Maya – La vendetta di Hunahpú e Ixbalanqué

Hunahpu-Ixbalanque-danze

Hunahpú e Ixbalanqué riapparvero cinque giorni dopo. Furono visti dalla gente nuotare nell’aspetto di uomini-pesce, e subito i Signori di Xibalbá tornarono a dare loro la caccia per tutto il fiume.
Il giorno seguente si presentarono due mendicanti: avevano visi da vecchi e apparenza misera, erano vestiti di stracci. Non avevano un aspetto raccomandabile agli occhi della gente di Xibalbá. Ciò che facevano, era tutta roba di poco conto: danzavano. Ma facevano anche dei giochi di prestigio: appiccavano il fuoco alle case, e queste all’istante tornavano come erano prima. La gente di Xibalbá assisteva con grande meraviglia. E la meraviglia fu ancor più grande quando li videro che si tagliavano a pezzi, si uccidevano l’un l’altro, ma appena l’uno cadeva a terra disteso, l’altro subito lo richiamava in vita.

La notizia delle loro danze miracolose giunse presto alle orecchie dei Signori Hun-Camé e Vucub-Camé. Quando ne furono informati, subito esclamarono: «Chi sono questi due orfani? E veramente fanno tanto divertire?».
«Davvero le loro danze sono bellissime, e così ogni cosa che fanno», rispose quello che aveva portato loro la notizia.
Allora i Signori mandarono a chiamare i messaggeri e dissero loro: «Dite a quei due di venire qui, affinché noi possiamo vedere quel che fanno, e pure noi meravigliarci e considerarli con ammirazione».

I messaggeri andarono e riferirono il messaggio a Hunahpú e Ixbalanqué, ma questi risposero: «Noi non vogliamo venire perché francamente ci vergogniamo. Come non dovremmo vergognarci di comparire nella casa dei Signori col nostro brutto aspetto, coi nostri occhi così grandi e con la nostra misera apparenza? Non vedere che siamo solo due poveri danzatori? Come potremo fare noi le nostre danze dinanzi ai Signori? Per questa ragione noi non vogliamo venire».
Ma poiché quelli insistevano, alla fine, con le facce meste e con riluttanza e tristezza, andarono, ma per un po’ essi non vollero camminare e i messaggeri dovettero percuoterli più volte sul viso, mentre li conducevano alla casa dei Signori.

Maya-rilievoGiunsero dinanzi ai Signori, timidi e col capo chino; lì si prostrarono, fecero riverenze, si umiliarono. Apparivano deboli, straccioni, dei veri vagabondi.
«Donde venite?», chiesero i Signori.
«Non lo sappiamo – risposero quelli. – Non ricordiamo le facce di nostra madre e di nostro padre: eravamo piccoli quando morirono».
«Bene. Adesso danzate, affinché possiamo ammirarvi. Che cosa volete? Noi vi pagheremo», essi dissero.
«Non vogliamo nulla. È solo che abbiamo tanta paura», risposero ai Signori.
«Non abbiate paura, danzate! E fate prima di tutto la parte in cui vi uccidete l’un l’altro, bruciate questa casa e fate tutti i prodigi che sapete fare. Noi ci riempiremo di ammirazione, e questo è quanto desiderano i nostri cuori. Dopo, vi daremo qualcosa per il viaggio».

Allora Hunahpú e Ixbalanqué cominciarono a cantare e a danzare. Tutti gli abitanti di Xibalbá accorsero a vederli. E li videro tagliare a pezzi un cane e poi richiamarlo in vita – e il cane era veramente felice quanto fu risuscitato, tanto che agitava la coda. E poi li videro appiccare il fuoco alla casa dei Signori di Xibalbá, e un istante dopo la casa tornò integra.
Tutti i Signori erano sbalorditi; le danze ugualmente diedero loro molto diletto.

A quel punto fu detto a Hunahpú e Ixbalanqué di uccidere un uomo e di sacrificarlo, ma senza farlo morire davvero. Ed essi lo fecero: l’uomo fu sacrificato e riportato in vita subito dopo.
I Signori erano strabiliati: «Sacrificate voi stessi, ora! Fateci vedere! Ci piacciono davvero le vostre danze», dissero.
E Hunahpú fu sacrificato da Ixbalanqué: una per una le braccia e le gambe gli furono staccate, la testa fu tagliata dal tronco e fu portata via, il cuore gli fu strappato dal petto e gettato nell’erba.
Tutti i Signori di Xibalbá erano incantati: guardavano pieni di meraviglia, ma in realtà si trattava solo della danza di un uomo.

«Alzati!», disse Ixbalanqué, e in quello stesso istante Hunahpú tornò in vita.
Il prodigio incantò i Signori di Xibalbá a tal punto che nei loro cuori sorse un desiderio ardente per le danze dei due mendicanti. A quel punto non seppero più trattenersi e dissero: «Fate lo stesso con noi! Sacrificateci! Tagliateci a pezzi, uno per uno!».
«Benissimo; dopo tornerete di nuovo in vita. Non ci avete fatti venire qui per divertirvi, voi, i vostri figli e i vostri sudditi?».

Maya-discoE così fu che essi sacrificarono per primo colui che era il capo, Hun-Camé, re di Xibalbá. E, morto Hun-Camé, essi sopraffecero Vucub-Camé, senza però riportare in vita nessuno dei due.
Non appena videro che i loro Signori erano stati uccisi e sacrificati, quelli di Xibalbá fuggirono in un gran burrone. Tutti si accalcarono in quel luogo stretto e profondo. Là si affollarono, ma vennero orde di formiche, che li trovarono e li fecero sloggiare dal fondo del burrone.
In tal maniera, le formiche li spinsero sulla strada, e quando Hunahpú e Ixbalanqué arrivarono, quelli si prostrarono e si arresero, umiliandosi con dolore.

In tal modo i Signori di Xibalbá furono vinti. Solo con un miracolo e col loro travestimento Hunahpú e Ixbalanqué li avevano potuti vincere.
Allora, immediatamente si esaltarono dinanzi a tutto il popolo di Xibalbá, annunciando i loro nomi e i nomi dei loro genitori.
«I nostri padri – dissero – sono coloro che voi uccideste e che si chiamavano Hun Hunahpú e Vucub Hunahpú. Noi siamo i loro vendicatori. Questa è la ragione per cui daremo morte a tutti voi, vi uccideremo tutti e neanche uno solo di voi sfuggirà».

E immediatamente tutto il popolo di Xibalbá cadde ai loro piedi, piangendo: «Abbiate pietà di noi! è vero che peccammo contro i vostri padri, ma non uccideteci!».
«Bene: questa è nostra sentenza, e ora ve la diremo. Poiché non esiste più la vostra grande potenza, il vostro rango sarà abbassato. Il gioco della palla non sarà più per voi. Voi invece passerete il vostro tempo a fare vasi di terra, tinozze e pietre per macinare. Soltanto i figli della boscaglia e del deserto vi rivolgeranno la parola. I nobili non si assoceranno a voi e fuggiranno la vostra presenza».

Così sentenziarono, per tutti gli abitanti di Xibalbá, la fine della loro grandezza e la decadenza del loro impero.
Poi si levarono in mezzo alla luce e immediatamente salirono al cielo. A uno fu dato il sole, all’altro la luna. Allora l’arco del cielo e la faccia della terra furono illuminati.
Da allora è là che essi abitano, lassù – in cielo.