Corbin – Statue sacerdotali viventi

Apollonio-TianaSette episodi ritmano il racconto del Libro delle sette Statue di Apollonio: in ciascuno dei sette Templi delle divinità planetarie (cfr. i sette Templi dei Sabei di Harrân), la Statua vivente che ne è il sacerdote prende la parola per un discorso iniziatico.
Questo discorso rivela il suo segreto, il segreto stesso del metallo di cui essa è fatta (uno dei sette metalli attribuiti rispettivamente ai sette pianeti). Questo metallo però non è qui assolutamente il metallo «comune»: è il metallo prodotto dall’arte ieratica dei Filosofi, ed è proprio questo che ne fa una Statua vivente, sacerdote del suo Tempio […]

Le sette statue sono dunque viventi e parlanti […] in quanto sono fatte non di metallo comune, ma del «metallo filosofico» prodotto dall’operazione alchemica, ed è proprio ciò che le rende atte ad assolvere alla loro funzione sacerdotale nel loro tempio.
In poche parole, sono delle «statue sacerdotali viventi»…

Il motivo della statua vivente aveva già attirato tutta l’attenzione della Scuola neoplatonica, in risposta alla domanda: «Come fa la vita degli dèi a manifestarsi nelle statue?».
Un celebre testo di Plotino fu meditato e ripreso da tutti i neoplatonici posteriori, in particolare da Porfirio: «A me sembra – scriveva Plotino – che gli antichi Sapienti, i quali, desiderando aver presenti gli dèi, costruirono templi e statue, abbiano compreso bene la natura dell’universo… La rappresentazione per immagini di una cosa è sempre disposta a subire l’influenza del suo modello; essa è come uno specchio capace di afferrarne l’apparenza» (Enneadi, 4: 3.11).

L’arte dello scultore, del «fabbricante di immagini», tende dunque a rientrare alla fine nell’arte teurgica. Giamblico, nel suo libro sui Misteri d’Egitto (3: 28-30), ha trattato a lungo «della fabbricazione delle immagini e della demiurgia». Le ragioni del suo atteggiamento negativo nei loro confronti sono in stridente contrasto non soltanto con l’atteggiamento di Porfirio, ma anche con l’idea dell’operazione alchemica come arte ieratica, che è tutt’altra cosa dall’arte del semplice fabbricante di immagini.

Infatti, il motivo del «sacerdote» che caratterizza e domina questa concezione dell’arte ieratica, conferisce una funzione sacerdotale alla statua, perché il suo «metallo» risulta da un’arte tutt’altra da quella del semplice scultore o fabbricante di immagini.
Questo motivo appare già nell’alchimista Zosimo di Panopoli (III sec. d. C.), il quale ha formulato benissimo la doppia operazione che costituisce di fatto l’operazione alchemica: si deve, da una parte, separare lo spirito dal corpo, poi riunificare lo spirito col corpo. I metalli sono costituiti di uno spirito e di un corpo, ed è proprio per questo che l’operazione alchemica sarà meditata e contemplata a tal punto che le sue dimensioni si amplificano fino a essere quelle delle trasmutazioni dell’uomo interiore.

Statue of Ramesses II with Amun and Hathor - front viewChe lo spirito divenga corpo e il corpo divenga spirito, che si tratti quindi di un corpo rigenerato sottile e tutto spirituale, è quella che sarà nei metafisici iraniani la condizione stessa del mundus imaginalis. È così che si legge in Zosimo: «Il rame è rappresentato come un sacerdote (l’uomo di rame) intento al sacrificio del serpente Ouroboros che, dopo aver separato e nuovamente ricomposto i pezzi del serpente, diventa un uomo d’argento e infine un uomo d’oro. Il fatto che egli sale e scende i gradini dell’altare indica il procedimento della distillazione che è considerato anche come castigo del sacerdote in funzione».

Il capitolo finale di un trattato inedito di Jaldakî presenta la chiara reminiscenza di un’altra visione di Zosimo. Il capitolo ha per titolo «Il sogno del sacerdote», ovvero la visione del sacerdote Ione, il sacerdote dei santuari più intimi e più nascosti, mentre si trova davanti all’altare dai quindici gradini.
L’estremo interesse della visione sta nel fatto che essa mette in scena Ermes e la Natura Perfetta (l’Angelo del filosofo) come figure chiave dell’Opera alchemica. Jaldakî ne mette decisamente in risalto il significato, in contrasto con l’impotenza di quelli che egli chiama gli Ignoranti, cioè i falsi alchimisti che si contentano di manipolare oggetti materiali e sono incapaci di immaginarne le virtù simboliche che operano la trasmutazione interiore dell’uomo.
L’affaccendarsi di questi falsi alchimisti non produce altro che l’uccisione di Ermes e la scomparsa della Natura Perfetta, che questi sciagurati riescono a separare da Ermes.

(Corbin, L’alchimia come arte ieratica)