L’Ummu’l-Kitâb non è un catechismo

Giordano-BrunoL’Ummu’l-Kitâb non è un catechismo. È più catechismi, vuole essere la Madre dei catechismi, la Madre che ha molti figli. Se il «maggiore» è musulmano, gli altri sono persiani, buddisti, manichei, mazdei, cabalistici e gnostico-sabei.
La prima cosa che balza agli occhi è che la maggior parte delle dottrine che vi sono esposte, non sembra appartenere al mondo religioso musulmano, e per giunta neanche a quelle particolari forme di gnosi che, nell’ambito islamico, acquisirono cittadinanza in vari movimenti ismailiti o nel sufismo in genere.

Si ha la sensazione che questo testo sia in qualche modo il riassunto, sotto forma di breviario o di encheiridion, di un corpo di antiche dottrine ben più ampio ed omogeneo, in cui queste siano esposte in forma ellittica e quasi allusiva, senza alcun commento che ne caratterizzi l’effettiva portata filosofica e ne determini i precisi contorni dogmatici
(Corbin, Studio preliminare).

L’Ummu’l-Kitâb non si cura di costruire concetti teologici da impartire ai suoi lettori come «articoli di fede», semmai di confonderne i dialetti per aprirli a parlare, di nuovo, quella «madrelingua» dal cui grembo simbolico provengono. Ogni dialetto ha la sua «teologia».
L’Ummu’l-Kitâb non è un libro teologico. È la Madre di tutte le teologie, e poiché si cura di tutti i suoi figli, ha pensato di radunarli per dare a tutti loro una sola benedizione. Per invitarli a uscire ciascuno dalle sue «verità di fede» e a riconoscersi «ispirati» da un solo Spirito – lo Spirito di Credenza.

La Credenza è la Madre di tutte le «teologie». Anzi no, è la loro Bisnonna. La Credenza non ha in sé, se non alla lontana, e confuso tra mille altre credenze, anche il germe teologico. Ma la Madre questo vuole dai suoi figli: che dalla loro «privata» teologia essi risalgano alla Credenza, in una sorta di viaggio a ritroso.
Un viaggio che essi hanno da fare in se stessi. Alla volta del loro Passato.

shahada-kufiLa scommessa «materna» è che sono tutti passati per una sequenza di drammi e di metamorfosi «individuali», e che tutti si sono dovuti arrangiare, chi in una chi in un’altra lingua, a dare voce al proprio dramma «cosmico», a dare voce all’apocalisse del proprio «mondo», e tuttavia – la scommessa è che essi potranno ritrovare, in questo viaggio di ritorno ciascuno dentro di sé, i «luoghi immaginari» per cui si sono trovati a passare. I «posti» (e magari i «gesti») in cui la loro immaginazione ha creduto, di volta in volta, di partorire la sua propria «realizzazione».

La scommessa è che essi sapranno, finalmente!, gettare uno sguardo nel luogo più oscuro e più segreto che ciascuno di loro custodisce nello scrigno della propria dimenticanza. Là, alla «confluenza dei due mari», nell’ingorgo dei due «codici» (l’immaginario e il simbolico, il «preverbale» e il «verbale»). Perché là essi hanno simbolicamente tramato una «falsa» unità, il Cosmo, sull’ordito di una «reale» caotica molteplicità. La molteplicità della Credenza.
Traduco in lingua moderna: del Desiderio o, comunque, del solo Soggetto «credente», del solo che «crede» a ciò che desidera.

La produzione desiderante è pura molteplicità, cioè affermazione irriducibile all’unità
(Deleuze-Guattari, L’anti-Edipo)

La Madre convoca i figli a disfare, rifacendolo, il loro proprio «avvenimento cosmico», a ricostruire cioè l’avvento, la genesi della loro individuale «coscienza» di sé e del mondo, a recitare (qui propriamente nel senso di rifare una citazione, o di ripresentare un dramma) ciascuno la sua parte, ciascuno l’«avvenimento dell’anima». Della sua anima – in cui ha preso «corpo» di parola, è divenuto «simbolo» un mare in tempesta, o per dirla con Eraclito, un «tutto scorre» immaginario.
È il simbolo a «fare-mondo», a dare una presunta totalità di Mondo, di Cosmo, ma sì – di Essere, al caos immaginario.

L’Ummu’l-Kitâb non ci indica che dei «luoghi». Ce li addita per dire: è là che ci siamo fatti la bua, quando eravamo credenti non coscienti, e tanto meno teologici.
Sono gli Adulti che hanno bisogno di uccidere o di tenere in vita il dio della loro credenza – mentre, dice la Madre ai figli, quando eravate bambini, voi credevate a tutto. Eravate lassù, al polo nord, allo zenit di tutti i mondi, allora. E i vostri «abiti di luce» non vi facevano mai sentire «nudi e crudi», ma sempre eravate vestiti di credenza e ignari di ogni «crudeltà», e nemmeno avevate bisogno di chissà quale magia per sentirvi «vivi e vegeti».
Eravate vivi da sempre e per sempre, allora.

Madonna-MaterdominiMagari, la mamma esagera. Ci vuole solo confortare.
In ogni caso, però, proviamo a non storpiarle le parole in bocca. Non facciamole dire quel che non ha detto. Ha detto «parole di mamma», cioè parole che non sono parole, ma caricature di parole.
L’Ummu’l-Kitâb non è un libro «paterno». Se pure tira in ballo più di un «nome del Padre», è solo per giocare a scaricarlo di tutte le possibili paternali. Dio è vivo, dio è morto – non sappiamo che farcene di un dio in cui crediamo senza interrogarci sulla genesi di questa nostra credenza.

Dovrei dire: di questa «coscienza» miscredente, che è disposta a credere solo in cambio delle caramelle alla menta, e solo per il bene suo e per il benessere della Nazione (ahi, il popolo eletto!).
Questa che noi chiamiamo «credenza» è semmai il «creduto» congelato in un articolo di fede, in un nome, in un simbolo qualsiasi.
Figli miei, la «vedete» la differenza?
Bene, se c’è uno tra voi che comincia a «vederla», quello è l’Eretico che mi leggerà, il solo di cui saprò che vuole di nuovo credere a tutto. Che vuole di nuovo, se non essere, almeno «interpretare» il Soggetto della Credenza Illimitata.
Pardon: del Desiderio, come Mamma Natura l’ha fatto. Prima che le teologie si accanissero a criminalizzarlo, per il Bene della Nazione, s’intende.