Asín Palacios – La visione dell’adolescente

Di tutte le visioni dantesche, quella di Vita Nova XII presenta un singolare rilievo per il suo carattere enigmatico: Dante vede in sogno un giovane, vestito di una tunica bianchissima, che, seduto accanto a lui in atteggiamento pensoso, lo guarda e poi sospirando lo chiama e gli rivolge la parola.
Dante crede di riconoscere in lui lo stesso giovane che gli era apparso in altre visioni, e avendogli domandato perché sia pensieroso, riceve la seguente risposta: «Ego tamquam centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentie partes; tu autem non sic».
Dante chiede che gli spieghi l’oscuro enigma di questo simbolo geometrico; ma il giovane risponde in volgare: «Non dimandare più che utile ti sia».

sufi-visionariAssai comune peraltro era tra i sufi o mistici musulmani la visione di Dio, che appariva loro in sogno sotto l’immagine di un giovane.
Dev’essere molto antico l’hadîth riferito da Tabarî, nel quale si immagina che lo stesso Mohammad ebbe questa visione per la prima volta: «Vidi il mio Signore, durante il sonno, sotto le bellissime apparenze di un giovane imberbe, con una lunga capigliatura ricciuta, seduto su uno sgabello, calzato con sandali d’oro, con il capo coronato da un fulgido diadema, che offuscava la vista, e col volto coperto da un velo di bianche perle e il corpo avvolto in un mantello verde».

Ibn ‘Arabî e molti sufi ammettono la visione come autentica, pur attribuendole un senso allegorico, ripugnando loro l’attribuzione di un corpo alla semplicità divina. C’è di più: lo stesso Ibn ‘Arabî pretende di aver avuto visioni simili a quella del Profeta, nelle quali il suo amato, cioè Dio, gli appariva corporalmente, sotto forma umana […]

È vero che in nessuna di queste visioni di Ibn ‘Arabî si attribuiscono a Dio le stesse enigmatiche parole che Dante pone sulle labbra del giovane; ma è parimenti certo che tali parole, non spiegate da Dante, e persino incoerenti nel contesto del suo racconto, hanno una perfetta e irrefragabile interpretazione all’interno del simbolismo geometrico della metafisica di Ibn ‘Arabî, secondo il quale la differenza essenziale fra Dio e il mondo, fra l’Essere Necessario e gli esseri contingenti, è simboleggiata dal cerchio e dal suo centro: Dio è il centro e le creature sono i punti della circonferenza; la relazione di dipendenza fra tutti questi punti e il centro è una e la medesima: tutti, per esistere, hanno bisogno del centro, mentre l’esistenza di quest’ultimo è indipendente dalla circonferenza.
Perciò il fine a cui tendono tutti gli esseri creati, nella loro ascensione mistica, è Dio, loro centro di gravità, verso il quale si muovono eternamente, incessantemente attratti dall’amore che l’infinita bellezza della sua divina essenza, rivelandosi, accende in essi.

Si potrebbe dire che tale spiegazione, data da Ibn ‘Arabî al simbolo geometrico del cerchio e del suo centro, non sia l’indiscutibile chiave dell’enigma dantesco; ma non si può negare che con tale esegesi il mistero già si dirada.
In effetti si direbbe che Dante, per porre in rilievo l’universale e necessario dominio che Dio, quale oggetto d’amore, esercita su tutte le creature, e in particolare sopra lui medesimo, avesse fatto dire al giovane che gli apparve (e che in effetti impersona l’Amore) le oscure parole nelle quali si condensa, nel simbolo geometrico, l’attrazione che provava il suo cuore innamorato verso Dio, centro degli esseri.

(Asín Palacios, Dante e l’Islam)