Griaule – La terza parola e il granaio di terra pura

Nommo-coppia-dogon

Ogotemmeli non aveva un’idea chiara di quel che fosse avvenuto in cielo dopo la metamorfosi degli Otto Antenati in Nommo. Certamente gli Otto, dopo aver lasciato la terra al termine delle loro opere, avevano raggiunto la regione dove regna la coppia primordiale, autrice della loro trasformazione. E certamente questa aveva autorità sugli altri e non s’era fatta scrupolo di imporre loro subito un’organizzazione e delle regole di vita.

Ma non apparve mai chiaramente perché questo mondo celeste si agitasse poi fino alla rottura, né perché questi disordini dovessero avere come conseguenza una riorganizzazione del mondo umano, se poi questo non aveva nulla a che fare con essi.
Poiché, alla fine, gli Otto ridiscesero sulla terra in un gigantesco equipaggio di simboli dove si era insediata una Terza e definitiva Parola necessaria al funzionamento del mondo moderno.

Ad ascoltare Ogotemmeli con rassegnazione, si otteneva soltanto questa risposta evasiva: «I geni non cadono dal cielo che per collera o per uno spintone».
Ogotemmeli aveva manifestamente coscienza della infinita complicazione dei disegni di Dio o dei geni che lo sostituivano, e ripugnava a darsene una spiegazione.
Malgrado ciò, riuscì a precisare un quadro modesto ma soddisfacente di questo oscuro periodo.

La coppia Nommo aveva accolto in cielo gli Otto rigenerati. Ma, pur partecipando tutti di una stessa essenza, i più anziani avevano sui nuovi venuti i diritti della genitura superiore e li organizzarono perciò in un sistema di regole, la più gravosa delle quali era la reciproca separazione e il divieto di frequentarsi.
Come la società degli uomini, infatti, per la quale il numero è fattore di disordine, anche quella celeste sarebbe precipitata nel caos, se tutti i suoi membri si fossero riuniti.

digitaria-fonioGarantita da questa regola, la nuova generazione di Nommo doveva però sconvolgere il suo destino, violandola.
Dio aveva dato agli Otto un insieme di otto semi destinati al loro nutrimento e di cui il Primo Antenato era responsabile. L’ultimo di questi otto semi, la Digitaria, era stato pubblicamente disprezzato dal suo destinatario, col pretesto della sua piccolezza e della scomodità della sua preparazione. Egli arrivò addirittura a giurare che non ne avrebbe mai mangiato.

Venne tuttavia un periodo critico nel quale tutti i semi si esaurirono, tranne l’ultimo. Il Primo e il Secondo Antenato, che avevano già infranto il precetto di separazione, si riunirono per consumare l’ultima provvista. Questo atto spinse al colmo la dismisura: esso segnava, infatti, la prima colpa commessa attraverso la rottura della parola data.
I due Antenati divennero impuri per il mondo celeste, cioè la loro natura divenne incompatibile con la vita celeste.

Decisero allora di lasciare quelle regioni dove si sentivano stranieri, e gli altri dèi, solidali, si unirono a loro. Inoltre, essi volevano fuggire portando via con sé tutto ciò che poteva essere utile agli uomini, tra i quali sarebbero tornati.
Fu allora che il Primo Antenato, senza dubbio con l’occhio benevolo di Dio e forse col suo aiuto, cominciò i preparativi per la partenza.

Gli fu dato un paniere intrecciato, con l’apertura circolare e il fondo quadrato, che doveva servire al trasporto della terra e dell’argilla necessarie all’edificazione di un sistema del mondo di cui egli sarebbe stato uno degli artefici.
Questo paniere servì innanzitutto da modello a un altro canestro di grandi dimensioni; l’Antenato lo costruì in posizione rovesciata, col fondo quadrato di otto cubiti per lato che faceva da tetto, e l’apertura di venti cubiti di diametro poggiata al suolo; l’altezza era di dieci cubiti.

Dogon-granaio-fusaioloSu questa armatura egli applicò della creta estratta dalla terra celeste, e, nel suo spessore, scolpì, a partire dal centro di ciascun lato del quadrato, una scalinata di dieci gradini orientati verso uno dei punti cardinali.
Nel sesto gradino della scala nord, praticò un’apertura che permetteva di accedere all’interno formato di otto compartimenti disposti su due piani.

Simbolicamente, l’edificio così costruito aveva questo significato: la base circolare rappresentava il sole; il tetto quadrato raffigurava il cielo; un cerchio, proprio al centro del tetto, rappresentava la luna; ogni piano orizzontale dello scalino essendo femmina e ogni piano verticale maschio, l’insieme delle quattro gradinate di dieci gradini prefigurava le otto decine di famiglie nate dagli Otto Antenati.
Ogni gradino faceva da sostegno a una categoria di creature ed era in rapporto con una costellazione: la scalinata settentrionale, corrispondente alle Pleiadi, sosteneva gli uomini e i pesci; la scalinata meridionale, la Cintura di Orione, accoglieva gli animali domestici; la scalinata orientale, Venere, era occupata dagli uccelli; la scalinata occidentale, corrispondente alla stella detta «a grande coda» [lo Scorpione], portava gli animali feroci, i vegetali e gli insetti.

A dire il vero, l’immagine del sistema del mondo non era uscita di getto e senza difficoltà dalle parole di Ogotemmeli.
«Quando l’Antenato è sceso dal cielo – aveva detto in principio – egli stava in piedi su un pezzo quadrato di cielo, non molto grande … press’a poco come una stuoia per dormire. Un po’ più grande, però».
«E dove aveva preso questo pezzo di cielo?».
«Era un pezzo di terra di cielo».
«Ed era spesso?».
«Sì, come una casa. Era alto dieci cubiti, con delle scale da ogni lato he indicavano i quattro punti cardinali».

dogon-paniereIl cieco aveva alzato la testa, che teneva sempre rivolta a terra.
Come spiegare queste forme geometriche, questi gradini, queste precise dimensioni? L’Europeo, all’inizio, aveva creduto di capire che si trattasse di un alto prisma fiancheggiato da quattro scale disposte a croce; tornava sempre, con insistenza, su questa forma che voleva comprendere esattamente, e il suo interlocutore, senza impazienza, sperduto nelle sue tenebre, cercava a tentoni dei nuovi particolari.

Finalmente, una specie di sorriso sciolse il suo volse devastato: Ogotemmeli aveva trovato!
Sporgendosi all’interno della sua casa, quasi disteso sul dorso, frugò tra gli oggetti che stridevano, suonavano vuoto, raschiavano il suolo sotto la sua mano. Nel vano della porta restavano di lui soltanto i ginocchi magri e i piedi aggrappati alla roccia del cortile. Il resto spariva nell’ombra. L’alta facciata era come un enorme volto appoggiato con la bocca a due tibie minuscole.

Dopo qualche strappo, un oggetto uscì da quelle profondità misteriose e venne a inquadrarsi nello stipite.
Era un canestro annerito dalla polvere e dalla fuliggine interna, un paniere con un’apertura rotonda e il fondo quadrato, sfasciato, slabbrato: una preda della miseria.
La cosa andò a posarsi davanti alla porta perdendo dei fuscelli e il vecchio ricomparve per intero, con la mano sull’esempio recalcitrante.
«Non serve più che a rinchiudere i polli», disse.
E passando lentamente le mani su quella rovina, spiegò il sistema del mondo.

(Griaule, Dio d’acqua)