Aiguesmortes – Credenza e coscienza

alifSei libero di crederci o non crederci, puoi dirti credente o miscredente – puoi anche non dire proprio niente: sopra il tuo cervello aleggia la Credenza. E che questa sia «spirituale» come vuole il credente, o «spiritata» come invece vuole il miscredente – non fa differenza: il sì e il no non sono che posti differenti all’interno della stessa Credenza.
Se non ti è chiaro, prova a dire Lingua al posto di Credenza.
E dunque rileggi: ciò che ci «tiene assieme», il Continente Umano, è una Lingua, una sola a dispetto delle infinite differenze dialettali. Tutti ci affidiamo alla Credenza che sia la Lingua a dire la nostra presenza nel mondo. Bisogna affidarsi a questa Credenza per venire a dire sì e no. Bisogna credere alle parole, essere predisposti ad abboccare all’amo – per emergere alla Lingua Umana.

L’alif è la Credenza, e il cammello – ma, forse meglio, la cammella – è la nostra «anima parlante».
Quale che sia la Lingua che ci troveremo a parlare – resta che noi siamo predisposti a utilizzare gli «attrezzi da gioco» (codici e registri) linguistici.
Resta che noi ci crediamo a priori.

… e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque
(Genesi, 1: 2)

Non ti sta bene Dio?
Poco male. Al suo posto puoi metterci, come usano i miscredenti, il «Si» soggetto anonimo e impersonale di tutti gli umani «si dice» (non è ogni diceria fondata su una credenza?).
Fatti la cortesia, se puoi, per una volta di non schierarti né di qua né di là. La cortesia di domandarti su «che cosa» (?) si reggono tutte le Dicerie Umane, quelle che dicono sì e quelle dicono no. Abbiamo bisogno, non ti pare?, di guardarci un po’ «dall’alto». Di rivederci (e correggerci?) «da fuori». Fin dove, ovviamente, riusciamo a «fingerci» forestieri a noi stessi. Fin dove sappiamo spingerci a fare il prurito alle viscere di Antero Vipunen. Fin dove possiamo «eroicamente» togliere a Humbaba le sette camicie. Fin dove il nostro sguardo è capace di reggere la faccia feroce del «nudo e crudo».

Sopra le nostre acque, sopra il nostro cervello, volteggia il campo delle Dicerie Umane. Dobbiamo chiamare il Filosofo (come al solito ubriaco di concetti astratti) per farci confondere subito le idee, o ci basta evocare il Campo dei Miracoli?
È così che funziona la Chiacchiera: ci seppellisci le tue monete immaginarie, i tuoi cinque zecchini d’oro, e poi … non resta che affidarti al Gatto e alla Volpe, al Malocchio e alla Maledizione Simbolica, per vedere se domattina si saranno moltiplicati i «tesori sotto il campo».

Fatti la cortesia di domandarti se, prima del sì e del no, senza che ancora intervenisse la mediazione della parola, non ti è successo di essere già stato risucchiato nei giochi di prestigio della Metafora.
Ho detto Metafora? Potevo dire Credenza. In tutti i casi, hai capito bene, è di Lei che si parla, della Vecchia Strega, la più Vecchia di tutte le streghe del mondo: è Lei che ci dà la mela avvelenata, è Lei che ci stringe nel suo nastro di seta, è Lei che ci soffoca e ci addormenta per cent’anni, hai capito bene, è Lei Nonna dell’Universo, che, passando per l’immaginare e il simboleggiare, ci trascina dal credere al dire – dall’incoscienza della Credenza a saperci da noi stessi metaforizzare a parole. A parole dette «in tutta coscienza».

gimel-camelHai capito bene: la Credenza è l’inconscio che la cammella parlante porta a spasso nel deserto da un’oasi all’altra, da questa a quell’altra Lingua del Mondo.
Perché il Mondo «parla», il Mondo intero gode di un’«Anima parlante» perché «crede», perché si affida ai suoi possibili linguistici – perché confida (come il sole ai suoi raggi) che questi possano – dal balbettio – arrivare a dire, a riconoscere e a farsi riconoscere. Che essi giungeranno a Comunicare. Magari, fino a fare luce sull’inconscio.

Lo vuoi chiamare Es alla maniera di Freud? Poco male. Si tratta solo di passare da un posto linguistico a un altro, senza farsi incantare dall’«idolo» che in quel posto si onora o si disprezza. Non fermarti a dire sì e no. Aspetta, abbi pazienza, datti il tempo di vedere come ogni volta (anche qui e ora, per es.) la tua Credenza sia lì in attesa di trovarsi confermata – che so? da un piccolo dettaglio che la faccia sentire «familiare» [l’Ummu’l-Kitâb parla di «dimestichezza e fratellanza»], che la «familiarizzi» con quello che in sé già crede prima di venire a riconoscere una «forma» amica di quella credenza, quale che essa sia.

L’inconscio non è questo o quello. È ciò che la Credenza vigente nella Lingua delle Dicerie, fa volteggiare a nostra insaputa sulle nostre teste.
Una nuvola? ma sì, è proprio quella che altrove è detta la Nube primordiale, la Nebbia che aleggia sulle acque amniotiche della nostra genesi, quella della «non-conoscenza».
È la Diceria, è la Lingua in cui è detta – a crearci inconscio. L’inconscio è la Diceria dell’Altro. La Diceria produce inconscio, e l’Inconscio produce ancora altre dicerie.
Alif e uštur – Adamo e la cammella, credenza e diceria – siedono alla destra e alla sinistra della prima lettera del Libro (beth, ).

L’inconscio, la Credenza – la credulità di Epimeteo è la sua forma ellenica – è l’asse longitudinale che attraversa il nostro essere, che lo «polarizza», e forse, insieme, lo «ionizza», gli dà una «carica», lo «incarica» di un più o meno elettrico «peso di coscienza».
È il quadro che disegna il testo. Dice: su, in alto, la Credenza, e giù, in basso, la Coscienza, la Vita cosciente. È il traduttore che qui, però, ha forzato il testo. L’Ummu’l-Kitâb dice: hayât-i nâtiqa, «vita parlante».
E dunque: su, in alto, l’Inconscio sulle nostre teste, e giù, in basso, la vita di cui prendiamo coscienza «parlando» (tutti i codici linguistici di cui siamo biologicamente dotati come specie e come individui).
Crediamo di dire, quando è la Credenza che «parla» dalle nostre bocche, nel grado proporzionale inverso alla nostra «coscienza». Perché la «coscienza» può arrivare a prendere coscienza arrampicandosi, di spirito in spirito, fino allo Spirito di Credenza che avvolge Tutto il Mondo.
Almeno questa è la scommessa, come s’azzarda a dire Pascal.

Non possiamo scommettere che sui nostri linguaggi, e perciò siamo chiamati a non cadere, non subito perlomeno, nella trappola dei sì e dei no, se davvero vogliamo sapere qualcosa del loro «duende».
Il «donde» di tutte le lingue del Mondo (e il Mondo, è sottinteso in tutte le sacre scritture, è una sola Parola, la Parola di dio), tutti gli gnostici, dovrei dire tutti gli antichi «linguisti», dicono che è «scritto» e «sigillato» nella prima lettera dell’alfabeto, ma ci tengono a precisare che alfa o alif o aleph che essa sia, quella è la «lettera analfabeta», la «lettera ignorante», il fondamento infondato di ogni alfabeto, il suo Presente senza Passato, ma anche (e qui sta il buco nero dell’Inconscio) il suo Passato Impresentabile e Irrappresentabile.

(Aiguesmortes, Spiritoso no spirituale)