Al bar delle Giubbe Rosse

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Gli «intellettuali» a cui Campana «abbaiava» i suoi Canti orfici

Qualcuno che al bar delle Giubbe Rosse udì frammenti dalla sua viva voce, ebbe a dire: «Mi pare di udire un cane che abbaia!».
È un vecchio aneddoto di moda presso i Pitagorici: uno sente un cane abbaiare, ed ecco – non si sa come né perché – giura di risentire la voce di un caro amico morto; dice di riconoscere, tale e quale!, il timbro del suo bla blablà.
Dice di custodire, gelosamente, nel suo orecchio il testamento verbale della Buonanima, anche se a verbalizzarlo, adesso, è stato un cane.

Falsi ministri, falsi papi e certi matrimoni a distanza.
Dino vive in mezzo a brutta gente. Dino ha la sventura d’essere capitato nel posto più brutto che la brutta gente non ha mai cessato d’imbruttire: il manicomio.
Lo dice la parola stessa – è il luogo dove si cura ogni sorta di «mania».
Perciò, se due più due fa quattro, il conto è presto fatto: non c’è invasato che non vi debba essere internato, quali che siano i fiori di cui, per caso o per vocazione, si è trovato a essere vaso.

«Ma qui lei soffre – disse il dottore – qui lontano da amici, studi, famiglia, inerte e in dolorosa compagnia!».
Era dispiaciuto, il dottore.
E fu sorpreso quando Dino gli rispose: «Niente affatto. Lei si sbaglia!».

Penso a Pascal: «Tutte queste miserie provano la grandezza dell’uomo. Sono miserie di gran signore, miserie di un re spodestato».
Le miserie di questo Matto sono grandezze disdegnate da Prometeo. E grandi invece solo agli occhi ingenui di Epimeteo.
Visibili solo a chi osa guardare dentro all’ingenuità della sua Credenza.

Canti-Orfici-copertina-1914Dobbiamo credere a quel che dice la favola di Pandora? che il «male» (l’Incurabile) è uscito fuori dal vaso quando Epimeteo l’ha scoperchiato? che doveva restarsene recluso là dentro – là dove si è andato a rintanare quel Verme diabolico di un Mefistofele per editto dell’Onnipotente? e che, se è uscito, lo dobbiamo ricacciare subito nel suo Inferno? che dobbiamo «realizzare» questo Inferno, che dobbiamo farlo realmente questo Manicomio, per murarcelo vivo e seppellirlo alla vita, questo Pazzo che sragiona?
Io faccio sposare le principesse! – lo senti?
È un pazzo scatenato: ma quale poeta, quale vate vai cercando? costui è bell’e andato, e non è più tornato!

Perché molti sono quelli che vanno, ma pochi quelli che ritornano. E quei pochi che ritornano, non sono più gli stessi che partirono.
Tornano, a quel che si dice, solo certi vecchi rimbambiti.
Erano partiti poco fa, che erano bambini – ed eccoli: sono invecchiati di trecento anni per via del lungo viaggio che hanno dovuto viaggiare.
Dov’erano andati?
Dove vanno tutti: appresso ai Fantasmi della loro immaginazione, appresso ai Creduti che essi credevano d’essere chiamati a Realizzare.
Andiamo tutti da quelle parti, o no?

Andiamo a incontrare il Mondo, noi che Mondani siamo dacché siamo qui venuti in presenza dei Fantasmi che la Luce ci notifica negli occhi.
Il Mondo è lo Scuro. E la Luce è nel Mondo la Via dei nostri «punti di vista». Noi non vediamo la luce, e nemmeno la Via – grazie alla Luce vediamo il Mondo. Ma il Mondo, nondimeno, ci rimane Oscuro.
Il Mondo ci oscura la Luce. Ce ne lascia, a malapena, intravedere certe onde oscillanti e momentanee. È nel nostro Occhio che la Luce si riduce a fare la sguattera della Casa. Proprio l’Occhio che «crede» di onorarla benedicendo i suoi colori, proprio quello non fa che maledirla – perché idolatra ciò che vede, ciò che crede di vedere, e non la Luce che illumina i suoi idoli.
Perché fa atti d’omaggio a Psiche e non a Venere, dice il mito antico!

A qualcuno di noi succede, può succedere (è questa la ricchezza del Possibile! – che è sempre possibile che si realizzi, e mai reale, perché il reale è il sepolcro del Possibile), può succedere che punto e a capo certi invasati si sorprendono a essere afferrati dalla volontà di scoperchiare le tombe, per gettare uno sguardo di medusa alla Luce.
E cosa gli è successo – quale avvenimento è avvenuto, là dentro a quello sguardo?
Nel Corpo di Dino, no, nessuno di noi saprà mai se un narciso è fiorito o marcito nel Vaso in cui si rintanò l’Invasato, dacché volle non avere più notizie del Mondo. Perché il Mondo più non gli mancasse. Perché gli bastasse solo la Luce.

«Ma lei qui dentro soffre – insiste a dire il dottore. Il custode di realtà insiste a dire: – qui lontano da amici, studi, famiglia, inerte e in dolorosa compagnia, lei continua solo a tormentarsi e a soffrire inutilmente!».
Era realmente dispiaciuto, il dottore. Più insisteva, più si dispiaceva.
E fu sorpreso quando Dino il Parafrenico, lo Psicotico, il Bevitore di Caffè, il Fumatore di Mozziconi spenti, gli rispose: «Niente affatto. Lei si sbaglia!».

Che il Poeta si può perdere nella ragnatela di simboli della sua poesia, o che il Mago si lasci adescare dai giochi di prestigio della sua stessa immaginazione.
Può succedere.
Che uno si avventuri al di là della propria idolatria.
Per poi naufragarci dentro.
Può succedere.
E può succedere addirittura che uno si compiaccia di questo «dolce» naufragio, o ricordo male l’Infinito di Leopardi?

Che uno, pur di tenerli in vita, i Fantasmi della sua più ingenua e acerba credenza, li vada a custodire là dov’essi diventano indicibili a lui stesso: dimmi – può succedere?
Che uno sprofondi nella verginità profonda del Tutto, di nuovo punto e a capo nella sua primitiva Indifferenza a ogni «realtà»?

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Magritte – Il vaso di Pandora

Prima che si mettesse in viaggio, i suoi occhi erano certi dei propri idoli: avevano visto Beatrice! Allora, le montagne erano montagne, e le acque erano acque.
Poi però è successo, perché può succedere anche questo, che le rocce delle montagne del suo «credo» si sono sciolte assieme alla neve nei fiumi del Mondo, e insieme tutte le acque del Mondo di botto si sono ghiacciate per lo spavento e indurite come pietre taglienti per il terrore.
La nigredo ha vinto la sua ingenuità. L’ha umiliata. L’ha disperata di ogni illusione di realtà.

Perciò il Matto non vuol sentire ragioni: vogliamo che continui ancora e ancora a Maledire i doni della Credenza che lo perseguita?
Non due, non tre, non cento né mille, e neanche molteplici – Pandora è «tutti i doni» di questo vecchio rimbambito Epimeteo. Tutti i suoi pensieri, e sentimenti, tutte le sue parole, e i gesti – tutti i suoi gesti, e i posti dove li ha vissuti, tutti sono Figli della sua Credenza, tutti Figli «maledetti» di Pandora. Figli di cui il dottore insiste a dire che sono «mali», che al Poeta come a ogni solitario «fanno male».
Perché non frequenta gli «amici»? perché lascia che al posto suo sia un cane qualunque ad abbaiare poesia al bar delle Giubbe Rosse?

Solo perché a qualche «erede» del suo testamento poetico venga il pitagorico scrupolo di fingere di risentire la sua voce?
Dino è uno di quelli, e siamo davvero in tanti, uno di noi che è andato e non è più tornato. Perché la Luce, la Matta, l’ha voluto tutto per sé.
La Luce gli ha tolto di bocca le parole. Le tre parole dell’abracadabra che bisogna recitare alla rovescia per uscire dal sortilegio della propria «mania».