Brosse – La festa romana di Cibele e Attis

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Archigallo (capo dei sacerdoti) di Cibele

Nel terzo-quarto secolo d. C., nel periodo del loro apogeo, le feste di Cibele e di Attis, che si svolgevano a Roma verso l’equinozio di primavera, dal 15 al 27 marzo, erano identiche, secondo gli autori latini, a quelle che da molto tempo si celebravano in Frigia.
Le feste del pino sacro cominciavano con l’«ingresso della canna».
In quel primo giorno, la confraternita dei cannofori (portatori di canna) collocava nel tempio canne tagliate, in ricordo di quelle in mezzo alle quali Cibele aveva scoperto il piccolo Attis in riva al fiume Sangario.

Una settimana dopo i portatori dell’albero (dendrofori) recavano dalla foresta in cui erano andati a tagliarlo, il pino sacro il cui tronco era avvolto in bende, come un cadavere, quello del dio morto, raffigurato nella sua effigie appoggiata sulla corteccia e decorata con ghirlande di viole, nate dal sangue del dio, come gli anemoni erano nati dal sangue di Adone.

Il 23 marzo squillavano le trombe, preventivamente purificate, forse per annunciare il «Giorno del sangue». Il 24 marzo il sommo sacerdote di Attis, l’archigallo, si incideva il braccio e presentava il suo sangue come offerta al pino sacro, mentre risuonavano cembali e tamburi e mugghiavano i corni accompagnati dallo stridore dei flauti.
Era il segnale cui ubbidivano gli altri sacerdoti che si scatenavano, scarmigliati, in una danza sfrenata. Essi si flagellavano fino a sanguinare e si laceravano con coltelli. La frenesia si estendeva ad alcuni neofiti che, al colmo dell’eccitazione, si amputavano l’organo virile e lo lanciavano come oblazione alla statua di Cibele.
Quei ricettacoli di fecondità venivano allora rispettosamente avvolti, poi sotterrati o posti in camere sotterranee dedicate alla dea. Il sangue sparso, le energie sottratte al corpo degli uomini rianimavano il dio morto e con lui tutta la natura che germogliava nel sole primaverile.

Mentre nella notte dal 24 al 25 marzo risonavano ancora i lamenti funebri, il giorno dell’equinozio s’innalzavano fin dall’alba gli impeti di allegria dell’Hilaria, il giorno della gioia, che festeggiava la risurrezione divina.
Allora la licenza diventava generale. Si passeggiava mascherati per le strade, e quel giorno ognuno poteva usurpare le più alte e più sacre dignità e fare e dire tutto quello che gli pareva.

Il giorno dopo, 26 marzo, tutti si riposavano da quegli eccessi. Il 27 marzo le festività ufficiali si concludevano con un grande corteo che, accompagnato da musica, recava la statua d’argento di Cibele, su un carro tirato da buoi, al fiume Almo, dove l’archigallo la immergeva insieme agli altri oggetti sacri.
Terminate queste abluzioni, il carro e i buoi venivano adornati di fiori e la dea era ricondotta nel suo tempio.

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Tempio di Cibele – Roma, Piazza della Bocca della Verità

Secondo alcuni autori, l’indomani, 28 marzo, venivano celebrati i riti segreti durante i quali il neofita, che in precedenza aveva digiunato, era ammesso a «mangiare nel tamburo e a bere nel cembalo», cioè negli strumenti consacrati alla dea.
Tale pasto rituale, vera e propria comunione con il dio, consisteva nel mangiare il suo corpo sotto forma di pane, perché Attis era la spiga mietuta verde, e nel bere il suo sangue, rappresentato dal vino.
Poi il novizio riceveva il battesimo del sangue.

Coronato di fiori e avvolto in bende, come il dio morto, egli scendeva in una fossa coperta da una grata di legno. Su questa grata veniva spinto un toro ornato da ghirlande di fiori, al quale veniva tagliata la gola con una lancia consacrata. Il sangue caldo e fumante si rovesciava a fiotti sul neofita che aveva cura di riceverlo su tutto il corpo.
Alla sua uscita dalla fossa, rosso e grondante, veniva salutato come incarnazione del dio e adorato nell’assemblea. Ormai era «rinato per l’eternità»; questa nuova nascita era resa manifesta dal fatto che, per qualche giorno, l’iniziato non poteva nutrirsi che di latte.

Recando il kérnos, il vaso offerto alla dea e contenente, con ogni probabilità, gli organi sessuali del toro sacrificato, l’iniziato era infine ammesso «sotto il baldacchino» o nella «camera nuziale» per la ierogamia che lo univa a Cibele, della quale diventava lo sposo mistico.
È evidente che il sacrificio cruento e la mutilazione del toro erano surrogati per il neofita che non aveva avuto il coraggio di compierli su se stesso.

Pur avendo impiegato qualche tempo a imporsi a Roma, il culto della Madre degli dèi e del suo divino figlio vi divenne molto popolare e si diffuse rapidamente nelle più remote province, fino in Africa, in Spagna, in Gallia e perfino in Germania.
Sopravvisse poi per un certo tempo quando, sotto Costantino, il cristianesimo diventò religione ufficiale dell’impero. A Cartagine, all’epoca di sant’Agostino, si potevano ancora incontrare processioni di galli, dall’atteggiamento effeminato, col viso imbiancato e i capelli profumati.

Cibele-leoneÈ difficile oggi immaginare l’attrazione che possono aver esercitato riti così esotici, così cruenti, ma va ricordato quello che era stato precedentemente, nel mondo greco, il «risveglio dionisiaco». La religione romana, che aveva una funzione più esclusiva di quella greca, non dava alcuno spazio al misticismo e soprattutto non offriva soluzioni positive al problema della morte, mentre i culti orientali, tra i quali va messo il cristianesimo, promettevano l’immortalità ai loro adepti.
Attraverso l’identificazione con il dio, essi assicuravano la salvezza personale. In altri termini, rispondevano a desideri e a esigenze, che la religione di Roma non soddisfaceva o aveva smesso di soddisfare.
Coi riti asiatici tornavano in forza le esperienze spontanee, nate dalla comunione con le potenze della natura, che già da molto tempo erano state eliminate, e proprio perché si trattava di sopravvivenze di una forma di mentalità che si era potuto credere superata suscitavano tanto entusiasmo; attraverso loro, si ritrovava ciò che era stato dimenticato e la vita riprendeva un senso che aveva perduto.

Quello che oggi a noi dà fastidio, lo spargimento di sangue, non poteva certo urtare i Romani, dato che quasi ognuna delle loro cerimonie era accompagnata da fenomeni analoghi o addirittura culminava in essi.
Neppure il fatto che degli uomini sacrificassero la loro virilità provocava quella violenta reazione di orrore e di disgusto che suscita in noi.
Nell’antichità, la castrazione era una prassi corrente. È vero che veniva effettuata su bambini in tenera età, e imposta con la forza, ma nei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo orientale, divenuti province romane, a volte era volontaria.

I sacerdoti della grande Artemide di Efeso erano eunuchi; evirati ed effeminati erano anche quelli della Grande Dea a Tiro, a Joppe, l’odierna Giaffa, e perfino a Gerusalemme. A Ierapoli di Siria, la grande festa di Astarte che si celebrava all’inizio della primavera, nella quale i partecipanti spargevano il proprio sangue e a volte si castravano, assomigliava tanto da vicino a quella di Cibele che gli autori antichi a volte le confondono.
Quanto all’ostentazione di femminilità da parte dei galli, essa non poteva sorprendere i Romani, almeno a partire dal terzo secolo, dato che avevano visto uno dei loro imperatori, Eliogabalo, nativo appunto della Siria, comportarsi come il sommo sacerdote castrato e corrotto da un’altra pietra nera, quella di Emesa.

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Madrid – Fontana di Cibele

Per afferrare il senso profondo di questo rito, in apparenza insensato, è necessario rifarsi ai diversi episodi della storia di Attis che esso rappresentava. […]
Si sarà certo notato che essa contiene un fattore già noto in altre storie, l’abbandono del dio da parte della madre all’atto della nascita, elemento che ricorre nell’infanzia di Dioniso e dello Zeus cretese, coi quali Attis ha un altro punto in comune: è nutrito da una capra.
L’abbandono è caratteristico delle divinità maschili dell’albero, generate dalla Terra Madre, che si chiami essa Rea o Semele o Cibele. Quest’ultima, però, ci è presentata qui come prodotta dalla castrazione di un essere in origine ermafrodito, amputazione originaria che appare per questo contagiosa. Anzi, essa costituisce addirittura il motivo essenziale del mito.

Queste mutilazioni in serie non hanno tutte lo stesso significato. Cibele è in Frigia la Grande Dea, la Terra Madre, equivalente in Grecia di Gea e di Rea.
Nella teogonia greca, come in altre teogonie, la divinità primigenia è necessariamente bisessuata, perché genera da sola, estrae da sé e senza aiuto gli altri dèi e il mondo, che sono suoi figli.
È «la totalità primordiale, che racchiude tutte le facoltà, perciò tutte le coppie di opposti». Perciò quando Gea emerge dal Vuoto, dal Caos primordiale, insieme a lei nasce l’Amore, che qui è il desiderio di generare, di creare altri esseri. E Gea mette al mondo «un figlio simile a sé, Urano stellato, che l’avvolgesse tutta d’intorno» (Esiodo, Teogonia, 126-127).

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Rubens – Saturno che divora suo figlio

Nei termini utilizzati da Esiodo, troviamo la figura originaria, il prototipo delle dee che generano un figlio affinché diventi il loro amante, padre dei loro futuri figli, appunto perché quel figlio non ha, non può avere un padre.
In origine, la divinità è sola. Il suo atto creativo è bipartizione di sé, bipartizione che può essere intesa come automutilazione. […]

Nel mito di Cibele e Attis ritroviamo l’antica credenza secondo la quale il mondo è nato da un autosacrificio di un dio androgino, processo che si rinnova a ogni tappa della creazione.
Così, nella teogonia greca, Urano, figlio amante di Gea – la quale dopo aver generato i Titani e i Ciclopi, i giganti primordiali, inorridita alla vista di questa posterità incestuosa, li rinchiude nel seno della Terra, in altri termini tenta di annientarla – alla fine, per istigazione di Gea, viene castrato dal proprio figlio Kronos, divenuto probabilmente a sua volta il giovane amante della madre.

Così Kronos, che mette in atto lo stesso procedimento – però, edotto dall’esempio del padre, fa scomparire i figli non già nel seno della madre ma nel proprio – è anch’egli castrato da Zeus, l’ultimo dei suoi figli, diventato a sua volta l’amante della madre.
Così, infine, in certe leggende lo stesso Zeus si accosta a Cibele, identica a Rea, quindi sua madre, ma riesce con un’astuzia a sfuggire alla conseguenza dell’incesto perché al momento di offrire il proprio sesso a Cibele la inganna offrendole i testicoli di un toro, esempio, come abbiamo visto, seguito dagli iniziati al culto di Attis.

La castrazione appare il castigo dell’incesto, peraltro inevitabile, perché in sua assenza non ci sarebbe creazione dato che questa è in partenza autosacrificio.
È quindi lo stesso atto divino riprodotto dagli uomini sacrificando agli dèi.
Nella Creta minoica, i corpi dilaniati erano sparsi sulla terra allo scopo di fecondarla. A questo fine, l’organo generatore era di gran lunga la più efficace di tutte le parti del corpo. Invece di far perire la vittima, ci si poteva limitare a castrarla, cioè a impedirle di riprodursi.
L’ultima tappa di questo procedimento riduttore è la circoncisione, surrogato attenuato della castrazione.

(Brosse, Mitologia degli alberi)