dieci volte otto cubiti per lato, che aveva lo stesso orientamento della terrazza sulla quale l’Antenato era disceso e costituiva la misura dell’appezzamento unitario.
Questo campo fu diviso in ottanta volte ottanta quadrati di un cubito di lato, che furono divisi fra le otto famiglie, che discendevano dagli Antenati e avevano continuato il loro destino sulla terra. Lungo la mediana nord-sud del quadrato, furono costruite otto case di abitazione, con terra alla quale era stata mescolata della calcina presa dal Granaio. A nord di questa linea fu collocata la fucina. […]

dogon-masque-marcel-griaule

L’inizio di quest’opera, però, doveva essere segnato da altri incidenti.
Il Fabbro, ex-Nommo, non poteva bastare, da solo, al suo compito di Maestro. La sua funzione, del resto, era soprattutto quella di un tecnico e altri ammaestramenti erano necessari.
Subito dopo il Fabbro, primo Antenato, scesero gli altri Sette.
L’Antenato dei Calzolai e l’Antenato dei Trovatori seguirono un filo. Ognuno portava i suoi strumenti o i suoi attributi. Gli altri vennero subito dopo, secondo il loro rango.

Fu allora che si produsse l’incidente che doveva orientare la riorganizzazione. L’Ottavo Antenato, rompendo l’ordine delle precedenze, scese prima del Settimo, che era il Maestro della Parola. Questi, corrucciato, si volse contro gli altri e, giunto a terra, si precipitò nel Granaio, sotto forma di un grande serpente, per prendervi i semi.
Secondo un’altra versione, egli morse la pelle del mantice già installato nella fucina per disperdere i semi che vi erano stati deposti.
Secondo altri ancora, egli era disceso contemporaneamente al Fabbro, assumendo la forma stessa del Granaio; giunto sulla terra, aveva preso il corpo di un grande serpente e tra i due Geni era nata una lite.
Comunque sia, il Fabbro, sia per sbarazzarsi di un avversario che per seguire i grandi disegni di Dio, consigliò agli uomini di uccidere il serpente, di mangiarne il corpo e di dare a lui la testa.

«Secondo altri – disse Ogotemmeli, che attribuiva una grande importanza a questa svolta della storia del mondo e che voleva esporre scrupolosamente l’attitudine dei Geni – secondo altri, il Fabbro, giungendo al suolo, trovò gli uomini delle otto famiglie e installò accanto ad essi la sua officina. Non appena ebbe deposto le pelli del mantice, apparve il grande serpente che si precipitò su di esse e disperse intorno i granelli di miglio. Gli uomini, vedendo questo intruso, e sorpresi dalle sue mosse, lo uccisero. Il Fabbro li ringraziò, diede loro il cadavere perché lo mangiassero e tenne per sé la testa».

testa-serpente-disegnoTutti erano d’accordo sulle conseguenze di quell’uccisione: «Quando ebbe la testa, il Fabbro la portò verso la pietra che gli serviva da sedile, fece un buco in terra, vi seppellì la testa e la coprì con una pietra».
«Allora – disse l’Europeo – il Nommo-Settimo Antenato è presente in ogni fucina?».
«Sì – rispose il cieco – ogni fabbro, quando lavora, è come se fosse seduto sulla testa del serpente».

Ma i labirinti di questo misero non erano ancora finiti.
«Il Nommo-Settimo Antenato è stato ucciso dagli uomini sotto forma di serpente e la sua testa è stata sepolta. Ma si può anche dire che egli era il Granaio disceso dai cieli, che egli è stato spezzato e diviso, che la terra delle pareti è stata disseminata nel campo primordiale, e mischiata a quella delle abitazioni, che i semi contenuti nel suo ventre sono stati sotterrati nel suolo al momento della semina. Si può dire che il Settimo è stato ucciso e distrutto e sepolto come Serpente, come Granaio, come Semi».

«E perché proprio lui?».
«Perché era il Signore della Parola».
«E perché doveva morire?».
Ogotemmeli non rispose direttamente.
Aveva poggiato il mento sulle sue ginocchia sollevate contro il petto; guardava nella sua notte, con le mani sulle guance.
«È morto verso la metà di novembre», disse.

L’Europeo si accomiatò da lui. L’assenza di risposta, nel suo interlocutore, era sempre carica di promessa. Ed egli ricordava che due giorni prima, alla domanda: «Che c’è nel Granaio?», il vecchio aveva risposto: wolo! cioè: «Niente!».

(Griaule, Dio d’acqua)