Piangendo e ridendo

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre
se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver che discernesse
della vera città almen la torre.
(Dante, Purgatorio, 16: 85 ss.)

Esce da lui/Lui, dalle sue mani – dalle Sue «due» mani.
Esce dalle due mani del Creatore – la creatura.
Esce Donna – «a guisa di fanciulla», e trascorre l’infanzia («pargoleggia») piangendo e ridendo. Non ha altro linguaggio per tutta l’infanzia. Conosce e pratica solo il pianto e il riso, e questo è tutto il suo «parlare».
Finché è lassù, non distante dalle Mani da cui è uscita, la Donna, l’Anima, la Semplice «nulla sa», non ha sapienza alcuna. Quando «piange», cade dalle nuvole, e quando «ride» prova a risalire al Rango Celeste da cui è scivolata giù nelle sue stesse lacrime.

cintura-HorusNoi uomini abitiamo nella Valle delle sue lacrime. Abitiamo nella Valle dove le sue lacrime sono state raccolte. Ne sono bastate tre, per fare tutte le dimensioni della nostra Terra. Sono le tre stelle della Cintura di Horus che, la notte, da lassù prendono le misure alla distanza del Figlio dalla Madre. Alla crudele lontananza dello sguardo di Narciso dall’Immagine che contempla, e che solo le sue lacrime, piovendo, possono raggiungere.

Il Fattore l’ha fatta così – che non «sa nulla, salvo che» la Letizia la spinge a «ritornare a ciò che la trastulla». Ride, gioisce, è Lieta solo se e quando «ritorna», solo risalendo al suo «duende», alla Fonte da cui sono cadute le acque vive del suo pianto, le acque che hanno fecondato la nostra Valle. Non le acque marce, non le acque stagnanti, non le acque di palude, ma le acque delle Nuvole, le acque vivificanti – la manna dal cielo sul nostro deserto.

Piangere è discendere, ridere è ascendere.
La Pargoletta non sa «parlare» che queste due sole Parole.
Eppure eccola già, con questo minimo linguaggio, alle prese coi suoi desideri, coi suoi peccatucci di gola. Eccola che «di picciol bene in pria sente il sapore».
Non ha sapienza, la Pargoletta, però sente i Sapori. La Pargoletta ha, dunque, un Gusto. E questo Gusto la guida, solo la sua propria individuale Golosità la «muove» a cercare Letizia – la liana per risalire, una volta sazia, in cielo.

Lungo questa liana, la Pargoletta ha preso l’abitudine di scendere quaggiù a rubare qualcosa dalla nostra Credenza. Piccole cose, chicchi di mais, ninnoli e fronzoli di poco conto. Non s’è fatta ancora allettare dalla nostra «carne», dalle carne delle nostre «prede», eppure – dice il Poeta – essa già «s’inganna»: quivi, nel repertorio delle piccole golosità, già si annida l’Inganno, il Furto, la Clandestinità del Gesto, la Malizia infantile di cui il Gusto si serve per andare a segno.

Magritte-chiave-campi
Magritte – La chiave dei campi

S’inganna – ora lo possiamo dire – perché «crede» a ciò che vede, ai colori, alle luci di superficie, crede a ciò che vede nello specchio delle sue brame, a ciò che le sue brame disegnano sullo specchio, al miraggio dei fiori che spuntano sul vaso, e mentre così «crede», di fatto non vede che finzioni e contraffazioni «linguistiche». Non vede persone, non vede corpi – vede Tipi, e li vede a immagine e somiglianza dei colori delle sue brame. Vede l’Altro nel caleidoscopio del suo «ideale dell’io», dice dal canto suo il Dottore.
S’inganna – perché è entrata, a sua insaputa, nel Paese dei Balocchi. Dove tutto è finto, tutto è truccato – per ingannare, per sedurre e divorare l’Altro.

Perché a questo gioco quaggiù si gioca: a tipizzarsi a vicenda.
Una volta che il Gusto l’ha «mossa» a scendere dal Rango Celeste – da quel Rango che Mastro Dante sta qui cercando di riconquistarsi salendo per le balze del Purgatorio – una volta che è stata catturata nel Gioco dei Tipi Ideali, nell’Immaginario del suo Desiderio, la Pargoletta subito «dietro ad esso corre / se guida o fren non torce suo amore».
Bisogna che qualcuno alla Pargoletta «insegni» a non correre subito dietro a tutti i richiami, a tutte le onde che increspano la Superficie del suo Oceano immaginario.
Bisogna che un Maestro di Parola la «guidi» (e, ahimé, la «freni») in questo Traumatico passaggio dalla Prima alla Seconda Parola. Ha bisogno di un Maestro che la porti per mano – proprio come fa Virgilio a Dante (sennò, non ci capiamo!) – di un Maestro che l’aiuti a ritrovare la liana della Gioia, ora che il suo Gusto è finito in pianto.

Un maestro esperto delle vie della Città Simbolica, che conosce gli agguati e le insidie dei Segni, le contraffazioni e le finzioni Retoriche, e le Arti – tutte: del Trivio e del Quadrivio, dalle più triviali e volgari alle più nobili e sublimi.
La Pargoletta è stata adescata dall’Altro a cui voleva sfuggire, e c’era quasi riuscita, sennonché s’era fatta, intanto, una sua idea dell’Altro: senza saperlo, perché la Pargoletta non ha nessuna sapienza, essa intanto che idealizza se stessa, sta producendo, a sua insaputa, il Tipo che la sedurrà.
Lo sta producendo a sua immagine e somiglianza, là sotto – senza saperlo: sta partorendo il suo stesso Tipo, il suo Carattere di stampa, la sua calligrafia, la sua Faccia Seducente.

Qualcuno fermi Narciso, prima che si butti! Qualcuno l’avverta, prima che si avventi sulla propria Immagine!
No, è tardi. La falena si è già gettata nel fuoco!
E allora qualcuno gli dia una mano a venirne fuori, dal bruciore di questo desiderio ardente!
Un Maestro di Parola. Parola di Legge ci vuole «per frenare» la frenesia di Narciso. Sennò, la Pargoletta esce pazza!

«Convenne legge per fren porre» al cannibalismo dei nostri desideri infantili. La Legge sta lì a «frenare» i nostri istinti. Bene o male, giusto o sbagliato – non è questo che conta. La Legge sta lì. La Legge parla. Il Maestro, da maestro a maestro, nel Passaparola diacronico e nella Diaspora babelica, non ha mai cessato di ammaestrare, con le buone o con le cattive, i Fantasmi del nostro Gusto single e singolare.
Non ci possiamo fare niente. Noi non siamo gli Antenati dell’Uomo, ma siamo i Tipi d’Uomo che essi, lo sapessero o no, hanno immaginato come il «loro» Futuro.

Lascaux-toro

Se per caso, nel nostro proprio Tipo, c’è un che di nostalgico – non è che un colore sbiadito di un «loro» affresco su una caverna paleolitica.
Siamo noi le Prede che essi pregustavano, noi il Toro e il Cavallo delle loro Cappelle Sistine. Siamo noi gli Eredi delle loro Tragedie. Dei pianti che le loro Madri piansero a ogni pargoletta smarrita. Le Madri si sottomisero alla Legge, o furono sottomesse al Regime di femmine-prede – sottomesse alla Legge, alla Seconda Parola, al Nome del Padre. Agli ordini nel Linguaggio Simbolico.

Che fare? l’inferno è qua, non si può tornare indietro nella Storia.
Il Tipo «deve» misurarsi con la Legge, e attraversare l’Inferno dei Nomi – se vuole una chance di giungere a riconquistarsi il «suo» Riso.
Ora, se i Nomi bastassero con le loro definizioni a porre fine alla corsa della Pargoletta – se i Nomi potessero sfuggire ai giochi di prestigio della Metafora e agli slittamenti «clandestini», alle Malizie della Metonimia, allora sì che ci sarebbe da disperare in una via d’uscita da questo Inferno della Legge Simbolica.

Ed ecco la scommessa di Mastro Dante.
Il Poeta scommette che ci sono maestri e Maestri. Ci sono maestri che ammaestrano alla sottomissione simbolica, e Maestri invece che riconducono la Pargoletta all’incontro, di nuovo, con la sua Immagine, col suo Tipo.
Scommette che la Parola di Legge non ha «terminato» la magia della Parola, che l’ha frenata, l’ha contenuta, l’ha sigillata dietro i simboli, nei decaloghi e nei catechismi vari, ma senza con ciò riuscire a cancellarla.

Ci sono maestri che chiacchierano per sedurre, e Maestri invece sedotti dalle chiacchiere a tal punto da essere discesi dalle nuvole per venire a rubare le tre parole di una vecchia ninnananna – quelle che servivano loro per fare una fune e arrampicarsi fino a quell’altezza a cui, la Madre e i suoi bambini, insieme balbettano il Riso di dio.