Platone – La maternità dell’anima

DiotimaTutti gli uomini, o Socrate, concepiscono sia nel corpo che nell’anima, e una volta giunti a una certa età, la nostra natura desidera partorire. Ma non può partorire nel brutto, bensì nel bello. È infatti nell’unione del maschio e della femmina che c’è parto.
Si tratta di un evento divino, di un evento immortale che s’insinua nel mortale: concepire e generare. Atti che non possono avvenire nella disarmonia. E il brutto è in disarmonia, il bello in armonia con tutto ciò che è divino.
La Bellezza è perciò, geneticamente, Moira e Ilitia [è dea del Destino e insieme del Parto].

Di conseguenza, quando ciò che è gravido si accosta al bello, diventa allegro e per la gioia va in deliquio e partorisce e genera; quando invece si accosta al brutto, si fa torvo e per il dolore si contrae e ne è respinto e torna sui suoi passi e non partorisce, anzi patisce a forza di trattenere il feto.
Viceversa, la vista del bello suscita grande eccitazione in chi smania ed è già turgido, perché il bello libera chi lo possiede dalle doglie del parto. Caro Socrate, Amore non è amore del bello, come dici tu.

Amore è amore di generare e di partorire nel bello – perché generare è, per quanto è dato a un mortale, atto immortale che eternamente si genera.
Da quanto abbiamo detto, consegue che è desiderio di immortalità in unione col bene, se è vero che Amore desidera essere sempre buono. E ne consegue che è anche amore di immortalità […]

Secondo lo stesso principio che vale per Amore, la natura mortale cerca sempre, per quanto le è possibile, di essere anche immortale. E lo può solo in questo modo: attraverso il parto, in quanto lascia dietro di sé ogni volta dell’altro e del nuovo al posto del vecchio, poiché succede così anche là dove ciascun vivente si dice che vive ed è se stesso – come, per es., si dice che è lo stesso dalla fanciullezza alla vecchiaia; ora, pur non avendo egli in sé le stesse cose, noi ugualmente diciamo che è lo stesso, e tuttavia egli continuamente da un lato si rinnova e dall’altro perde qualcosa, nei capelli e nella carne, nelle ossa e nel sangue, e in tutto il resto del corpo.

E non solo nel corpo, ma anche nell’anima le inclinazioni, i costumi, le opinioni, i desideri, i piaceri, i dolori, le paure non restano mai immutati in ciascun vivente, ma alcuni nascono, altri muoiono.
E, cosa ancor più singolare, perfino delle conoscenze si può dire che alcune nascono in noi e altre si perdono, sicché non siamo mai gli stessi neppure nelle conoscenze, ma addirittura ogni singola conoscenza è soggetta allo stesso fenomeno.

Ciò che si chiama «meditare», in tanto ha luogo, in quanto si ha una perdita di conoscenza: infatti, se l’oblio ci fa uscire da una conoscenza, la «meditazione», suscitando un nuovo ricordo in luogo di quello che è andato perduto, salva la conoscenza, in modo che essa sembri essere la stessa.
È in questo modo, infatti, che ogni mortale si salva, non restando sempre lo stesso come avviene al divino, ma grazie al fatto che ciò che svanisce e invecchia lascia dell’altro e del nuovo, come se fosse lo stesso.
Con questo mezzo, il mortale partecipa dell’immortalità, perfino il corpo e tutto il resto. Ed è solo in questo modo che lo può fare.

(Platone, Simposio, 206c-207a; 207d-208b)