Flaubert – I primi passi di sant’Antonio

Tutti mi biasimarono, quando lasciai la casa. Mia madre venne meno, come morisse; mia sorella, da lontano, mi faceva cenno di tornare; e Ammonaria, la fanciulla che incontravo ogni sera alla cisterna, dove conduceva i bufali, piangeva. M’inseguì correndo. Gli anelli dei suoi piedi brillavano nella polvere e la tunica aperta sui fianchi ondeggiava al vento.
Il vecchio asceta che mi conduceva via le gridò delle ingiurie. I nostri due cammelli continuavano la loro corsa; non ho più rivisto nessuno.

tomba-faraone

Dapprima scelsi per dimora la tomba d’un Faraone. Ma un sortilegio si aggira in quei palazzi sotterranei, dove l’aria delle tenebre è resa densa dell’antico fumo degli aromi. Dal fondo dei sarcofaghi udivo levarsi una voce dolente che mi chiamava; oppure, ad un tratto, vedevo animarsi le cose abominevoli dipinte sui muri; sono fuggito fin sulle rive del Mar Rosso, in una cittadella in rovina.
Là, avevo per compagni gli scorpioni che strisciavano tra le pietre e, sopra la testa, le aquile volteggianti senza posa nel cielo azzurro. Di notte ero lacerato da artigli, morso da becchi, sfiorato da ali molli; spaventevoli demoni, urlando nelle mie orecchie, mi rovesciavano a terra. Una volta, gli uomini di una carovana che andava verso Alessandria mi soccorsero, portandomi poi con loro.

Allora volli istruirmi presso il buon vecchio Didimo. Benché cieco, nessuno lo eguagliava nella conoscenza delle Scritture. Finita la lezione, chiedeva il mio braccio per passeggiare. Lo conducevo nel Paneum, di dove sono visibili il Faro e il mare aperto. Tornavamo poi attraverso il porto, confusi con gente d’ogni paese, perfino coi Cimmeri, vestiti di pelli d’orso, e coi Gimnosofisti del Gange, che si strofinano sul corpo lo sterco di vacca.
C’erano continui disordini nelle strade, a causa degli Ebrei che rifiutavano di pagare l’imposta, o di sedizioni che volevano scacciare i Romani. Del resto, la città era piena di eretici, seguaci di Manete, di Valentino, di Basilide, di Ario, e tutti ti tiravano in disparte per discutere e convincerti.
Talvolta i loro discorsi mi tornano alla mente. Per quanto non ci si voglia pensare, sono cose che turbano.

Mi rifugiai a Colzim; la mia penitenza fu così profonda che non avevo più paura di Dio. Alcuni mi si radunarono intorno per farsi anacoreti. Imposi loro una regola pratica, in odio alle stravaganze della Gnosi e alle asserzioni dei filosofi.
Da ogni parte mi mandavano messaggi. Venivano a vedermi da molto lontano.

Intanto il popolo torturava i confessori, e la sete di martirio mi trascinò ad Alessandria. La persecuzione era finita da tre giorni.
Mentre ero sulla via del ritorno, un’ondata di folla mi bloccò davanti al tempio di Serapide. Era, mi dissero, un ultimo esempio che il governatore intendeva dare. In mezzo al portico, in pieno sole, una donna nuda era legata a una colonna e due soldati la fustigavano con cinghie di cuoio; a ogni colpo, tutto il suo corpo si torceva.

Si volse, con la bocca dischiusa; e al di sopra della folla, attraverso i lunghi capelli che le coprivano il viso, mi parve di riconoscere Ammonaria …
Eppure costei era più alta … e prodigiosamente bella!

(Flaubert, La tentazione di sant’Antonio)

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Se, di nuovo, tiriamo in ballo il sant’Antonio di Flaubert, è bene dirlo subito: è solo per pazziare a quest’altra «proporzione»:

(Narciso : sant’Antonio) = (immagine : simulacro)

Narciso e sant’Antonio: due «solitudini visionarie» a confronto.
Due Occhi, un solo strabismo.
O come suggerisce Eliot, un solo san Narciso!
Questo «santo» chi è, in fondo, se non un Narciso «adulto», un fiore sfiorito, un bambino invecchiato, un immaginativo «degradato» a nutrire di simulacri di seconda e terza mano i propri desideri?

strabismoL’occhio destro e quello sinistro, chissà da quanto tempo fanno di tutto per continuare a ignorarsi. Fingono di guardare dalla stessa parte, mentre in realtà un occhio fa di se stesso l’«oggetto» dei suoi desideri, l’altro invece, in fuga da questo «autoerotismo», cerca altrove, cerca nell’altro l’«Oggetto» in cui unificare il molteplice caotico del suo immaginario – di fatto, cercando gli «oggetti» che dovranno sostituire (simboleggiare: sancire e santificare) i suoi desideri.

Narciso non è morto, ci sussurra all’orecchio Eliot.
No, a morire è il «Santo». A morire è il «martire» del Simulacro, è l’occhio che s’immola al Linguaggio simbolico, è l’occhio che si acceca ad Ammonaria, è l’occhio in fuga dal Reale, è l’occhio distratto nella «lontananza da casa», è l’occhio che si ritira «nella tomba di Faraone», è l’occhio «ascetico», l’occhio che si vota al digiuno e all’astinenza … salvo poi, dopo lungo peregrinare, ritrovarsi, guarda un po’ il caso!, al cospetto di una qualunque Donna Nuda, ridotta ormai a puro «oggetto» di sadismo e di crudeltà, nelle cui sembianze al Santo «pare di rivedere» Lei, Ammonaria – Colei da cui s’era distratto.

Sì, se n’era distratto, era fuggito via dall’Immagine (madre sorella e sposa, naturalmente Vergine) per andarsi a rifugiare «nella tomba»: Platone direbbe, e Flaubert lo sa!, che s’è andato a seppellire nel soma-sema (σώμα-σήμα): nel «Segno», ossia nel «Corpo» di un «oggetto» puramente simbolico.