Strindberg – Zolfo e carbonio

Munch-Strindberg
Munch – Strindberg (litografia)

Tornato nella mia squallida camera da studente al Quartiere Latino, rovistai nel baule, e tolsi dalla custodia sei crogioli di porcellana fine, che avevo avuto cura di acquistare, attingendo dai fondi per il mio sostentamento. Una pinza e un pacchetto di zolfo puro completavano l’attrezzatura del mio laboratorio.
Il fuoco per la fusione ora è acceso nel caminetto, la porta chiusa e le tende abbassate, perché a Parigi non è prudente, tre mesi dopo l’esecuzione di Caserio, maneggiare utensili chimici.

Cade la notte, lo zolfo brucia mandando fiamme infernali, e verso il mattino constato la presenza di carbonio in questo corpo finora ritenuto semplice, lo zolfo; e perciò credo d’aver risolto il grande problema, sovvertita la chimica ufficiale, e conquistata l’immortalità concessa ai mortali.
Adesso, la pelle delle mani, cotta al fuoco violento, mi cade in squame, e il dolore provocato dallo sforzo anche solo di spogliarmi mi rammenta il prezzo della conquista.

Solo nel mio letto che odora di donna, mi sento contento: un senso di purezza dell’animo, di maschia verginità, mi fa sentire il passato coniugale come qualcosa d’indecente, e rimpiango di non aver nessuno a cui rendere grazie per essere stato liberato da un legame sordido, che s’è spezzato senza troppe frasi.
Infatti sono diventato ateo nel corso degli anni, quando le potenze sconosciute avevano abbandonato il mondo, senza più dar segno di vita.
Qualcuno da poter ringraziare! ma non c’è nessuno, e l’ingratitudine forzata mi pesa!

Geloso della mia scoperta, non mi curo di farla conoscere. La mia timidezza non ricerca autorità né accademie. Continuo tuttavia gli esperimenti, mentre le screpolature delle mani s’infiammano, le piaghe si allargano e si riempiono di polvere di carbone, il sangue cola, e i dolori diventano insopportabili.
Tutto ciò che tocco mi provoca dolore, ed esasperato dai tormenti da me imputati a potenze sconosciute che da tanti anni mi perseguitano e ostacolano ogni mio sforzo, evito gli uomini, trascuro la compagnia, disdico gli inviti e allontano gli amici.

Attorno a me si fa solitudine: è la calma del deserto, solenne, orribile, dove io per bravata provoco l’ignoto, lottando corpo a corpo, anima contro anima. Ho dimostrato nello zolfo la presenza del carbonio; sto per liberarne adesso l’ossigeno e l’idrogeno, perché devono esserci.
Ma gli strumenti non bastano, il denaro mi manca, le mani sono nere e sanguinanti, nere come la miseria, sanguinanti come il mio cuore.

Durante questo tempo, infatti, restavo in corrispondenza con mia moglie, e le raccontavo i successi delle mie ricerche chimiche; lei rispondeva con dei comunicati a proposito di nostra figlia, disseminati di meschini consigli sulla vanità della mia scienza e la follia di sperperare il denaro.

In un accesso di legittimo orgoglio, in un furore di sofferenza voluta, commetto un atto suicida e le mando una lettera infame, imperdonabile, con la quale scaccio definitivamente moglie e bambina, e lascio intendere che un nuovo legame d’amore occupa i miei pensieri.
Il colpo va a segno. Mia moglie replica chiedendo il divorzio. Solo, colpevole di suicidio e di omicidio, dimentico il crimine, tutto preso dai dolori e dalle preoccupazioni.
Nessuno mi fa visita, e io non posso più vedere nessuno, sono in rotta con tutti.

Mi sento sublime, fluttuante alla superficie di un qualche mare; ho levato l’ancora e non ho vele.
E intanto la miseria, sotto forma del conto non pagato, m’interrompe lavoro scientifico e speculazioni metafisiche, e mi richiama sulla terra.
Così Natale si avvicina.
Ho rifiutato seccamente l’invito di una famiglia scandinava la cui atmosfera sregolata non mi garba. Ma, solo, la sera, mi pento e ci vado: sediamo a tavola, il cenone comincia con chiasso e allegria esuberanti, fra i giovani artisti che si sentono di casa.

Un’intimità che mi ripugna, gesti, fisionomie, insomma un tono che nulla ha di familiare, m’opprimono come un malessere indescrivibile.
In mezzo al saturnale la tristezza evoca nel mio spirito la tranquilla casa di mia moglie.
Quel salotto suscita in me una visione improvvisa: l’albero di Natale, il vischio, la mia bambina e sua madre abbandonata …
Il rimorso mi assale: mi alzo, e con la scusa di un’indisposizione, me ne vado.

Degas-assenzio
Degas – L’assenzio

Oltrepasso l’orribile rue de la Gaité, dove la falsa gaiezza della folla mi ferisce, poi rue Delambre, tetra e silenziosa, la strada più deprimente del quartiere, svolto nel boulevard Montparnasse e infine mi lascio cadere su una seggiola, alla Brasserie des Lilas.
Un buon assenzio mi consola per due minuti, poi una banda di cocottes e di studenti mi attacca e mi colpisce in faccia con delle verghe. Come scacciato dalle furie, abbandono l’assenzio e corro a prenderne un altro al François Premier, in boulevard Saint-Michel.

Di male in peggio! Un’altra banda m’insegue, urlando: «Dagli al solitario!». Così fustigato dalle Eumenidi, fuggo verso casa, scortato da una fanfara insopportabile di trombette.

L’idea d’un castigo quale conseguenza d’un crimine non mi viene neppure. Vedo me stesso come l’oggetto innocente d’una ingiusta persecuzione.
Gli ignoti mi impedirono di portar avanti la grande opera, e io dovrò infrangere gli ostacoli prima d’ottenere la corona del vincitore.

Ho avuto torto, e ciò nonostante ho e avrò ragione!
Quella notte di Natale dormii male. Una corrente d’aria fredda mi sferzò più volte il viso, e il suono d’una chitarra scordata continuava a svegliarmi.

(Strindberg, Inferno, 1: 1)