Lattanzio – Ave, fenice

C’è nell’estremo oriente una terra remota e felice
dove dell’eterno cielo la porta immensa si spalanca.
Là una pianura estende aperti campi,
nessuna collina vi sorge, nessuna valle o crepaccio la solca,
e tuttavia quel luogo di dodici cubiti supera
i nostri monti, che pur hanno vette stimate eccelse.
Qui il bosco del Sole si trova e la foresta fitta
di molti alberi, che per onore di fronde perpetue verdeggia.

araba-fenice

Di giorno e di notte segna le rapide ore con suoni inenarrabili,
del bosco sacerdotessa veneranda, signora delle selve,
la sola che partecipi, o Febo, di tutti i tuoi arcani. E quando
ha raggiunto i mille anni, dopo che il lungo tempo l’ha resa
grave d’età, la Fenice per rinnovare il tempo passato nei secoli
fugge dal dolce, familiare nido dei boschi. E quando per rinascere
i luoghi sacri abbandona, si volge a questa terra
dove ha il suo regno la Morte. E longeva dirige
i rapidi voli alla Siria, cui diede antica d’anni
il suo nome Fenice, e per impervi deserti ricerca
foreste segrete, se mai fra quelle gole si nasconda
una selva remota. E allora una palma si sceglie sublime
che svetta nell’aria, che prende il nome greco Fenice
dall’uccello imporporato, una palma su cui non può
arrampicarsi nessun animale nocivo, né serpe lubrico
né uccello rapace. Cinnamomo e profumo d’amomo
essa accumula, che senti da lontano olezzare, e foglie
e balsami: né vi manca il vimine delicato della mite cassia
e dell’acanto odoroso, né lacrime d’incenso che cadono
in gocce pesanti. E a tutto aggiunge anche le tenere
spighe del nardo fiorito e il tuo profumo, panacea,
sorella della mirra. Così a vari odori affida la sua anima,
e non mostra né dubbi né timori per simile deposito.

Intanto il corpo consumato da morte rigenera
e ferve, e lo stesso calore produce fiamme, traendo
dal luminoso etere un fuoco; si incendia, e bruciata
ecco si scioglie in cenere, che la natura addensa
e ammucchia fino a darle virtù seminali. All’inizio,
si narra che ne emerga un animale, del tutto privo
di membra distinte, e si crede che il verme
abbia il colore del latte. E quindi il verme cresce,
e trascorso un certo tempo si assopisce, per ricomporsi
infine in forma di uovo rotondo. Al modo che nei campi
i bruchi col filo si appendono alle pietre, e si mutano
in farfalle, riacquistando la forma primitiva,
così rotto il guscio ne sbuca la Fenice. Variopinta,
la coda sventaglia di fulvo metallo, in cui splende
rosseggiando la porpora fitta di piccole macchie.

Le ricama dalle sue altezze Iride le piume delle ali.
Per la sua sorte, per la sua fine uccello fortunato,
che dio gli concesse di nascere di nuovo da se stesso.
Femmina o maschio o senza sesso alcuno,
felice in quanto ignora le leggi di Venere.
Venere significa morte per lei, e la sola sua
voluttà è nella morte: per poter rinascere,
lei desidera prima morire. Prole a se stessa,
padre e insieme erede, nutrice di sé e sempre
da se stessa nutrita, la Fenice giunge all’eterno
attraverso la morte.