Griaule – La seconda parola e la tessitura

Ogotemmeli cominciò a enumerare gli otto antenati primordiali nati dalla coppia plasmata da Dio.
I quattro più anziani erano maschi; femmine gli altri quattro. Ma in virtù di una grazia che doveva toccare solo ad essi, potevano fecondarsi da soli, essendo doppi e di due sessi.
Di qui la discendenza delle otto famiglie dogon.

dogon-antenatiL’umanità infatti si organizzava nel compromesso. La nascita unica [non gemellare], calamità permanente, trovava un debole rimedio nella concessione di un’anima doppia che il Nommo disegnava sulla terra accanto alle partorienti.
Essa veniva incollata ai neonati tenendoli sospesi per le anche sopra l’immagine, in modo che mani e piedi toccassero il suolo. Poi, l’anima superflua veniva recisa al momento della circoncisione e l’umanità proseguiva stentatamente il suo oscuro destino.

Ma la sete celeste di perfezione non era spenta.
La coppia Nommo, che prendeva poco a poco il posto di suo padre Dio, meditava la redenzione. Per risanare la condizione degli uomini, bisognava portare le riforme e gli insegnamenti su un piano umano.
Il Nommo temeva i contatti tremendi tra creature di carne e puri spiriti. Erano necessari atti intelligibili, che avessero luogo il più vicino possibile a coloro che dovevano trarne utilità, nel loro clima. Bisognava che gli uomini, dopo la rigenerazione, fossero attirati nell’ideale come un contadino in un campo grasso.

I Nommo discesero dunque sulla terra e penetrarono nel formicaio, sesso dal quale erano nati. Potevano in questo modo, fra l’altro, difendere la loro madre dalle possibili iniziative del loro fratello maggiore, lo Sciacallo incestuoso. E, insieme, purificavano con la loro presenza umida, luminosa e sonora, colei che, per Dio, restava per sempre contaminata, ma sulla quale poteva gradualmente diffondersi la purezza necessaria ai lavori della vita.

In questo sesso, il Nommo maschio prese il posto della virilità esclusa al momento dell’escissione del clitoride-termitaio. La femmina si sostituì alla femminilità abolita con la circoncisione e il suo utero entrò in quello della terra.
La coppia poteva così procedere all’opera di rigenerazione che intendeva condurre sostituendosi a Dio col suo consenso.
«Il Nommo, al posto di Amma, lavorava il lavoro di Amma», diceva il vecchio.

In quei tempi, avvolti nella nebbia, nei quali il mondo compiva la sua evoluzione, gli uomini non conoscevano la morte. Gli otto antenati nati dalla prima coppia umana vivevano dunque indefinitamente.
Essi generarono otto discendenze distinte, ciascuna delle quali si riproduceva da sola, essendo a un tempo maschio e femmina.
«I quattro maschi e le quattro femmine, a causa del loro sesso, erano otto doppi. I quattro uomini erano uomo e donna, le quattro donne erano donna e uomo. Per gli uomini, responsabile era l’uomo; per le donne, la donna. Si sono accoppiati da soli; da soli si sono ingravidati; hanno procreato».

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Ma, quando il tempo fu compiuto, un oscuro istinto spinse il maggiore verso il formicaio occupato dal Nommo.
Sul capo portava, a mo’ di cappello e come per ripararsi dal sole, la scodella di legno in cui metteva il suo cibo. Introducendo i suoi due piedi nell’orifizio del grembo terrestre, egli vi affondò lentamente, come per un parto a rovescio.
Penetrò così nella Terra e la sua testa scomparve. Ma lasciò sul suolo, come testimonianza del suo passaggio in questo mondo, la scodella che era stata trattenuta dai margini dell’apertura. Non restava più sul formicaio che un emisfero di legno, impregnato del cibo e dei gesti dello scomparso, simbolo del suo corpo, simbolo della sua natura umana, come la pelle che i rettili abbandonano dopo la muta è simbolo della loro natura animale.

Liberatosi della condizione terrena, l’Antenato fu accolto dalla coppia rigeneratrice. Il maschio lo condusse fino al fondo della terra, nelle acque uterine della sua compagna. Egli si ripiegò come un feto, si rimpicciolì come un germe, raggiunse lo stato d’acqua, seme di Dio, essenza dei due geni.
E tutto questo era un lavoro di Verbo: il Maschio accompagnava con la sua voce la Femmina che intanto parlava a se stessa, al suo proprio sesso. Il Verbo penetrava in lei e si avvolgeva intorno all’utero in una spirale a 8 anelli. E come la lamina elicoidale di rame che avvolge il sole gli conferisce il suo moto diurno, così la spirale di verbo imprimeva all’utero il movimento rigeneratore.

Compiuto in parole e acqua, il nuovo genio, espulso, saliva al cielo. Gli otto Antenati dovevano compiere uno dopo l’altro questa transustanziazione. Ma quando fu il turno del settimo, la mutazione fu segnata da un avvenimento particolare.
Il settimo rango è, infatti, quello della perfezione. Pur essendo qualitativamente uguale agli altri, esso è la somma del Maschio (3) e della Donna (4). È il termine della serie perfetta, il simbolo dell’unione totale del Maschio e della Femmina, cioè propriamente dell’unità. E questo tutto omogeneo ha, in particolare, il rango della padronanza della Parola. L’ingresso nella Terra di colui che lo occupa doveva essere il preludio di sconvolgimenti benefici.

Nel seno della Terra esso divenne come gli altri, acqua e genio. Si sviluppò come gli altri al ritmo delle parole pronunciate dai due trasmutatori.
«Le parole che il Nommo femmina diceva a se stessa – disse Ogotemmeli – si avvolgevano a spirale ed entravano nel suo sesso. Il Nommo maschio la aiutava. Furono queste le parole che il settimo antenato apprese all’interno del ventre».

Queste parole, anche gli altri antenati le possedevano ugualmente, per effetto del loro passaggio nello stesso ambiente; ma il loro rango non era di padronanza e servirsene non era nei loro compiti.
Il settimo ricevette dunque la conoscenza perfetta di un Verbo – il secondo che la Terra udiva – più chiaro del primo e non più, come il primo, riservato a pochi, ma destinato all’insieme degli uomini. Così egli poteva portare al mondo il progresso. In particolare, ciò permetteva di scavalcare il malvagio figlio di Dio, lo Sciacallo; questi restava, sì, in possesso della Prima Parola, e poteva ancora, in virtù di essa, rivelare agli indovini una parte dei disegni celesti; ma, nel futuro ordine delle cose, egli non doveva essere più che un satellite della rivelazione.

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Questa Parola feconda sviluppò la potenza del suo nuovo portatore; per lui, la rigenerazione nel grembo della Terra si trasformò a poco a poco in una presa di possesso di questo grembo. Occupò lentamente tutto il volume dell’organismo e vi si dispose come conveniva alle sue opere: le sue labbra si confusero coi margini del formicaio che divenne bocca e si aprì.
Spuntarono dei denti acuminati. Se ne contarono prima sette per ciascun labbro, poi dieci, cifra delle dita, poi quaranta, infine ottanta, cioè dieci per ogni antenato. L’apparizione di questi numeri era un segno del ritmo futuro della moltiplicazione delle famiglie; la crescita dei denti significava che il tempo del nuovo insegnamento era vicino.

Ma anche allora si manifestò lo scrupolo dei geni: il settimo non diede l’istruzione direttamente agli uomini, ma alla formica, avatar della Terra, familiare dei luoghi.
Quando il momento fu venuto, alla luce del sole, il Settimo genio espulse dalla bocca ottanta fili di cotone che ripartì fra i suoi denti superiori utilizzati come quelli del pettine di un telaio. Formò così l’armatura dispari dell’ordito. Fece lo stesso coi denti inferiori per preparare i fili pari.

Aprendo e chiudendo le mascelle, il genio imprimeva all’ordito i movimenti che compiono i licci del telaio. E poiché tutto il suo volto partecipava all’opera, gli ornamenti del naso rappresentavano la carrucola da cui pencolano i licci, e la spola non era altro che l’ornamento del labbro inferiore.
Mentre i fili si incrociavano e si separavano, le due punte della lingua forcuta del genio spingevano alternativamente il filo della trama e il tessuto si avvolgeva fuori della bocca, nel soffio della Seconda Parola rivelata.

Il genio, infatti, parlava. Come aveva fatto il Nommo al momento della prima divulgazione, egli rivelava il suo Verbo attraverso una tecnica, perché esso fosse alla portata degli uomini. Mostrava così l’identità dei gesti materiali e delle forze spirituali e, piuttosto, la necessità della loro cooperazione.
Il genio declamava e le sue parole colmavano gli interstizi della stoffa; esse erano intessute nei fili e facevano corpo col panno. Esse erano il tessuto stesso e il tessuto era il Verbo. Per questo, stoffa si dice soy che significa «è la parola». E questo termine vuole anche dire 7, rango di colui che parla tessendo.

dogon-telaioMentre questo lavoro si compiva, la formica andava avanti e indietro tra i margini dell’orifizio, nel soffio del genio, ascoltando e tenendo a mente le parole. Provvista di questa nuova istruzione, essa la comunicò agli uomini che si trovavano nelle vicinanze e che avevano già assistito alla trasformazione del sesso della Terra.
Fino al momento in cui gli antenati si erano calati nel grembo della Terra, gli uomini abitavano in fosse scavate come tane nel suolo orizzontale. Quando la loro attenzione fu attratta dalle scodelle abbandonate, essi osservarono la forma del formicaio che trovarono più profondo dei loro buchi. La imitarono aprendo gallerie, creando camere al riparo della pioggia e cominciando ad ammassarvi le provviste ricavate dal raccolto.

Si incamminarono così verso condizioni di vita meno rudimentali e, quando notarono la crescita dei denti intorno all’orifizio, li imitarono per costruire un riparo contro le belve: dopo aver impastato delle grandi zanne di creta, le fecero seccare e le incastrarono nel suolo intorno all’ingresso delle loro dimore.
Al momento di ricevere la loro seconda istruzione, gli uomini abitavano dunque dei ripari che erano già, in qualche modo, una prefigurazione della rivelazione e del grembo nel quale ciascuno di loro sarebbe disceso per rigenerarsi quando ne fosse giunto il momento.

E questo formicaio umano, coi suoi abitanti e i suoi granai, era anche l’immagine rudimentale di un sistema del mondo che doveva, molto più tardi, giungere dal cielo sotto forma di un granaio meraviglioso.
Queste oscure prefigurazioni dei tempi futuri avevano preparato gli uomini a ricevere i consigli della formica. Questa, dopo la dimostrazione, aveva messo da parte alcune fibre di cotone; le aveva ridotte in fili e, davanti agli uomini, tendeva i fili tra i denti dell’orifizio come aveva fatto il genio.

Man mano che l’ordito era pronto, gli uomini intessevano il filo della trama gettandolo da destra e da sinistra, al ritmo delle mascelle che avevano ripreso il loro movimento; il nastro ottenuto veniva avvolto intorno a un pezzo di legno, abbozzo del subbio.
Contemporaneamente la formica divulgava le parole e gli uomini le ripetevano. Così si ricostruiva sulle labbra della Terra il clima di vita in movimento, di forze trasposte e di soffi efficienti che il Settimo Antenato aveva creato.

Così l’incrociarsi dell’ordito e della trama racchiudeva in sé le parole del nuovo insegnamento che diveniva eredità degli uomini e che i tessitori avrebbero trasmesso di generazione in generazione, agli schiocchi della spola e al rumore aspro della carrucola del telaio, detta «stridore della Parola».
Tutto questo avveniva alla luce del giorno, perché filatura e tessitura sono lavori diurni. Lavorare di notte significherebbe tessere nastri di silenzio e di ombra.

(Griaule, Dio d’acqua)