Uno strano preludio

Siamo all’inizio del Simposio. Socrate è diretto a casa di Agatone, dove è atteso per una cena «a tema». Il «tema» di stasera, lo sappiamo, sarà il più equivoco che si possa trattare. Tanto per dire: di che cosa parleranno i commensali, di Amore o di Desiderio? Eros-arciereL’equivoco, come si può constatare, è già nel «titolo» della Sceneggiata che si va a recitare. Sui manifesti sta scritto che il «tema» è Eros: passa uno e ci legge «Amore», passa un altro e intende «Desiderio».
Il Simposio di Platone è, dunque, anzitutto la testimonianza di un’ambiguità imperante già ai suoi tempi. Ed è proprio questa ambiguità che i commensali stasera sono chiamati, tra un brindisi e l’altro, a disambiguare – con quali risultati è poi tutto da vedere. Eros era già per i Greci un enigma. Il più equivoco dei «codici», già allora.

Ma seguiamo il copione platonico. Socrate è per strada, tutto agghindato. Lui, che di solito è così sciatto! Lui che cammina, di solito, a piedi scalzi, stasera nientemeno calza un bel paio di sandali!
Dov’è che vai? – gli domanda Aristodemo, incontrandolo per caso.
Vado a una cena tra amici – gli risponde Socrate. – Dai, vieni anche tu, ché stasera ti porto tra bella gente.
E già, come può essere se non «bella e buona» questa gente che ama passare il tempo a chiacchierare di questioni di cui sa, a priori, che rimarranno aperte?

Aristodemo non se lo fa dire una seconda volta.
Certo che ci vengo! Voglio prendere parte anch’io alla Festa per la quale ti sei conciato in questo modo!
Socrate lavato e profumato! Non è cosa di tutti i giorni – pensa tra sé e sé.
E dunque, i due si avviano insieme verso casa di Agatone.

Ma non hanno ancora fatto due passi l’uno accanto all’altro, che Socrate, «già tutto concentrato in se stesso, resta indietro». Aristodemo prova a sollecitarlo, ma Socrate lo rassicura: «Va’ pure avanti – gli dice – ché poi ti raggiungo».
E così Aristodemo si presenta da solo a casa di Agatone.
E Socrate? – gli domanda Agatone. – Che fine ha fatto?
È qui, dietro di me, che viene a passo lento – risponde Aristodemo. E mentre lo dice, si volta a guardarsi indietro, ma Socrate non c’è. Dev’essersi fermato per strada, ma dove?
Su, vallo a chiamare! – dice Agatone al servo – e digli di sbrigarsi, ché è ora di cena!

Il servo ritorna e, lui per primo meravigliato della cosa, riferisce: «Socrate s’è appartato nell’atrio dei vicini e se ne sta lì imbambolato. Io l’ho chiamato, ma lui non ha voluto entrare».
Άτοπον λέγεις – esclama Agatone. «Dici una cosa strana», è la nostra abituale traduzione. Dici una cosa «senza luogo» (α privativo + τόπος, «luogo»). Dici una cosa fuori posto.
Ma, ci domandiamo noi, a essere fuori posto, non là dove dovrebbe essere (cioè a casa di Agatone), ma in un suo strano «non dove», è ciò che il servo dice, o non è piuttosto ciò di cui dice? Se c’è qualcuno «fuori posto» è Socrate, se c’è qualcuno qui che non sa dove si trova non è il resoconto del servo, ma Socrate che, a quanto pare, ha perfino sbagliato indirizzo. Si è «appostato» sull’uscio della porta accanto.

Carmelo-Bene-disegno-portraitCosa ci sta così sceneggiando Platone? Ha voluto solo aggiungere un tocco di stramberia al Racconto? Ha voluto pure lui concedersi un «fuori luogo» come quello che il suo Racconto concede a Socrate?
E Socrate, che cosa fa? sta solo prendendo tempo, perché ha capito che stasera a casa di Agatone dovrà cimentarsi col più enigmatico degli enigmi e vuole, perciò, riordinare le idee prima di «entrare» in argomento?
O l’ατοπία non è – voglio azzardare – nient’altro che il preliminare obbligato per cui deve passare ogni «esperienza di Eros», ogni incontro, anche solo verbale, con la potenza di questo «equivoco» nume sempre in bilico tra i due posti che la nostra lingua gli assegna – ora quello angelico di Amore, ora invece quello diabolico di Desiderio?

C’è che ciò di cui stasera a cena si accinge a parlare, anzi – pardon! Colui di cui fra poco parlerà, c’è che nel tiremmolla linguistico qualcuno se lo tira dalla parte del Bene, qualche altro invece se ne serve per legittimare finanche i suoi più perversi desideri.
Dov’è dunque «di casa» Eros? qual è il suo «luogo» proprio?
È di questo che fra poco Socrate, vestito a festa, parlerà. E ciò di cui, Colui di cui parlerà e quindi, ineluttabilmente, a cui parlandone assegnerà «un luogo» nel Discorso, un «posto» nel simbolismo dei segni – Socrate lo sa – è invece per sua natura sfuggente a ogni luogo, άτοπος.

Qualunque «luogo» gli dai nelle parole, a Eros sta stretto. Ma stasera proprio a questo Socrate è stato invitato. Tra una bevuta e l’altra, dovrà bestemmiare. Per forza. Non c’è via d’uscita, e Socrate lo sa. Perciò si è lavato e profumato, perché tra poco si macchierà di un crimine – qualunque cosa si accinga a dire.
Ma Socrate non «si apparta» solo per rimuginare tra sé e sé le parole meno criminali che potrà concedersi di dire. No – Socrate fa un’altra cosa.
Prima che la sua bocca si sporchi, tutto il suo candore Socrate l’offre a Eros. Socrate si è conciato come si è conciato per incontrare Eros. Per incontrarlo là dove Eros da sempre dimora: nel non dove, nello spaesamento, nello smarrimento.
È più facile, mille volte più probabile incontrarlo all’indirizzo sbagliato – che non a un appuntamento programmato. È più facile incontrarlo dove di lui si tace, che là dove se ne chiacchiera. Questo Socrate lo sa. Avrà pure tutti i difetti del mondo, ma lui sa che Eros s’incontra solo nell’ατοπία. Non in questo luogo piuttosto che in quell’altro. Non quaggiù carnalmente vissuto, ma ancor meno lassù spiritualmente convertito al digiuno e all’astinenza.

Se gli dai un posto, se peggio glielo imponi per Legge, non è a Eros che lo dai ma a una sua controfigura simbolicamente castrata.
Se lo padroneggi (nei sentimenti o con le parole), non è Eros che tieni al guinzaglio, ma quel «cane» che ha diritto ad abbaiare solo una tantum.
Eros è troppo folle, per abitare in una qualunque definizione. La sua non è una follia utopica, una follia che, come dice la parola, non ha luogo in nessuna «realtà», bensì – come Platone ce la sceneggia – è la Follia che ci «realizza» facendoci venir via da ogni altro «dove», quella che ci fa percepire l’illusorietà di ogni «luogo» simbolico. È la Follia che ci sottrae, che ci rapisce a «questa» finzione di realtà, a questo simulacro – per non dire spettro – di realtà in cui l’assenza e la negazione dell’esperienza della sua ατοπία ci tengono relegati.

Simposio

Siamo, è vero, solo all’inizio del Simposio. Il dialogo vero e proprio non è ancora cominciato. Eppure, il suo «strano» preludio ancora sta lì a scusare i commensali delle scemenze che tra poco diranno. Sta a lì ad allungare l’ombra della «divina», e perciò folle, ατοπία sui castelli che essi, compreso Socrate, proveranno a innalzare nel Discorso «tra bella gente».
Proveranno, l’ho già detto, a disambiguare l’Ambiguo per eccellenza. Faranno tutti gli sforzi possibili per dare un posto nel Racconto a un Racconto, quello intorno a Eros, che per sua natura è accessibile solo agli Spostati.

Che pense? – domanda Virgilio a Dante (Inferno, 5: 111).
Francesca ha appena finito di narrare la sua storia. Ha parlato con Virgilio, e Dante, nel frattempo, è come «rimasto indietro». Come Socrate, si è appartato lì vicino e se ne sta zitto e muto. Lui, lo stilnovista, che ha inneggiato all’Amore Gentile, all’Amore di chi sta in mezzo alla Gente «bella e buona», eccolo – di colpo! – perplesso.
Dov’è Dante? dove mai può essere, se non nello smarrimento, nell’ατοπία che le parole della Lussuriosa gli rinnovano.
Eros è la Follia.
E tu, Poeta, pensavi di sbrigartela con una «bella» definizione? Tu spostato, tu smarrito nella selva oscura della tua mente, che pense?, su dimmi: pensi ancora di farla franca?