Pavel Kutzko – Fu solo un lapsus

Il profeta Geremia studiava da solo il libro Yetsirah.
Allora lo raggiunse una voce celeste che disse: Procurati un compagno.
Egli andò dal proprio figlio Sira, e studiarono insieme il libro per tre anni.
Poi si misero a combinare le lettere alfabetiche secondo i principi cabalistici della combinazione, unione e formazione delle parole, e crearono un uomo che recava sulla fronte la scritta JHWH Elohim ‘Emeth. Ma nella mano di quell’uomo appena creato c’era un coltello, con cui cancellava la aleph di ‘emeth; restò allora meth.
Allora Geremia si strappò gli abiti e disse: Perché cancelli la aleph di ‘emeth?
Egli rispose: Voglio raccontarti una parabola.
Un architetto costruì molte case, città e piazze, ma nessuno poteva copiare la sua arte e competere con il suo sapere e la sua abilità, finché due persone lo persuasero. Allora insegnò loro il segreto della sua arte, e ora sapevano tutto nel modo giusto. Quando ebbero appreso il suo segreto e le sue capacità, incominciarono a parlargli in modo irritante, finché si separarono da lui e divennero architetti come lui, solo che tutto ciò per cui lui prendeva un tallero essi lo facevano per quattro soldi. Quando la gente se ne accorse, smise di onorare l’artista e andò da loro e li onorò, e chi aveva bisogno di una costruzione ne affidava l’incarico a loro.
Così anche Dio vi ha creato a sua immagine e secondo la sua figura e forma. Ma ora che anche voi, come Lui, avete creato un uomo, si dirà: Non c’è altro Dio nel mondo all’infuori di questi due!
Allora Geremia disse: Quale è dunque la via d’uscita?
Egli disse: Scrivete le lettere alfabetiche a rovescio in quella terra che avete sparso con penosa concentrazione. Solo non meditate su di esse in direzione della costruzione, ma a rovescio.
Così fecero, e sotto i loro occhi quell’uomo divenne polvere e cenere.
Allora Geremia disse: Veramente, si dovrebbero studiare queste cose solo per conoscere la forza e l’onnipotenza del creatore di questo mondo, ma non per farle realmente.
(Manoscritto Halberstam, 444)

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Fare e disfare, costruire e decostruire, montare e smontare, procedere ora in un senso, ora nel senso opposto, a destra e a manca, sotto e sopra: non è per caso che il Racconto Antico ci tiene a dire che il Mondo comincia nel segno dei Gemelli.
Per leggere il Libro della Creazione, e riconciliarsi con la propria creatività, bisogna essere in due.
Nessuno da solo lo capisce.

squadra-compassoBisogna che il Soggetto Creativo «si sdoppi» in due «lettori», di cui uno «interpreta» (in silenzio) ciò che l’altro «legge» (a voce alta).
Due gemelli, di cui uno è Immortale (il Sovrano Ideale), e l’altro mortale (l’ideato da quel Sovrano). Uno è il Personaggio, l’altro il suo interprete per caso e di passaggio.

Sarò più chiaro (sic!): i «due» sono io e l’altro.
Due stelle che spuntano insieme. Una a levante, e l’altra a ponente.
Hai capito bene: uno dei due soli sorge a Occidente.
C’è dunque un «fare» che fa le cose alla rovescia. È quello che noi, un po’ troppo sbrigativamente, chiamiamo «disfare», come se il «disfare» fosse solo un atto distruttivo, e non avesse una sua propria libido «creativa».

Si dice che il «nevrotico» si fissa sugli oggetti del suo immaginario, e che questa fissazione è il «legame» che lo tiene cucito alla realtà.
Guai a lui, se solo gli passa per la mente l’idea di riavvolgere il filo delle proprie «creature» immaginarie. Novantanove su cento, si perderà senza una Guida. Senza la Guida del suo «gemello» non-immaginario!
Devo essere più chiaro (sic!): senza la Guida del suo «gemello» sublimato, interiorizzato e intronato nella Sala del Trono della sua Persona.

Ora, stando a quel che dice Novalis, l’«idealista magico» per attuare una sua qualunque magia, deve fare una doppia operazione: prendere e dare. Ciò che il Mago prende con la destra – che la sua sinistra non lo sappia, che se lo sia scordato dopo averlo saputo, in modo da deporlo là dove l’ha prelevato: se dalla terra, alla terra lo deve restituire; se invece dal cielo, è al cielo che deve egli innalzarsi a riportarlo.
E dal canto suo il cabalista: hai «costruito» un Golem? bene, è ora di disfarlo, sennò resti schiacciato sotto il suo peso!

Non sei più un mago, se non sai rifare a ritroso il sentiero che hai percorso per giungere a fare la magia!
Questo ho capito: che non sono un mago (ammesso che sia necessario che io lo debba essere). Che non lo sono, che sono semmai un nevrotico qualsiasi, se quel poco che ho saputo non lo disimparo, per restituirmi alla mia congenita gemellarità – congenita, perché è nata assieme a me.
Non sarà mio che ciò sarò riuscito a restituire.
Né avrò gustato altro sapore di cui la mia sapienza non si sia insipidita.

Lo so, sembrano, e magari lo sono, parole retoriche.
E allora sarò ancora più chiaro (terzo sic!): le mie creature immaginarie, i miei «idoli», le mie «icone» più o meno sante, sono altrettanti «vitelli d’oro» della mia nevrosi.
Dice Dante: io ho in mente, da bambino, una Figura che mi beatifica, che mi eleva e mi sublima sempre più giù in fondo a me stesso. Dice Dante: sono un qualunque nevrotico, se le parole io da laggiù non le sloggio, se non le svuoto della potenza e del prestigio con cui si sono prese gioco di me.

Dante-ritrattoDice Dante: io so da quando questo gioco è cominciato.
Dice di sapere che è cominciato il giorno in cui ha dato un nome alla creatura partorita dalla sua immaginazione. Che non è cominciato quando l’ha creata (perché l’ha creata la prima volta che ha visto Bice per strada), ma quando l’ha ricreata (quando ci è tornato sopra e l’ha «anagrammata» servendosi delle lettere dell’alfabeto).

Da allora, Beatrice è diventata la Smorfiosa della sua Smorfia, il Numero Primo del Lotto, la Radice del suo «albero capovolto», del suo mondo immaginario che l’uso della parola, il ricorso al simbolo, ha messo sottosopra.
Dice Dante: se quella fu la mia «rivoluzione» narcisistica, adesso mi occorre un movimento eguale e contrario, per ricacciare il Simbolo in gola a chi me l’ha messo in bocca. Per restituirlo al Racconto da cui l’ho preso. Per vomitarlo dopo averlo assaporato. Per godermi, in questo minimo istante di paradiso che così mi riconquisto, l’altra libido.
Non l’istinto di morte, ma l’insensatezza dell’istinto di vivere.
Che ha piacere di vivere, senza doversi per forza dare un senso.

Tutto ciò che ho costruito su Bice – la Beatrice che sopra Bice ho montato, è la Grande Montatura della mia poesia.
Sono il primo a dirlo!
Non prendetemi sul serio, proprio quando ho dovuto scrivere cento canti, scriverli e riscriverli, per poter finalmente giungere solo a questo: a dire – guardate: è una Commedia! Non fate la fesseria di prenderla sul serio!

Come dire: parlare al vento!
Perché – chi è che l’ascolta?
L’ascolta il Racconto, a cui Dante restituisce quell’istante di gaia comicità senza senso. E il Racconto ha diecimila devoti lacchè pronti a «divinizzare» la sua poesia, centomila ministri del Senso armati in difesa dell’Umana nevrosi.
Tutti ad adorare il Signore nascosto nel Cuore invisibile del Racconto.
Tutti a fare gli uomini fin in fondo. Tutti a coprire la propria nudità.

Il Re è nudo, il Re è spodestato … e nessuno lo riconosce.
Ne fanno un dio, pur di non sapere che è solo una rima che gli bisbiglia all’orecchio.
Solo un’assonanza, in fondo, c’è tra Bice e Beatrice. Come non la senti? è la stessa che corre tra ‘emeth e meth – tra una parolina e l’altra, non c’è che un «richiamo» tra gemelli.
Lo so che è una sciocchezza, ma è la Sciocchezza Umana – questa di restare incantati in un primitivo lapsus simbolico.

(Pavel Kutzko, Finché ci rivolgemmo a noi stessi)