Maya – La morte di Hunahpú e Ixbalanqué

Maya-codexPer tutta la notte, Ixbalanqué chiamò a sé tutti gli animali, piccoli e grandi, e appena spuntarono le prime luci dell’alba chiese a ciascuno di loro di quale cibo si nutrisse.
«Su, ditemi: che cosa mangia ognuno di voi? Vi ho chiamati tutti, affinché possiate scegliere il vostro cibo», disse Ixbalanqué.
«Benissimo», essi risposero e immediatamente ciascuno di loro andò a prendere il cibo che preferiva; andarono tutti insieme. Alcuni andarono a prendere cose marce, altri erbe, altri ancora presero pietre, altri raccolsero terra – perché i cibi degli animali, piccoli e grandi, erano vari e differenti.

Da ultima si attardava Tartaruga, la quale se ne andava lentamente a prendere il proprio cibo. E giunta che fu in cima al corpo di Hunahpú, assunse la forma della testa di Hunahpú, e all’istante le si formarono pure gli occhi!
Vennero allora molti indovini dal Cielo. Il Cuore del Cielo, Hunrakán, aleggiò sopra la Casa dei Pipistrelli.

Non era facile completare la faccia di Hunahpú, ma alla fine riuscì lo stesso bene: i capelli avevano un bell’aspetto e la testa poteva anche parlare.
Ma poiché stava per albeggiare e l’orizzonte già arrossava, «fa’ scuro di nuovo! vecchio, fa’ calare di nuovo il buio!», fu chiesto all’avvoltoio.
E il vecchio Avvoltoio rispose: «Va bene», e subito il cielo si oscurò.
«Ora Avvoltoio ha fatto scuro», dice ancor oggi la gente.

E così, nel fresco dell’alba, Hunahpú ricominciò la sua esistenza.
«Andrà bene? – si chiedevano. – Apparirà come Hunahpú?».
«Sì che va bene», si dissero per farsi coraggio. Tanto più che il cranio pareva essere tornato a essere una vera testa.
Poi Hunahpú e Ixbalanqué parlarono assieme e si misero d’accordo: «Non giocare a palla, fingi solo di giocare, farò tutto da solo», disse Ixbalanqué.
E subito ordinò a Coniglio: «Va’ a prendere posto sul cortile delle palle, nel boschetto di querce: quando la palla verrà da te, corri fuori immediatamente, e al resto penserò io».
Queste le istruzioni che diede a Coniglio, la notte.

Presto fu giorno e i due giovani andarono a giocare a palla. La testa di Hunahpú era sospesa sul cortile delle palle.
«Abbiamo vinto! – dissero i Signori di Xibalbá. – Abbiamo trionfato! Vi siete procurati la distruzione con le vostre mani, vi siete arresi».
Con queste parole tormentavano la testa di Hunahpú.
«Su, tiriamo a colpire la testa con la palla!», dicevano, ma non riuscivano a stizzirlo, perché Hunahpú non badava alle loro parole.

La palla che avevano lanciato rimbalzò e andò a finire nel vicino bosco di querce. Immediatamente Coniglio balzò fuori saltellando, e i Signori di Xibalbá presero a corrergli dietro.
Gli correvano dietro e gridavano. Finì così che i Signori di Xibalbá andarono dietro a Coniglio, mentre Ixbalanqué, con l’aiuto di Tartaruga, corse a prendere la testa di Hunahpú per sospenderla sul cortile delle palle. La testa era quella vera di Hunahpú, e i due giovani furono felicissimi.

Quelli di Xibalbá, avendo intanto ritrovato la palla, tornarono dal bosco di querce per riprendere a giocare.
Notarono la testa di Hunahpú e dissero: «Cos’è che vedono i nostri occhi?». Poi ripresero a giocare e pareggiarono.
Subito dopo Ixbalanqué gettò una pietra contro Tartaruga, la quale cadde a terra nel cortile delle palle, rompendosi in mille pezzi, piccoli come semi, dinanzi ai Signori.

Maya-cortile-palle

«Chi di voi andrà a cercarlo? Dov’è colui che andrà a prenderlo?», dissero i Signori di Xibalbá.
E fu così che i Signori di Xibalbá furono vinti da Hunahpú e Ixbalanqué. I due affrontarono grandi prove, ma non perirono malgrado tutto quello che fu fatto contro di loro.
Se è vero che alla fine morirono, è però vero che non morirono per le sofferenze che i Signori di Xibalbá avevano inflitto loro, né furono sopraffatti dalle bestie feroci che vivevano a Xibalbá.

Essi in seguito mandarono a chiamare due indovini – si chiamavano Xulú e Pacam – e dissero loro: «Voi sarete interrogati dai Signori di Xibalbá intorno alla nostra morte, che essi stanno progettando e preparando, poiché ancora non siamo morti ed essi non sono stati capaci di sopraffarci né siamo periti per i loro tormenti né gli animali ci hanno attaccati. Nei nostri cuori abbiamo il presentimento che ci uccideranno bruciandoci. Si sono riuniti apposta per questo, ma la verità è che noi non morremo. Eccovi dunque le nostre istruzioni. Se vengono a consultarsi sul modo di sacrificarci, cosa direte, Xulú e Pacam? Se essi domandano se è bene buttare le nostra in un burrone, voi direte di no, perché torneremmo in vita. Se domandano se è bene impiccarci a un albero, voi direte di no, perché rivedrebbero i nostri visi. E quando per la terza volta vi chiederanno se è il caso di buttare le nostra ossa nel fiume, voi direte che sì, va bene, ma a patto di frantumarle come farina e poi gettarle nel fiume, dove sgorga la sorgente, in modo che siano portate via fra le piccole e le grandi colline. Così dovrete rispondere».

I Signori di Xibalbá avevano già acceso un gran falò, una specie di forno, con l’intenzione di bruciarli. Li mandarono a chiamare e, per fare festa, bevvero la chica e saltarono quattro volte per uno sul fuoco.
«Non provate a ingannarci – dissero Hunahpú e Ixbalanqué. – Forse non sappiamo della nostra morte? e che è questo ciò che ci attende?».
Così dicendo, si abbracciarono, si piegarono verso terra e si lanciarono sul falò. Così i due morirono insieme.

Tutti quelli di Xibalbá esultarono: «Li abbiamo vinti! Sì, li abbiamo infine sopraffatti!», esclamarono. E subito chiamarono i due indovini, Xulú e Pacam, che i due giovani avevano istruito, e domandarono loro che cosa dovevano fare delle loro ossa, come i giovani avevano predetto.
Sicché, quelli di Xibalbá macinarono le ossa e andarono a gettarle nel fiume. Ma le ossa non andarono molto lontano, poiché fermatesi sul letto del fiume ritornarono a essere due bei giovani. E quando si mostrarono, avevano le stesse facce di prima.