Plotino – Quando l’anima inclina

Se l’anima non può peccare, perché ci sono le punizioni?
Questa testi difatti è in disaccordo con l’opinione di coloro che dicono che l’anima erra, si corregge e viene punita nell’Ade o nel corpo in cui passa.
Si aderisca pure all’opinione che si vuole; forse potremo trovare un punto sul quale non si dissenta.

La tesi che ammette l’impeccabilità dell’anima, la ammette come un essere assolutamente semplice, affermando l’identità dell’anima con l’essere dell’anima.
Quella invece che la ritiene peccabile, vi aggiunge e combina un’altra specie di anima che possiede le passioni brute: l’anima diventa allora un composto ed è questo che patisce, nel suo insieme, e pecca e subisce il castigo, ma non l’essere semplice.

Glauco-dio-marino[Del composto] dice [Platone]: «Noi abbiamo visto l’anima, come coloro che vedono il dio marino Glauco» (Repubblica, 611: c7-d1).
Chi vuole conoscere la sua natura, deve battere per tirar via le cose aggiunte, «considerare [il suo amore] per la filosofia, e vedere a che si attacca e a quali cose essa è affine» (Repubblica, 611: c1-612: a4).
Diversa è la sua vita e le sue azioni sono diverse dall’essere che viene punito; il raccoglimento e la separazione non sono soltanto rispetto al corpo, ma a tutto ciò che si è aggiunto [all’anima]. L’aggiunta ha luogo nella nascita: o meglio, la nascita è l’origine dell’altra specie di anima.

S’è detto come ciò avviene: l’anima discende, viene da essa un’altra cosa che discende durante la sua inclinazione verso il basso. Essa dunque trasmette il suo riflesso? E la sua inclinazione non è forse un difetto?
Ma se l’inclinazione è illuminazione delle cose inferiori, essa non è un difetto, come non lo è l’ombra; colpevole è l’oggetto illuminato; se esso non esistesse, [l’anima] non avrebbe nulla da illuminare. La sua discesa e la sua inclinazione vogliono dire che l’oggetto illuminato vive con lei e per lei. Essa abbandona dunque il suo riflesso, se non c’è chi l’accolga, dopo di lei; e l’abbandona non perché essa non è più là [dove esso è]; non è più là, perché si volge tutta alle cose superiori.

Sembra che il poeta [Omero] ammetta questa separazione, quando dice che l’immagine di Eracle è nell’Ade e che egli in persona si trova tra gli dèi, affermando così nello stesso tempo che egli è presso gli dèi e nell’Ade.
Così dunque egli l’ha «diviso».
Forse il suo discorso vuol significare questo: che Eracle possiede le virtù pratiche e perciò fu giudicato degno, per il suo valore, di essere un dio; ma avendo la virtù pratica e non la contemplativa – perché allora sarebbe rimasto tutto lassù – egli si trova tra gli dèi, ma qualcosa rimane di lui anche nella regione inferiore.

(Plotino, Enneadi, 1: 1.12)