Maya – Hunahpú e Ixbalanqué a Xibalbá

Sulla via della discesa a Xibalbá, Hunahpú e Ixbalanqué traversarono un fiume di putredine e un fiume di sangue. I Signori di Xibalbá pensavano che così essi si sarebbero annientati, ma essi non lo toccarono coi loro piedi, l’attraversarono sulle loro cerbottane.
Andarono oltre e giunsero a un quadrivio. Essi sapevano bene che c’erano quattro strade: quella nera e quella bianca, la strada rossa e la strada verde. Allora mandarono avanti la zanzara, per raccogliere le notizie di cui avevano bisogno.
«Pungili uno per uno – le dissero. – Pungi prima quello che è seduto al primo posto, poi tutti gli altri, poiché questa è la sorte che ti è assegnata: succhiare il sangue degli uomini lungo le strade».

zanzara-disegnoLa zanzara volò rapidamente e andò dritta dagli uomini di legno che erano seduti ai primi posti.
Ne punse uno, ma questo non disse nulla. Ne punse un secondo, ma neanche questo disse nulla. Solo il terzo, Hun-Camé, quando fu punto, si lasciò sfuggire di bocca un «ahi!».
E quello che gli sedeva accanto, il quarto, gli domandò: «Che c’è, Hun–Camé? Che cosa ti ha punto? Non sai che cosa ti ha punto?».

«Che c’è, Vucub-Camé? Che cosa ti ha punto?», chiese il quinto.
«Ah! Ah!», disse poi Xiquiripat. E Vucub-Camé gli chiese: «Che cosa ti ha punto?».
E quando la zanzara punse il sesto, questo gridò: «Ah!».
«Che c’è, Chuchumaquic? – domandò Xiquiripat. – Che cosa ti ha punto?».
E il settimo disse: «Ah!», quando fu punto.

«Che cosa c’è, Ahalpuc? – domandò Chuchumaquic. – Che cosa ti ha punto?». E quando fu punto, l’ottavo a sua volta disse: «Ah!».
«Che cosa c’è, Ahalcaná? – disse Ahalpuc. – Che cosa ti ha punto?». E il nono, quando fu punto, disse: «Ah!».
E così la cosa andò avanti fino al quattordicesimo, che era l’ultimo.

In questa maniera dissero i loro nomi: dicendoseli l’un l’altro, quando erano punti dalla zanzara. Fu così che si fecero conoscere, dicendo i propri nomi, chiamando ogni capo, uno per uno.
Nessun nome sfuggì, tutti dissero i loro nomi, quando Hunahpú si strappò il pelo dalla gamba, col quale furono punti. Dovete sapere che in realtà a pungerli per far conoscere a Hunahpú e Ixbalanqué i nomi dei Signori di Xibalbá, non era una zanzara, ma un pelo della gamba di Hunahpú.

Così, quando entrarono a Xibalbá, essi si presentarono ai Signori del Paese e, guardandoli in viso, li poterono chiamare per nome, uno per uno e senza dimenticarne nessuno. E invece quello che i Signori di Xibalbá volevano era che non fossero scoperti i loro nomi.
«Sedete qui», dissero poi, con la speranza che quelli si sarebbero seduti sul sedile che gli indicavano.
«Quello non è un sedile per noi: è soltanto una pietra ardente», dissero Hunahpú e Ixbalanqué, ed essi non poterono vincerli.
«Benissimo, allora andate in quella casa», dissero i Signori. E li fecero entrare nella Casa dell’Oscurità, ma neanche lì li vinsero.

Questa fu la loro prima prova a Xibalbá. I Signori pensavano che quella sarebbe stata la loro caduta. Gli mandarono delle bacchette di pino resinoso, e i messaggeri di Hun-Camé portarono anche un sigaro per ciascuno di loro.
«Queste sono le vostre bacchette – dissero. – Dovete riportarle intere domani all’alba, insieme con i sigari!».

Hunahpú e Ixbalanqué non accesero né le bacchette né i sigari, ma per fare luce nel buio usarono alcune penne della coda di Pappagallo, e misero delle lucciole sulla punta dei sigari.
I Signori di Xibalbá erano certi della loro disfatta, e perciò non seppero darsi pace quando i messaggeri andarono a riferire che le bacchette e i sigari non erano stati neanche accesi.
Finsero allora indifferenza, e li mandarono a chiamare: «Su! giochiamo a palla!», dissero loro Hun-Camé e Vucub-Camé.

Maya-Hunhapu-palla

Allora i Signori di Xibalbá presero la palla e la gettarono dritta verso l’anello di Hunahpú. La palla rimbalzò e saltò per tutto il cortile da gioco.
«Che c’è? – dissero Hunahpú e Ixbalanqué. – Volete ucciderci? Non ci avete mandati a chiamare per giocare? Non furono i vostri messaggeri a venire da noi? In verità, ce ne vogliamo andare, e ce ne andremo subito».

Quelli di Xibalbá volevano che morissero proprio lì, nel cortile delle palle: lì i due ragazzi dovevano essere sopraffatti. Ma non fu così. Furono anzi loro a essere sconfitti.
«Non ve ne andate! – li supplicarono. – Andate a raccogliere per noi quattro vasi di fiori! Quando tornerete, giocheremo di nuovo a palla».
E quelli andarono a raccogliere i fiori da riempire quattro vasi.

Entrarono allora nella Casa dei Coltelli. Era un luogo di tortura, e i Signori di Xibalbá ve li fecero entrare, perché volevano che essi fossero tagliati a pezzi dai coltelli e morissero rapidamente. Questo desideravano nei loro cuori.
Ma i due giovani non morirono. Parlarono invece subito ai coltelli: «Sarà vostra la carne di tutti gli animali», dissero ai coltelli. E questi non si mossero, ma rimasero tutti fermi.

Così essi passarono la notte nella Casa dei Coltelli e chiamarono tutte le formiche: «Su, formiche dalle tenaglie taglienti, accorrete in nostro aiuto: i Signori di Xibalbá ci hanno ordinato di cogliere ogni specie di fiore, ma così vogliono farci cadere in trappola. Andate, su, andate voi a prendere i fiori al posto nostro!».
«Benissimo», risposero quelle e andarono subito a raccogliere i fiori nei giardini di Xibalbá.

I Signori di Xibalbá avevano ammonito i guardiani dei fiori: «State attenti ai nostri fiori; non fateli cogliere ai giovani! State in guardia tutta la notte!».
I guardiani stettero all’erta, ma non videro le formiche che li stavano derubando di quel che essi dovevano sorvegliare. Le formiche andavano in giro, si muovevano qua e là, tagliavano i fiori, salivano sugli alberi per prendervi i fiori e li raccoglievano da terra, ai piedi degli alberi. I guardiani non sentirono i denti che tagliavano loro le code e le ali. E così le formiche riempirono quattro vasi di zucca coi fiori rubati.

Maya-vasoAl mattino, i Signori di Xibalbá mandarono a chiamare Hunahpú e Ixbalanqué. I due ragazzi vennero e portarono i quattro vasi di zucca, in cui le formiche avevano raccolto per loro ogni specie di fiori proibiti.
I Signori di Xibalbá impallidirono, le loro facce si fecero livide, a cagione dei fiori. Mandarono a chiamare i guardiani dei giardini: «Perché avete permesso loro di rubare i nostri fiori?», dissero ai guardiani.
«Noi non abbiamo notato nulla, Signori. Anche le nostre code sono state danneggiate!».
Allora, per punizione, i Signori di Xibalbá spaccarono loro la bocca. Da quel tempo la bocca dei gufi è rimasta divisa, spaccata.

Poi Hunahpú e Ixbalanqué entrarono nella Casa del Gelo. È impossibile dire quanto quella Casa era fredda: era tutta coperta di grandine e neve, era la dimora del freddo.
Presto, tuttavia, il freddo finì, perché i due giovani accesero dei vecchi ceppi e lo fecero cessare: ecco perché non morirono. Certo, i Signori di Xibalbá volevano che morissero, ma non fu così.
E quando albeggiò – allorché sorse l’alba del nuovo giorno, essi erano ancora sani e salvi.
I Signori di Xibalbá erano sbalorditi per le gesta di Hunahpú e Ixbalanqué: con un po’ di legna erano riusciti a scampare alla morte nella Casa del Gelo.

Subito dopo entrarono nella Casa dei Giaguari.
«Non mordeteci! Questo è il vostro cibo», dissero ai giaguari, mentre gettavano loro in pasto ossi d’animali.
I Signori di Xibalbá erano sicuri che i giaguari li avrebbero divorati, ma i due giovani non morirono. Uscirono indenni dalla Casa dei Giaguari.

E subito dopo entrarono tra le fiamme della Casa del Fuoco, ma non si bruciarono. Il fuoco prese la legna e i carboni, non loro.
E quando fu l’alba, e i Signori di Xibalbá, avendoli trovati incolumi, li fecero entrare nella Casa dei Pipistrelli. Non c’erano che pipistrelli in quella Casa. Essi vi entrarono, ma dormirono al sicuro dentro le loro cerbottane, e così non furono morsi dai pipistrelli.

Quella notte i pipistrelli erano riuniti in consiglio e svolazzavano avanti e indietro dicendo: quilitz, quilitz. Lo dissero per tutta la notte. Poi si fermarono per un po’ e, senza muoversi, se ne stettero addossati all’estremità di una delle cerbottane.
Allora Ixbalanqué disse a Hunahpú: «Guarda, comincia forse a far luce?».
«Può darsi, adesso vado a vedere», rispose Hunahpú.
E poiché aveva una gran voglia di guardare fuori dalla bocca della cerbottana per vedere se albeggiava, in quel medesimo istante, Camazotz, il Signore della Casa dei Pipistrelli, gli tagliò la testa e il corpo di Hunahpú rimase decapitato.

Ixbalanqué domandò di nuovo: «È venuta già l’alba?».
Ma Hunahpú non si muoveva.
«Dove sei andato, Hunahpú? Che hai fatto?».
Ma quello non rispondeva, e neanche si muoveva.
Allora Ixbalanqué divenne inquieto ed esclamò: «Siamo sventurati. Siamo distrutti».
Andarono subito ad appendere la testa di Hunahpú nel cortile delle palle per ordine di Hun-Camé e Vucub-Camé, e tutto il popolo di Xibalbá gioì per quel che era accaduto alla testa di Hunahpú.