Il platano e la fenice

platanoSi racconta che l’imperatore della Cina Fo Hsi, lo scopritore del fuoco, ebbe una volta questa visione.
Gli parve che le scintille di cinque pianeti cadessero sui cinque alberi più rigogliosi del suo giardino, e che l’uccello della fenice si posasse, di volta in volta, su ciascuno di quegli alberi, in cerca del ramo buono su cui nidificare.
L’imperatore «vide» la fenice scegliere il platano. E tanto gli bastò, per sapere quale fosse il legno più adatto allo strumento musicale che aveva intenzione di fabbricare.

Chiamò subito a sé i giardinieri, e ordinò loro di abbattere il platano del suo giardino e di dividerlo in tre parti.
«Una per il cielo – disse, – una per l’uomo e una per la terra».

Quando il legno del platano, così diviso, gli fu portato, l’imperatore saggiò, una per una, la «sonorità» delle tre parti.
La prima dava al suo orecchio un suono chiaro e leggero; la terza si mostrò troppo cupa e greve. Solo la seconda suonò, almeno all’orecchio dell’imperatore Fo Hsi, le risonanze intermedie.
Settantadue giorni la lasciò immersa nell’acqua d’un fiume e la lasciò poi ad asciugare all’ombra.

Un «pentagramma» era piovuto dal cielo sugli alberi del suo giardino. Cinque note che si potevano combinare in molti modi.
All’Imperatore Fo Hsi, allo scopritore mitico del Fuoco, di tutte queste combinazioni stavano a cuore solo quelle «della fenice».
Era morta, e poi risorta dalle sue stesse ceneri. Era all’incirca questo il ritornello della canzone che l’imperatore aveva in mente di cantare. Voleva cantare un canto in cui sopravvivesse ogni morto che, morendo, gli aveva dato dolore. Voleva cantare l’attesa del suo ritorno. Non più di un ritornello, dunque. Ma voleva suonarlo nel legno scelto dalla fenice, nella promessa di una risurrezione di cui unica garante fosse la fenice.

Avrebbe potuto scegliere le note più alte, quelle dei rami che il platano tende al cielo. Ma le sentì troppo chiare. Erano note gaie, è vero, ma volatili e fuggitive. Avrebbe potuto scegliere quelle più basse, quelle delle radici, le note gravi e profonde: quelle sì che non sarebbero mai più fuggite via. Erano note pesanti, è vero, erano note stabili, note che non gli facevano girare la testa, e tuttavia all’Imperatore parvero troppo dure, cupe e cavernose.
Perciò scelse il suono del tronco. Non dei piedi, non della testa – ma del tronco del platano. Non delle radici, né delle foglie – ma dal legno duro dell’albero.