Cervantes – Il ponte di Sancio Panza

Quel giorno Sancio Panza tenne udienza, e la prima cosa che gli capitò fu un quesito che un forestiero gli pose, in presenza del maggiordomo e degli altri compari; ed era questo:

Sancio-Panza-governatore«Signore, un ampio fiume divideva in due parti una proprietà … E stia bene attenta la signoria vostra, perché la questione è importante e piuttosto complicata. Dico dunque che su questo fiume c’era un ponte, e in capo al ponte una forca e una specie di tribunale, dove di solito c’erano quattro giudici che applicavano la legge imposta dal signore del fiume, del ponte e della proprietà, che diceva così: “Se qualcuno attraversa questo ponte da una parte all’altra, deve prima dichiarare sotto giuramento dove va e che cosa va a fare; e ove dichiari il vero, lo si lasci passare; ove invece dichiari il falso, sia, per questo, impiccato sulla forca che lì si vede, senza alcuna remissione”. Conoscendo questa legge, e la sua severità, molti passavano e in ciò che dichiaravano si vedeva subito che dicevano la verità, e i giudici li lasciavano passare liberamente. Capitò infine che, richiesto il giuramento a un tale, questi giurò e dichiarò col giuramento che faceva, che andava a morire su quella forca, e basta. I giudici stettero a riflettere su quel giuramento e dissero: “Se quest’uomo lo lasciamo passare liberamente, allora egli avrà giurato il falso, e secondo la legge, deve morire; se lo impicchiamo, egli ha giurato che andava a morire su quella forca, e avendo dichiarato il vero, per la stessa legge dev’essere libero”. Si domanda alla signoria vostra, signor governatore, come devono regolarsi i giudici con quell’uomo; perché fino a questo momento essi sono in preda al dubbio e alla perplessità. E avendo avuto notizia dell’alta e sottile intelligenza della signoria vostra, hanno mandato me a supplicarla da parte loro di voler dare il suo parere in questa complicatissima e dubbia questione».

Al che Sancio rispose: «Per la verità, codesti signori giudici che vi hanno mandato avrebbero potuto benissimo farne a meno, perché io sono un uomo più grasso che sottile; ma ciò nondimeno, ripetetemi un’altra volta tutta quanta la questione: può darsi che riesca a vederci giusto».

L’interrogante tornò a ripetere non una, ma diverse altre volte ciò che aveva già detto, e Sancio disse: «Secondo me, questa faccenda ve la risolvo in quattro e quattr’otto. Dunque: quell’uomo giura che va a morire sulla forca; e se vi muore, ha detto la verità, e per la legge che c’è, merita di esser lasciato libero e di passare il ponte; se invece non lo impiccano, allora ha giurato il falso e per la stessa legge merita che lo impicchino».
«È come dice il signor governatore – disse il messaggero –; e per quanto riguarda i termini della questione, li ha intesi come meglio non è possibile e senza dubbio di sorta».

«Allora dunque io dico – replicò Sancio – che di questo uomo, la parte che giurò la verità la si lasci passare, e quella che dichiarò il falso la impicchino, e in questa maniera saranno osservate alla lettera le condizioni del passaggio».
«Allora, signor governatore – replicò l’interrogante – bisogna che quell’uomo sia diviso in due metà, quella bugiarda e quella veritiera; e se si divide, dovrà per forza morire, e allora non si ottiene nulla di ciò che esige la legge, mentre è formalmente prescritto che debba attuarsi».

Sancio-Panza-udienza

«Venite qua, signor buon uomo – rispose Sancio –: quel passeggero che voi dite, o io sono un cavolo, o ci sono tante ragioni perché muoia quante ce ne sono perché viva e passi il ponte; perché se la verità lo salva, la menzogna lo condanna ugualmente; e se è così, come di fatti è, sono dell’avviso che riferiate a quei signori che vi hanno mandato da me, che dal momento che le ragioni per condannarlo e quelle per assolverlo sono in bilico, lo lascino passare liberamente, perché merita più lode far del bene che far del male; e questo sarei pronto a sottoscriverlo col mio nome, se sapessi firmare; anche se in questo caso io non ho parlato in proprio, perché m’è venuto a mente uno dei vari precetti che mi diede il mio padrone don Chisciotte la notte prima che venissi a fare il governatore di quest’isola: e cioè che quando la giustizia era in dubbio, mi inclinassi e rimettessi alla misericordia; e Dio ha voluto che ora me ne ricordassi, perché in questo caso capita proprio a proposito».

«È proprio così – disse il maggiordomo –, e per conto mio credo che lo stesso Licurgo, che diede leggi ai Lacedemoni, non avrebbe potuto dare una sentenza migliore di quella che ha dato il gran Panza. E con ciò si chiuda l’udienza per questa mattina, e io disporrò che il signor governatore mangi a suo piacimento».
«Proprio quello che voglio: e niente trucchi – disse Sancio –: mi si dia da mangiare e poi mi piovano pure addosso quesiti e dubbi, che io li risolverò a volo».

(Cervantes, 2: 51)