Finlandia – Väinämöinen fabbrica e suona il kantele

Il vecchio Väinämöinen governa agile la sua nave, la guida tra gli scogli, in mezzo ai vortici ribollenti; il battello non si ferma, la barca del saggio non s’incaglia. Ma quando raggiunge le acque libere dell’ansa, il battello arresta di colpo la sua corsa, la barca si ferma.
Allora il fabbro Ilmarinen e lo spensierato Lemminkäinen tuffarono i remi in mare, una pertica di pino dentro i flutti per cercare di liberare la nave dall’incaglio; ma la barca non si mosse, il battello di legno restò incastrato.

Vainamoinen-barca-incagliata.JPGAllora il vecchio intrepido Väinämöinen si pronunciò in questo modo: «Sporgiti tu, spensierato figlio di Lempi, a vedere cosa trattiene il battello, quale inciampo ha incontrato in queste acque aperte, in queste onde così calme: se si tratta d’una roccia o d’un tronco, o di altro impedimento».
Lo spensierato Lemminkäinen si chinò a guardare; scruta sotto la chiglia, pronuncia queste parole: «La nave non s’è impigliata su un sasso né su un tronco, ma sul dorso d’un luccio, sulle spalle d’un cane marino».

Il vecchio intrepido Väinämöinen levò la voce e disse: «Si trova di tutto nelle acque d’un fiume, tronchi d’albero e pesci; se siamo fermi sul dorso d’un luccio, sulle spalle d’un cane marino, fendi l’acqua con la spada, taglia il pesce in due pezzi».
Lo spensierato Lemminkäinen, il bel giovane scapestrato, trae la spada dalla cintura, dal fodero una lama appuntita; con quella spazza il mare, la caccia fin sotto la chiglia; ma egli stesso cade in acqua, scivola nell’onda a mani tese.
Allora il fabbro Ilmarinen afferrò l’eroe per i capelli, lo trasse fuori dal mare, pronunciò queste parole: «Certo ognuno nasce per diventare uomo, è fatto per portare la barba, anche solo per arrotondare la cifra di cento, per completare il numero di mille!».
Trae una spada dalla cintura, dal fodero una lama aguzza; con quella colpì il pesce, la affondò sotto il fianco della nave; ma la spada si ruppe nell’acqua, il luccio nemmeno se n’accorse.

Allora il vecchio intrepido Väinämöinen pronunciò queste parole: «In voi non c’è la metà d’un uomo, nemmeno la terza parte d’un eroe! Appena sorge un pericolo, è richiesto un po’ di coraggio, ecco che il vostro ardimento fa difetto, ogni intelligenza scompare».
Trasse la propria spada, sguainò la lama scintillante, la affondò dentro l’acqua, al di sotto della chiglia, la confisse nel dorso del luccio, nei fianchi del cane marino. La spada s’attaccò con forza, restò presa tra le branchie; allora il vecchio Väinämöinen issò il grosso pesce, trasse il luccio fuori dell’acqua; il luccio si spaccò in due, la coda cadde in mare, il corpo rotolò dentro la barca.

Già la barca riprendeva a navigare, la nave era liberata; il vecchio intrepido Väinämöinen ne guidava la corsa. La diresse a un isolotto, approdò sulla riva; qui giunto guarda e riguarda la testa del grosso luccio, poi pronuncia queste parole: «Chi è il più anziano dei fidanzati? A lui spetta tagliare il luccio, affettare il grosso pesce, fare a pezzi la testa».
Gli uomini del battello parlarono, le donne dissero dal ponte: «Le mani di chi lo pescò sono le più pure, le dita di chi lo catturò sono le più sacre!».
Il vecchio intrepido Väinämöinen trasse allora il coltello dalla guaina, la fredda lama dal suo fodero; con quella tagliò il luccio, affettò il grosso pesce. Poi domandò: «Chi è la più giovane delle fanciulle? A lei tocca cuocere il luccio per la colazione del mattino, per il pasto della giornata».

Le fanciulle accorsero tutte, gareggiarono a decine; così fu cucinato il luccio per la colazione del mattino. Le ossa furono lasciate sull’isolotto, le lische sopra la roccia. Il vecchio intrepido Väinämöinen si mette a esaminarle, le gira e le rigira, poi così parla: «Che si potrebbe fare coi denti del luccio, con la larga mascella se si portassero nella fucina d’un artefice, presso un fabbro esperto, nelle mani d’un uomo valente?».
Il fabbro Ilmarinen parlò: «Niente si fa con niente, nessuna cosa con l’osso d’un pesce neppure nella fucina d’un artefice, presso un fabbro esperto, nelle mani d’un uomo valente».
Il vecchio intrepido Väinämöinen disse queste parole: «Tuttavia, da questi ossi di pesce si potrebbe trarre un kantele, se vi fosse una persona competente, un costruttore di cetre».

kantele_luccioPoiché nessuno si faceva avanti, non c’era alcun esperto, nessun abile costruttore di strumenti, il vecchio intrepido Väinämöinen si mise egli stesso all’opera, s’incaricò del lavoro; costruì lo strumento d’osso, approntò la fonte d’eterna gioia. Da dove prese la cassa? Dalla mascella del grosso luccio. Da dove trasse le caviglie? Dai denti del pesce. Da dove ricavò le corde? Dai crini dello stallone di Hiisi. Ormai lo strumento era formato, il bel kantele era pronto, la cetra d’osso di luccio, l’arpa fatta di lische.

Vennero i giovani, vennero gli uomini sposati, vennero fanciulli e fanciulle, giovani e vecchie, anche donne di mezza età per contemplare il kantele, esaminare lo strumento. Il vecchio intrepido Väinämöinen invitò giovani e vecchi, invitò quelli di mezza età a suonare con le dita lo strumento risuonante, il kantele d’osso di pesce.
Suonarono i giovani, suonarono i vecchi, si cimentarono quelli di mezza età: le dita dei giovani si piegarono, le mani dei vecchi tremarono, ma la gioia non sprizzò in gioia, l’armonia non si fuse con l’armonia.

Lo spensierato Lemminkäinen disse: «Ragazzi mezzi stupidi, voi sciocche fanciulle, voi tutti, gente buona a nulla! Non c’è tra voi un solo musico, alcuno che sappia suonare! Portatemi lo strumento, deponete il kantele sui miei due ginocchi, alla portata delle mie dieci dita».
Allora lo spensierato Lemminkäinen prese l’arpa tra le mani, ricevette la fonte della gioia, il kantele a portata delle sue dita. Accorda lo strumento, lo maneggia per lungo tempo, ma non risuona alcuna musica, non echeggia alcun suono gioioso.

Il vecchio Väinämöinen disse: «Non c’è tra questa gioventù, tra il popolo adolescente, neppure tra i vecchi qualcuno che suoni lo strumento, evochi la musica gioiosa! Forse a Pohjola saprebbero suonare meglio il nuovo strumento, far scaturire la gioia».
Lo inviò a Pohjola, lo mandò a Sariola. A Pohjola suonarono i bambini, i ragazzi e le fanciulle, suonarono gli uomini sposati e le donne maritate; si cimentò anche la padrona: girò e rigirò lo strumento, lo accordò con le sue dita, lo toccò con le sue due mani. A Pohjola suonarono i bambini, suonò tutta la gente, ma la gioia non sgorgava dallo strumento della gioia, il suono non somigliava a un suono: le corde si attorcigliavano, i crini stridevano orribilmente, la voce si levava rauca, il suono era discordante.

chiave-musicaleUn cieco dormiva in un angolo, un vegliardo in cima alla stufa; fu destato bruscamente, tratto all’improvviso dal suo sonno. Allora strepitò dall’alto della stufa, brontolò dal suo angolo: «Basta, smettete, lasciate stare! Il suono mi perfora le orecchie, si rovescia nella mia testa, il fracasso mi dà i brividi, mi toglie il sonno per una settimana! Se lo strumento di Suomi non può suscitare letizia né cullarci nel sonno o invitarci al riposo, allora gettatelo in acqua, buttatelo tra le onde, oppure rimandatelo indietro. Restituite lo strumento alle mani di chi lo fece, alle dita che lo misero insieme».

Ma d’improvviso le corde vibrarono, il kantele disse queste parole: «Non voglio andare in fondo al mare, non sarò calato sotto le onde prima di avere risuonato sotto le dita di chi mi ha costruito, nelle mani che mi hanno creato».
Fu restituito con grande cura, fu rimesso bellamente nelle mani del suo artefice, sulle ginocchia del suo costruttore.

Il vecchio intrepido Väinämöinen, il cantore eterno, prepara le dita, strofina lievemente i pollici, poi siede sulla pietra della gioia, sale sulla rupe del canto, su una collina d’argento, su una vetta d’oro. Prese lo strumento tra le dita, sistemò la cassa sui ginocchi, il kantele sotto la mano, e pronunciò queste parole: «Venga ognuno ad ascoltare quel che prima mai ha udito: la letizia delle rune e dell’arpa il chiaro suono!».

Allora il vecchio Väinämöinen cominciò dolce a suonare lo strumento fatto d’osso di pesce, il kantele fabbricato con le lische del luccio. Le sue dita si muovevano veloci, il pollice si levava lesto. Fu allora vera gioia, era suono di letizia, il suono rispondeva al suono, al canto si sposava il canto: il dente del luccio risuonava, la coda del pesce fremeva, i crini dello stallone cantavano chiaro, i peli del cavallo vibravano armoniosi.

Il vecchio Väinämöinen suonava; non v’era nella foresta animale che corresse a quattro zampe o saltasse sulle gambe che non corresse ad ascoltare, ad ammirare la musica gioiosa. Gli scoiattoli saltellavano veloci di fronda in fronda, gli ermellini si accostavano, si sedevano sulle siepi; correvano gli alci sulle lande e gioivano le linci. Venne il lupo dalla palude, l’orso venne dalla brughiera, dai giacigli degli abeti, dalla tana nella pineta: saltò il lupo un gran sentiero, traversò l’orso le lande, finché giunse sulla siepe, si sdraiò presso la porta: ma piegò la siepe al sasso, rovesciò la porta a terra. Salì allora sopra un pino, scalò rapido un abete, per udire il dolce suono, per gioire di quella gioia […]

Non v’era uccello dell’aria né creatura alata che non scendesse volteggiando, non calasse come un turbine per ascoltare il prodigio, essere partecipe della gioia. Quando l’aquila udì dall’alto il superbo canto di Suomi, lasciò al nido gli aquilotti, dispiegò le grandi ali verso il canto dell’incantatore, verso gli accordi di Väinämöinen.
L’aquila scese dalle sue altezze, il falco si slanciò attraverso le nubi, l’anatra fendette le acque del profondo, il cigno i laghi delle paludi. Anche i piccoli fringuelli, gli uccellini cinguettanti, i passerotti a centinaia, le allodole a migliaia esultavano nell’aria, cantavano lietamente sulla spalla di quel padre della gioia, di Väinämöinen che suonava.

Vainamoinen-nato-vecchioLe vergini dell’aria, le amate figlie della natura si stupirono della musica gioiosa, prestarono orecchio alla melodia dell’arpa: qual del cielo sulla volta, qual assisa sull’arcobaleno, qual seduta d’una nube sopra l’orlo rosseggiante. Della luna la donzella e del sole la bella figlia se ne stavano al telaio ed alzavano le spole tessendo una stoffa d’oro, ricamando d’argento l’orlo di una nube imporporata, sulla curva d’un grande arco. Quando udirono i dolci accordi dello strumento, la spola cadde dalle loro mani, la conocchia fuggì dalla presa, il filato d’oro si spezzò, si ruppe la trama d’argento.

Non vi fu creatura nemmeno nel profondo delle acque, nessun pesce provvisto di sei pinne, non un solo branco che non si avvicinasse ad ascoltare, a gioire di quella gioia. Accorse nuotando il grosso luccio, guizzò lieve il goffo cane marino, il salmone lasciò la tana tra gli scogli, il lavarello salì dal fondo e con lui il piccolo persico, la carpa e il ghiozzo. Tutti i pesci si radunarono vicino al canneto, si affollarono presso la riva per ascoltare il canto di Väinö, la sua dolce melodia.

Lo stesso Ahto, il potente re delle onde, il vecchio dalla barba d’alghe, emerse dalla superficie delle acque, si distese sopra un giaciglio di ninfee; ascoltò il canto della gioia, poi disse queste parole: «Un tal canto non l’ho mai udito in vita mia, una musica così gioiosa come quella del cantore eterno Väinämöinen».
Le sorelle di Sotkottar, le sorelline adorne di giunchi, si lisciavano le lunghe chiome, si spartivano i bei riccioli biondi con una spazzola d’argento, con un pettine d’oro: nell’udire quel nuovo canto, quella dolce melodia, la spazzola cadde nell’acqua, il pettine tra le onde, e rimasero spettinate, con le chiome acconciate a metà. Perfino la sovrana delle onde, la vecchia dal petto d’alga, sorse dal fondo del mare, emerse dal seno delle acque, si diresse al canneto presso la riva, appoggiò il petto sulla scogliera per ascoltare la melodia, gli accenti di Väinämöinen, il suono meraviglioso e la voce soave. E finì che si addormentò profondamente, cadde in un pesante sonno distesa sopra la roccia variopinta, sul dorso del grosso scoglio.

Così il vecchio Väinämöinen suonò un giorno, poi un secondo: non vi fu eroe, uomo o donna dalla bella chioma, che non fosse commosso fino alle lacrime, il cui cuore non si sciogliesse. Piansero i giovani, piansero i vecchi, i celibi e gli ammogliati, piansero gli adolescenti, i fanciulli e i giovinetti, piansero anche le bimbe più piccine perché la voce era prodigiosa, dilettevole il suono dello strumento.
Pianse anche il vecchio Väinämöinen, stille caddero dai suoi occhi, scesero giù lungo le gote più grosse di bacche di bosco, più fitte di piselli, più tonde di uova di pernice, più grandi di teste di rondini. Le lacrime scaturivano dagli occhi, scorrevano senza posa, rotolavano lungo le gote sopra il suo bel viso, dal bel viso sopra l’ampio mento, dall’ampio mento sopra il superbo petto, dal superbo petto sui ginocchi possenti, dai ginocchi possenti sopra i forti piedi, dai forti piedi sul terreno attraverso cinque vesti di lana, lungo sei cinture d’oro, sette tuniche azzurre, otto mantelli di drappo bruno.

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Le lacrime si sparsero innanzi a Väinämöinen fino alla riva dell’azzurro mare, dalla riva dell’azzurro mare dentro le acque chiare, fino al melma del fondo. Allora il vecchio Väinämöinen si pronunciò in questo modo: «C’è qualcuno tra questi giovani, tra questa bella gioventù, questa grande stirpe, i discendenti di un solo avo, che vada a raccogliere le mie lacrime sotto le acque trasparenti?».
I giovani parlarono, i vecchi risposero: «Non c’è alcuno tra i giovani, tra la bella gioventù, la grande stirpe, i discendenti di un solo avo, che vada a raccogliere le tue lacrime sotto le acque trasparenti».

Il vecchio Väinämöinen disse: «Chi riporterà le mie lacrime, chi raccoglierà le stille dalle profondità delle acque chiare riceverà in dono un mantello di piume».
Giunse un corvo gracidando, il vecchio Väinämöinen gli disse: «Corvo, va’ tu a cercare le mie lacrime in fondo alle onde trasparenti! Ti darò una veste foderata di piume!».
Ma il corvo non le riprese. Un’anatra azzurra udì i discorsi e accorse lesta. Il vecchio Väinämöinen le disse: «Spesso, anatra, tu affondi il becco sotto l’acqua, rapida scendi tra i flutti. Va’ dunque tu a raccogliere le mie lacrime in fondo alle onde trasparenti; avrai una grande ricompensa, un mantello tutto di piume!»,

L’anatra volò a cercare le lacrime di Väinämöinen nelle acque trasparenti, tra la nera melma del fondo; le raccolse dal mare, le depose tra le mani del cantore. Ma si erano già trasformate, erano diventate assai più belle: si erano gonfiate in perle, mutate in preziosi chicchi risplendenti a ornamento di re, a gioia eterna dei potenti.

(Kalevala, runot 40-41)