Cervantes – Il castello della virtù

[…] don Chisciotte era intento a osservare una dozzina di giovani campagnoli che arrivavano sotto l’infrascata su dodici puledre bellissime, con ricchi e sfarzosi finimenti da campagna e con molti sognagli sui pettorali, e tutti vestiti da divertimento a festa.
Tutti in schiera, fecero non una, ma moltissime corse per il prato con un frastuono giocondo e con gridi: «Viva Camaccio e Chiteria, lui ricco quanto lei bella, la più bella del mondo!».

Udendo ciò disse fra sé don Chisciotte: «Si vede bene che costoro non hanno visto la mia Dulcinea del Toboso; che se l’avessero vista non si lascerebbero prendere tanto la mano a lodare questa loro Chiteria».

Brueghel-Danza-nuziale-aperto
Bruegel il Vecchio – Danza nuziale all’aperto

Di lì a poco, da diversi punti dell’infrascata cominciarono a entrare molti e svariati gruppi di danzatori, fra cui c’erano quelli con le spade, circa ventiquattro giovani pieni di brio e di gagliardo aspetto, tutti vestiti di candido lino finissimo, coi fazzoletti in testa ricamati in seta di vari colori; e a quello che li guidava, che era un giovanotto agilissimo, uno di quelli delle puledre chiese se si era ferito qualcuno dei ballerini.

«Per ora, grazie a Dio, non s’è ferito nessuno: siamo tutti sani».
E subito si confuse fra gli altri suoi compagni, con tali giri, con tale abilità, che benché don Chisciotte fosse abituato a vedere danze del genere, nessuna gli era mai sembrata così bella.

Gli piacque moltissimo anche un’altra danza che entrò, di fanciulle bellissime e così giovani che nessuna sembrava al di sotto dei quattordici anni o al di sopra dei diciotto; erano tutte vestite di raso verde, coi capelli parte a trecce e parte sciolti, ma tutti così biondi che avrebbero potuto gareggiare col sole; e su di essi portavano ghirlande intrecciate di gelsomini, di rose, di amaranti e di madreselva.
Le guidava un vecchio dignitoso e un’anziana matrona, ma assai più agili e snodati di quanto la loro età non avrebbe lasciato supporre.
Faceva da accompagnamento una zampogna zamorana, ed esse, col pudore nei volti e negli occhi, e la leggerezza nei piedi, si dimostravano le più brave ballerine del mondo.

Dopo di questa entrò un’altra danza figurata, di quelle che chiamano «parlanti». Si componeva di otto ninfe divise in due file: una la guidava Amore, l’altra Interesse; il primo adorno di ali, arco, faretra e frecce; l’altro vestito di belle vesti preziose, d’oro e di seta.
Le ninfe che seguivano Amore portavano a tergo i loro nomi scritti a grandi lettere su pergamena bianca. Il nome della prima era Poesia, quello della seconda Intelligenza, della terza Nobiltà e della quarta Prodezza.
Allo stesso modo erano indicate quelle che seguivano Interesse: per la prima il cartello diceva Liberalità, per la seconda Donazione, per la terza Pietra preziosa, e per la quarta Temperanza.

Mantegna-trionfo-virtù
Mantegna – Il trionfo della Virtù

Innanzi a tutti veniva un castello di legno, tirato da quattro selvaggi, tutti vestiti di edera e di canapa tinta di verde, ed erano così naturali che per poco Sancio non si spaventò.
Sul fronte del castello e per tutti i suoi lati c’era scritto: Castello della virtù.
Facevano l’accompagnamento quattro bravissimi suonatori di tamburi e flauti. Apriva la danza Cupido, e dopo aver fatto due evoluzioni, alzava lo sguardo e tendeva l’arco contro una fanciulla che si affacciava tra i merli del castello, alla quale diceva:

Io sono il dio poderoso
sia in cielo che sulla terra,
o per l’alto mare ondoso
o in ciò che l’abisso serra
nel suo fondo misterioso.
Al timore mai non cedo;
faccio sempre quel che credo,
fosse pure l’impossibile,
ed in quanto mi è possibile,
metto tolgo ordino e vieto.

Terminata la strofa, lanciò una freccia verso l’alto del castello, e si ritirò al suo posto. Uscì allora Interesse e fece altre due evoluzioni; tacquero i tamburini, e disse:

Anche me, sì, guida Amore,
son però suo gran rivale;
son della razza migliore
che sulla terra prevale:
della più nota e migliore.
Io sono Interesse: una via
spregiata, ma tuttavia
senza me si gira a vuoto;
quale io sono, a te mi voto
in eterno, e così sia.

Si ritirò Interesse, e si fece avanti Poesia, e dopo aver fatto anch’essa, come gli altri, le sue evoluzioni, posò lo sguardo sulla donzella del castello e disse:

In dolcissimi concetti
la dolcissima Poesia,
alti gravi e in sé perfetti,
l’anima, o bella, a te invia
avvolta in mille sonetti.
Se dunque non t’importuna
che io insista, la tua fortuna
sarà da molte invidiata,
e coi miei accenti innalzata
sopra il cerchio della Luna.

Si allontanò Poesia, e dalla parte di Interesse si fece avanti Liberalità e, fatte le sue evoluzioni, disse:

Dicono Liberalità
il donare che non consiste
nella prodigalità
o nel suo opposto: una triste
e meschina avidità.
Ma per farti più onorare
voglio prodiga tornare,
che se è vizio, è perdonato
ad un cuore innamorato
rivelarsi nel donare.

In questo modo uscirono e si ritirarono tutte quante le figure delle due schiere, e ciascuna fece le sue evoluzioni e recitò i suoi versi, alcuni dei quali erano eleganti, altri ridicoli, e don Chisciotte riuscì a ritenere a memoria (ce l’aveva fortissima) solo quelli su riferiti; quindi si confusero tutte assieme ora intrecciandosi ora sciogliendosi con una grazia squisita e disinvolta; e quando Amore passava davanti al castello scoccava in alto le sue frecce; ma Interesse rompeva contro di esso dei salvadanai dorati.
Infine, dopo aver danzato per un buon tratto, Interesse cavò fuori una grossa borsa fatta di pelle di gatto romano, che sembrava piena di danari, e la scagliò contro il castello; a quel colpo si scardinarono le tavole e vennero giù, lasciando la donzella allo scoperto e senza più difesa alcuna.

Si presentò Interesse con le figure del suo partito e gettandole una gran catena d’oro al collo, fecero finta di prenderla, di assoggettarla e ridurla in schiavitù; visto ciò, Amore e i suoi seguaci finsero di levargliela, e ogni azione veniva eseguita al suono dei tamburi, con un perfetto accordo di salti e passi di danza.
Li riappacificarono i selvaggi, che rapidissimamente tornarono a riarmare e a incastrare le assi del castello, e la donzella tornò a rinchiuder visi di nuovo come a principio, e con ciò ebbe termine la danza, fra il più gran diletto di quanti vi avevano assistito.

(Cervantes, 2: 20)