Dulcis in fundo

uomo-pesceNelle tavolette mesopotamiche, Adapa figura come il primo della lista dei Sette uomini-pesci o Geni sottomarini, che prima del Diluvio trasmisero agli Uomini i sacri me, «i pesi e le misure», di cui erano venuti a conoscenza «naufragando» nelle acque dell’Apsû – nelle «acque dolci» delle fonti che sgorgano dall’Abisso, nelle acque dei pozzi che risalgono da Eridu, dal misterioso regno dove tuttora brilla la stella di Canopo, la stella del Pilota.

Questi «pesci d’acqua dolce», capaci di non disperdere la dolcezza dei sacri me nel vasto Oceano di acque salate, queste «carpe di sapienza» (apkallu) che s’inabissano negli oscuri fondali della Sapienza, per carpire e portare a galla la conoscenza di nuove arti e tecniche – a quel che si racconta, insegnarono agli uomini a irrigare i campi, a costruire dighe e canali, insomma a praticare l’agricoltura e a spingersi in quel nuovo stile di vita che, in una parola, noi sbrigativamente diciamo «neolitico».

Sette Sapientissimi che – come dice il Racconto – a uno a uno, per quanti erano i «cieli inferi», li penetrarono tutti senza affogarci. A uno a uno, chi per un motivo chi per un altro, si tuffarono in mare e, discesi che furono nel fondo più profondo, raggiunsero laggiù, «in basso», la residenza del loro dio padre-patrono Ea (in accadico), Enki (in sumerico).

Laggiù, in quella Casa in Fondo al Mare Salato, all’altro polo dei cieli, abita un vecchio «dio in esilio», un dio espatriato come il nostro Saturno/Kronos nella sua remota Ogigia. Laggiù, nel fondo senza fondo, il dio a uno a uno accoglie e «battezza» come suoi figliocci i Sette Sapientissimi che hanno «dolcificato» quell’acqua salata che, nell’immersione, hanno dovuto per forza ingoiare.
E proverai come sa di sale lo pane altrui …

Laggiù, il dio li «istruisce» in modo che possano sfuggire alla sentenza di morte che pende sul capo di tutti gli audaci Esploratori del Profondo, di tutti i più arditi Tuffatori in cerca di nuovi sapori e nutrimenti, di cui cibare la Sapienza di quell’Umanità che tutti gli altri dèi, a eccezione di lui solo, del Vecchio Eremita soltanto, vorrebbero vedere estinta – perché divenuta ormai troppo numerosa, o troppo rumorosa, che poi è la stessa cosa.

Oannes-DagonIl vecchio Esule li battezza. Che altro potrebbe fare, Lui che è Signore soltanto dell’Acqua di vita? Il vecchio li «annacqua», e il Gesto dice tutto. Dice che l’Acqua lava, purifica, emenda, deterge, e così ricrea il mondo. Dice che non c’è bisogno del Sangue dei sacrifici. Dice basta a questo «resto» che ancora avanza dell’eredità del Cannibale.
Gli dèi, i Signori della Follia, i Tiranni che ci vogliono far impazzire, che vogliono vederci che ci scanniamo a vicenda – sono incompatibili con la «nuova» umanità che si sta affacciando al mondo: la Moltitudine – che è tutta un’altra cosa, non bisognerebbe mai smettere di ripeterselo: tutta un’altra cosa del piccolo clan, gruppo, famiglia o tribù.

Tanto per dirne una, è la Moltitudine a fare Es, inconscio. L’inconscio è sempre collettivo – nel senso, non importa se o no junghiano, che finché parliamo a due o a tre (meglio se il terzo è un «morto»), sappiamo di chi e di che cosa parliamo. Ma là dove vige e impera il Discorso della Gente, la Chiacchiera della polis, l’inciucio permanente – è il parlare stesso a creare inconscio, a fare, come si dice volgarmente, di ogni parlante un asino in mezzo ai suoni.

Quest’altra Umanità, a noi così vicina – questa prima Umanità «storica», questa Ultima Arrivata, è nata Moltitudine.
Come suggerisce Lévi-Strauss, dev’esserci stato un balzo nella Cucina, e insieme una nuova Produzione materiale (in particolare dei beni di prima necessità), perché si potesse sfamare una Moltitudine. Ma una volta sfamata, eccola presto alle prese con i problemi della coesistenza.
Problemi «linguistici» innanzitutto.
Problemi «di parentela», di obblighi e di scambi reciproci, per la cui gestione necessitano nuove Regole e nuove Istituzioni.

Fine di un mondo.
Non è la prima, e non sarà nemmeno l’ultima Fine del Mondo.
Servono soltanto nuove matematiche, nuove algebre, nuove scienze, capaci di trovare simmetrie e contrappesi, di fare giustizia secondo nuove leggi.
Ma dove andarle a prendere? – questa è la domanda.

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Mijo Kovacic – Sodoma e Gomorra

Ce ne sono «di riserva», questo dice il Racconto Antico.
Dice che quando finisce l’acqua, quando la Stagione si fa sterile, secca e asciutta, quando le Donne non cadono più dal cielo a dissetare la libidine di Apollo – il Racconto dice che la Moltitudine sopravvive all’estinzione solo a condizione che qualcuno vada laggiù, nella Casa in fondo al Mare Salato della nostra Intelligenza, a ripescare la «dolcezza» [della Madonna] smarrita.
Il Racconto dice che c’è dell’Acqua Dolce «di riserva» sul fondo del nostro essere «umano». Dice che la Nuvola, piovendo, è caduta in terra e ha fecondato. E che a terra però l’acqua s’è impantanata e non sa più per quale via tornare in cielo.
Il Racconto dice che l’Acqua è solo momentaneamente prigioniera della terra. Che la via per riconquistare il suo rango gliela trova lo stilnovista che, per esserne fecondato, la cerca fin laggiù, sui neri fondali del Mare Salato.
Del Mare, dovrei dire, che a ogni Narciso risulta salato.

Il Racconto dice che, in fondo alla ferocia dei nostri istinti, si cela ancora uno strato più profondo, un «Basso» più basso ancora dei nostri inguini, che lo chiami Eridu, Ogigia, Canopo o Eremo di sant’Antonio – che differenza fa? laggiù è dolce stilnovo, laggiù si parla ancora la lingua delle illuminazioni di Madonna Intelligenza, laggiù si vedono le Voci delle «Femmine Piangenti», di quelle che fecero a pezzi Orfeo, laggiù si cantano nuove intuizioni, laggiù si accendono nuove scintille, laggiù si fanno nuove scoperte.

Tutti i Tuffatori si tuffano nel loro narcisismo.
Ne riemergono, stando al Racconto, solo quei Sette Sapientissimi che seppero portare lo sguardo di Narciso fino in fondo all’Immagine Seduttrice senza farsi stregare dalle Smorfie della Femmina. Solo quei Sette che continuarono a curiosare nei loro propri istinti, finché non «scesero nel Carro» della loro stessa visione, e il Carro non li portò fino alla Fonte di chiare, fresche, dolci acque – come dice il Poeta – a quella Fonte d’acqua viva esiliata sul fondo della loro creatività.
L’acqua di questa Fonte, dice il Racconto, da sé, non viene a galla.
Bisogna scavare un pozzo nella terra delle proprie «illuminazioni». Bisogna scendere all’inferno delle proprie «visioni», per aprire una via di fuga alla «divina» Immaginatrice.

tomba-tuffatore-Paestum
Paestum – La tomba del tuffatore

Di questi Sette «uomini-pesci» Adapa era il Primo della Lista, qualcosa come il nostro Dante.
E tuttavia di lui che cosa avanza? Il resto di niente.
Appena un gesto, solo quel Gesto, il gesto del Battista che lava e deterge dalla sporcizia degli istinti.
Furono i nuovi Padroni di Mesopotamia, assiri e caldei, ad «assimilare» Adapa al loro Oannes, e più tardi, i primi cristiani al loro Giovanni Battista.

È lecito supporre senza esitazione di sorta che lo stesso sincretismo Giovanni-Oannes, che appare così naturale negli gnostici neo-babilonesi [ovvero: i mandei] sia esistito anche tra i più immediati discepoli ebrei del Battista, dal momento che un’influenza della credenza babilonese in incarnazioni sempre nuove dell’Oannes primordiale – Berosso conosce ben sei di queste reincarnazioni avvenute nel passato – sulle speranze messianiche del giudaismo posteriore è lungi dall’essere credibile.
(Eisler, Orpheus the Fisher, 1921)

Che sia un battesimo d’acqua dolce, come quello che Giovanni-Oannes pratica nel Giordano, o un rito della coppa d’acqua salata, come si celebra presso certi gnostici musulmani, rimane in vigore sempre uno stesso codice, sia pure a segni invertiti: un codice, ai cui due poli stanno sempre e solo dolce e salato.
Rimane sempre e solo lo straccio di un rito equivoco, a dispetto di tutti gli sforzi per fissarne l’ortodossia. È sempre così quando «muore» un dio. Le lodi gli sopravvivono. Trapassano a nuovi dèi. Fanno, a volte, i salti mortali per saltare di palo in frasca. Gli ultimi arrivati, gira e rigira, devono vestirsi di panni usati.

Gli ultimi non dispongono che delle lettere di antiche lingue morte. Lettere di un alfabeto «non contadino», di cui la nuova Moltitudine «neolitica» si appropria per scaramanzia. Sanno di dovere la loro sopravvivenza ai creatori di chissà quale alfabeto a cui appartenevano quelle lettere, e perciò le lasciano sopravvivere, anche se le costringono a «tacere» la loro antica follia «sottomarina».
È solo per scaramanzia che tengono in vita i nomi, e soltanto i nomi, di Tammûz e Jamshîd (il Gizzida del testo sumerico). Ma a essere nominati non sono più gli antichi «guardiani» delle Porte dell’Abisso. Non sono più quelli che ogni «naufrago» doveva, una volta, farsi amici sulla «via della discesa» (all’inferno). No, adesso quei nomi nominano solo «spiriti del grano», «del pisello» o «del fagiolo». Adesso, ciò che conta è solo sfamare la Moltitudine.

E poco importa se, adesso, non ci sono più gli apkallu, i Sapientissimi di una volta. Adesso, bastano gli ummânu – bastano le mezze calzette, e i pappagalli che tradiscono a memoria la tradizione che dicono di tramandare.
Che ci vuole per attestare la loro sapienza? Basta un pezzo di carta, il certificato di battesimo. Il resto non serve, è leggenda, è favola, è racconto. Buttalo via, non dargli credito!
Il paradosso però è questo: che il Rimosso, quanto più lo si respinge nei riti inconsci della Parola – nelle favole a cui i «nuovi sapienti» rifiutano ritualmente ogni credito – tanto più esigente, quando è l’ora, ritorna a esigere gli interessi del debito.