Calvino – Occhio-in-fronte

C’erano due frati che andavano in questua. Per le montagne gli si fece scuro. Da una caverna usciva un po’ di luce.
«Padrone di casa – chiamarono – ci date ricetto per stanotte?».
«Entrate», disse una voce, e fece rimbombare la montagna.

mosaico-tre-occhiI frati entrarono: vicino al fuoco c’era un gigante con un occhio in fronte, che disse: «Favorite, qua non ci manca niente».
Spostò un macigno che non sarebbero bastate cento persone e chiuse la porta alle spalle dei frati, tutti tremanti.
«Io ho cento pecore – disse Occhio-in-fronte – ma l’anno è lungo e devo risparmiare. Dunque, chi mi devo mangiare per primo? Fratino o Fratone? Tirate a sorte».

I due frati buttarono le dita per tirare a sorte: e toccò a Fratone. Occhio-in-fronte lo infilò allo spiedo e lo mise a rosolare sulla brace; e, girando lo spiedo, canterellava: «Stasera Fratò, domani Fratì, stasera Fratò, domani Fratì».
Fratino si tormentava per il dolore per la fine del compagno e il pensiero di come scampare lui alla stessa sorte.

Quando fu cotto Fratone, Occhio-in-fronte cominciò a mangiarlo, e ne diede una coscia anche a Fratino, che l’assaggiasse anche lui. Fratino fece finta di mangiare, ma si buttava la carne dietro le spalle.
Spolpate per bene le ossa di Fratone, Occhio-in-fronte si buttò sulla paglia. Fratino si rannicchiò accanto al fuoco e fece finta di dormire anche lui.

Quando sentì Occhio-in-fronte grufolare come un maiale, prese lo spiedo, ne arroventò la punta finché non divenne rossa e zihh! gliela ficcò nell’unico occhio.
Il gigante accecato balzò in piedi urlando e muoveva le mani dappertutto per acchiappare Fratino. Ma Fratino si ficcò in mezzo alle cento pecore. Occhio-in-fronte cominciò a tastare tutte le pecore a una a una, ma Fratino si spostava in mezzo al gregge e Occhio-in-fronte non lo acchiappava mai.

Allora disse: «Ci penso io, quando sarà giorno!».
Fratino allora, senza far rumore, prese il montone, lo scorticò, e la pelle del montone se la mise addosso.

Appena si fece giorno, Occhio-in-fronte levò il macigno dalla bocca della caverna, e si mise piantato con una gamba di qua e una di là per tastare tutto quel che usciva e lasciar passare le pecore ma non Fratino.
Chiamò per primo il montone, e venne avanti Fratino camminando sulle mani e sui piedi, dondolando il campanaccio.
Occhio-in-fronte lo carezzò sul dorso e disse: «Tu vai pure», e passò a tastare le pecore che uscivano una per una.
Così Fratino fu libero e corse via, contento e beato.

Ma uscite che furono tutte le pecore, Occhio-in-fronte si mise a frugare per la caverna e gli capitò sotto le mani il montone scuoiato. Capì che quello che aveva creduto il montone era Fratino camuffato e uscì dalla caverna per inseguirlo.
Andò avanti alla cieca, annusando l’aria, e quando sentì di essergli vicino, gridò: «Fratino, me l’hai fatta! Sei più in gamba di me! Tieni quest’anello, come segno che m’hai vinto!». E gli buttò un anello.

Fratino lo raccolse e se lo mise al dito. Ma era un anello fatato: una volta che l’ebbe al dito, Fratino cercava di scappare via da Occhio-in-fronte e invece scappava avvicinandoglisi. Più cercava di scappare, più gli veniva vicino. Cercò di togliersi l’anello dal dito, ma l’anello non usciva più.
Oramai era quasi nelle mani di Occhio-in-fronte: allora si tagliò il dito con l’anello e glielo scaraventò sul muso: e sull’istante fu libero e poté scappare.
Occhio-in-fronte aperse la bocca e inghiottì il dito di Fratino: «Almeno ti ho assaggiato!», disse.

(Calvino, Fiabe italiane: 115)