Solo con la scoppola del Maestro

Il settimo rango è quello del Maestro di Parola – il rango di colui che ha «la padronanza della Parola». Il suo «posto» è sulla soglia della (Seconda) Parola. Nella Parola (Simbolica) non si entra direttamente, senza la mediazione di un Maestro.
Dante, per intenderci – all’altro mondo non ci va, senza una Guida.

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Jan Steen – Il maestro di scuola

Nella Parola della Legge, nel Linguaggio Simbolico [che è la Seconda Parola] si entra, ma solo con la scoppola di un Maestro che ti «cresimi» al lessico e alla sintassi della Tribù. Si entra lasciandosi «attirare dall’ideale» (parole testuali di Griaule), si entra lasciandosi «sedurre» dal Simbolo e dai suoi giochi di prestigio, soprattutto da quelli «tecnologici»: ossia da quelli il cui logos «dice» una tecnica (nel nostro caso la tessitura) socialmente utile.
Il Maestro t’insegna a «usare gli utensili» che la Storia del Socio mette a tua disposizione. A usarli per il Progresso della Nazione. Eccoti la zappa, per esempio, ma tu sta’ attento a non dartela sui piedi! Almeno, è così che dice Lui, il Maestro, il Settimo Antenato, quello che «scese in terra» prima dell’Ottavo, la Parola. Quello che alla Parola (di Natura) scippò il diritto di Primogenitura.
A quanto si sa, fu solo per un piatto di lenticchie, che il Primogenito se lo lasciò rubare.

La Prima Parola, la parola di cui il Primogenito è naturalmente dotato, è il suo «linguaggio animale». Non c’è un maestro che insegni a vagire al neonato. O che gli spieghi come attaccare la bocca a una mammella. Va da sé, la Natura «parla» la più facile, quella che però noi «nati dopo», noi uomini spuntati «tardivamente» nella Foresta dei «versi animali», noi costretti a «ritardare» la nostra intelligenza naturale per costringerci alla stoltezza umana dei «rinvii a domani», noi no, noi la troviamo la più oscura delle Lingue.
La Natura ha i suoi intimi «codici linguistici». La Natura «parla» la Prima Parola – in tutti i bambini che vengono al mondo. Parla la Parola Immaginale, la Parola del Linguaggio Immaginario.
È questo Linguaggio che bisogna «tradurre» in Simboli (sociali) per accedere a parlare il dialetto di un Popolo, di una Tribù o di un Clan.

Parlare è tradurre da un linguaggio di angeli in un linguaggio degli uomini: tradurre cioè pensieri in parole, fatti in nomi, figure in segni
(Hamann, Æsthætica in nuce)

Tradurre da una sponda all’altra, traghettare la Parola dalla Natura alla Cultura, dalla sua Prima alla Seconda «dettatura»: ecco cos’è parlare parole umane, parole sociali – fosse anche per dissociarsi!
Caronte ti avverte, il Vecchio Maestro di Parola, prima d’imbarcarti, te lo dice a chiare lettere: di là, sull’altra sponda, io non traghetto che Narcisi morti.
Come puoi tu, Narciso vivo, tu che ancora vivi le tue primitive fantasie, tu che ancora t’interroghi sull’enigma che, muto, ti rivolge dallo specchio la parola – come pensi, dimmi, di passare indenne questa Frontiera?

Un Acheronte «separa» le due Parole: il Linguaggio immaginario di Narciso e quello simbolico del Santo Fiore che spunta sulla sua tomba.
Questo, dice Dante, questo è quanto ho imparato dal mio Maestro di Parola.
Ho appreso che, se voglio sapere chi è che parla dalla mia bocca, devo fare marcia indietro nella memoria e ritornare al Trauma che mi Tradusse su quest’altra sponda della Parola – dove in luogo dei pensieri si scrivono parole, invece delle immagini si dicono nomi, e al posto delle Figure del mio desiderio si appongono i segni della Censura Sociale nel nome di Amore.

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Utensili – pensieri, immagini e figure – che il Maestro t’insegna come dove e quando manipolare. In quale ordine ordinare i Fatti (Wittgenstein) o gli Affetti (Heidegger) del tuo narcisismo, per santificare «costui che adesso sei» al posto di Quell’Altro, il defunto, la buonanima, l’angioletto, lo spiritello che all’orecchio, a volte, ancora ti sussurra: non starli a sentire, vieni via con me, che ti porto da un’altra parte!
Uno spiffero di vento, un maligno … uno Sciacallo che parla ancora la Prima Parola, che parla ancora la sua propria narcisistica immaginazione.
È ancora attaccato alla Mamma. Un resto di placenta linguistica gli è ancora appiccicato sulla pelle. Perciò balbetta ancora frammenti di quella sua prima, la più antica sua parlata.

C’è dunque parlare e parlare! C’è il parlare muto delle immagini, e c’è il parlare verboso delle parole.
Sono due «fratelli gemelli ermafroditi» che si seducono (o almeno ci provano) a vicenda. Il più delle volte però, se le danno di santa ragione, e non c’è altro modo di dire «alla lettera» ciò che tra loro succede, quando entrano, si dice così, in conflitto. Perché Santa è sempre e solo la Ragione che sanziona chi dei due è il Vincitore.
Vince sempre il Socio, naturalmente. Vince il Padrone del Gioco, vince il SI dei «si dice»!
Questo, dice Dante, ho appreso.
Ho appreso che

vuolsi così colà dove si puote

e che è assolutamente vietato farsi domande, perché tanto si va tutti dritto all’inferno! Tutti, ineluttabilmente, diventando «uomini», si sprofonda nella Chiacchiera Sociale, nei suoi tabù, nelle sue paranoie, nelle sue angosce, nelle sue bestemmie, nei suoi totem, e – soprattutto – ahimé, nel suo Inconscio.

Dove credevi di andare – una volta che Desiderio ti è stato Evirato?
Era, ed è, il prezzo da pagare alla Dogana tra immaginario e simbolico.
Altro che chiacchiere! La Chiacchiera si fonda sul Gesto che ammutolisce tutti alla Frontiera, e così li battezza: Ora sei uno di noi!
Il tuo corpo dovette essere mutilato, per diventare organo del Corpo Sociale. Perché tu divenissi macchina al servizio della Macchinazione Popolare. Perché i tuoi Fantasmi potessero giocare (a perdere, ovviamente) coi Signori di Xibalbá.

Su, forza, bambini – venite a giocare! A giocare al gioco dell’Uomo.
Ecco perché sono tornato – dice il Poeta – su questa riva dell’Acheronte.
Perché ho ancora voglia di umanizzarmi, anche se a quest’ora è tardi.
È tardi – perché il desiderio mi è già stato circonciso tanti anni fa. Eppure, lo sento ancora vivo e sofferente sotto la mia pelle.
Sono venuto a giocare al gioco dei segni, ho imparato anch’io l’alfabeto della Parola Simbolica, ho avuto anch’io i miei buoni maestri di scuola. E tuttavia, c’è un’immagine che è la stessa pupilla del mio occhio. E perciò, voglio o non voglio, ogni volta che mi affaccio al mondo, non ci posso fare niente: io vedo Lei, e se non La vedo, La cerco anche dove non c’è.
Sono pronto a cercarla perfino all’inferno. Fin dentro le più nere e più bestiali bolge simboliche. Perché sono certo, e questa è la mia follia, che in fondo al pozzo di Narciso c’è un Riso che aspetta che io vada a riderlo, prima che sia troppo tardi.