Kafka – L’esame

PragaIo sono un domestico, ma per me qui non c’è lavoro. Sono timido e non mi faccio avanti, anzi non mi metto neppure in fila con gli altri, ma questa è solo una delle ragioni della mancanza di occupazione, è anche possibile che non abbia niente a che fare con la mia mancanza di occupazione, comunque l’essenziale è che io non sono chiamato al servizio, mentre altri sono stati chiamati e non ne hanno fatto certo richiesta più di me, anzi forse non hanno desiderato neppure di essere chiamati, mentre io, almeno qualche volta, l’ho desiderato molto fortemente.

Così, sono disteso sul tavolaccio nella stanza per la servitù, guardo in alto le travi del soffitto, mi addormento, mi sveglio e subito mi riaddormento. Ogni tanto vado nella taverna di fronte dove si serva una birra acida, qualche volta dal disgusto ne ho gettato un bicchiere, poi torno a berla.
Lì mi siedo volentieri, perché dietro alla piccola finestra chiusa, senza poter essere notato da nessuno, posso guardare di fronte le finestre della nostra casa. Non si vede molto, da questa parte verso la strada affacciano, credo, solo le finestre dei corridoi e, per di più, non di quei corridoi che conducono agli appartamenti dei signori.

È possibile che mi sbagli; ma una volta l’ha affermato qualcuno senza che glielo avessi chiesto e lo conferma l’aspetto complessivo di questa facciata. Le finestre vengono aperte solo di rado e, quando ciò avviene, lo fa un domestico che poi si appoggia al davanzale per guardare un attimo di sotto.
Sono perciò corridoi dove non può essere sorpreso. Del resto, non conosco quei domestici, quelli che stabilmente sono occupati lassù dormono altrove, non nella mia stanza.

Una volta che ero andato alla taverna, al mio posto di osservazione già sedeva un cliente. Non osai guardarlo bene e ancora sulla porta stavo già per girarmi e andarmene, quando il cliente mi chiamò e risultò che anche lui era un domestico che avevo già visto una volta da qualche parte, ma senza aver fino a quel momento parlato con lui.

«Perché vuoi andartene? Siedi qua e bevi! Pago io».
Così mi sedetti.
Mi fece qualche domanda, ma io non seppi rispondere, anzi non capii neppure le domande. Perciò dissi: «Forse ora ti sei pentito di avermi invitato, me ne vado» e mi stavo già alzando.
Ma egli allungò la mano sul tavolo e mi trattenne: «Rimani – disse – era solo un esame. Chi non risponde alle domande ha superato l’esame».

(Kafka, Racconti postumi)