Ginzburg – La claviceps purpurea

claviceps-purpureaLa claviceps purpurea è un fungo che, favorito da primavere ed estati piovose, si installa sui cereali, in particolare la segale, coprendoli di escrescenze nerastre dette sclerozi. L’ingestione di farina contaminata da segale cornuta provoca vere e proprie epidemie di ergotismo (da ergot, la parola che designa il fungo in inglese e in francese).
Di questo morbo si conoscono due varietà. La prima, documentata soprattutto nell’Europa occidentale, dava luogo a forme gravissime di cancrena; (nel Medioevo era nota come «fuoco di sant’Antonio»). La seconda, diffusa prevalentemente nell’Europa centro-settentrionale, provocava convulsioni, crampi violentissimi, stati simili all’epilessia con perdita dei sensi per la durata di sei-otto ore.
Entrambe le forme, cancrenosa e convulsiva, erano molto frequenti, data la diffusione sul continente europeo di un cereale come la segale, ben più resistente del grano. Spesso esse avevano conseguenze mortali, soprattutto prima che, nel corso del ‘600, se ne scoprisse la causa nella claviceps purpurea […]

Nella medicina popolare la segale cornuta veniva largamente usata come abortivo … e come antiemorragico. Si sa che le levatrici usavano somministrare le escrescenze della claviceps purpurea … per affrettare le doglie … All’inizio dell’800 l’efficacia della pulvis parturiens come rimedio per accelerare il parto venne riconosciuta anche dalla medicina ufficiale […]

In una tesi di laurea in medicina discussa a Wittenberg nel 1723, J. G. Andreas parlò dell’epidemia che aveva colpito la Slesia alcuni anni prima. Le manifestazioni del morbo variavano molto a seconda dei pazienti. Alcuni erano scossi da contrazioni dolorosissime; altri, «simili a estatici, piombavano assopiti in un sonno profondo: terminato il parossismo, si svegliavano e parlavano di varie visioni».
Una donna di Lignitz, vittima del male ormai da tre anni, era tenuta dal popolo in conto di indemoniata; un bambino di nove anni cadeva in accessi simili a quelli degli epilettici, da cui usciva parlando delle visioni avute. La gente attribuiva tutto ciò a una causa soprannaturale.
Oggi sappiamo che alcune specie di claviceps purpurea contengono, in quantità variabile, un alcaloide – l’ergonovina – da cui nel 1943 è stato sintetizzato in laboratorio l’acido lisergico dietilamide (LSD).

La segale era coltivata sin dall’antichità nelle Alpi e nella maggior parte dell’Europa centrale; in altre zone, come per esempio in Grecia, crescevano altre specie di claviceps, contenenti alcaloidi che potevano fungere da sostituti. Ma l’accessibilità materiale di una sostanza potenzialmente allucinatoria non prova, evidentemente, che essa venisse utilizzata in maniera consapevole.
Più indicativi sono alcuni termini usati popolarmente per indicare la claviceps purpurea, come il francese seigle ivre (segale ubriaca) e il tedesco tollkorn (grano pazzo), che sembrano indicare un’antica consapevolezza del potere racchiuso nella pianta.

Verso la metà dell’800 nelle campagne tedesche si parlava ai bambini di esseri spaventosi come il «lupo» o il «cane della segale» (Roggenwolf, Roggenhund). Erano probabilmente trasfigurazioni mitiche della segale cornuta: la «madre della segale» (Roggenmutter) era anche detta «lupo» (Wolf) o, per la sua forma allungata, «dente di lupo» (Wolfzahn).
Nei racconti di alcune zone le escrescenze nerastre della claviceps purpurea diventavano poppe di ferro che la madre della segale faceva succhiare ai bambini perché morissero. Tra il lupo della segale (Roggenwolf) e il lupo mannaro (Werwolf) c’era una profonda affinità. «Il lupo mannaro se ne sta seduto in mezzo al grano» si diceva […]

In maniera del tutto indipendente, una connessione tra lupi mannari e sostanze psicotrope è stata ipotizzata in tutt’altro ambito linguistico e culturale. E con questo arriviamo alla seconda possibilità.
Si è supposto che le parole saka haumvarka, che nei testi iranici designano una famiglia da cui discendevano gli Achemenidi, significassero «la gente che si trasforma in lupi mannari inebriandosi di haôma».
Si tratterebbe di una allusione allo stato di frenesia guerriera che veniva considerato un attributo tipico delle società segrete maschili.

Ma quest’interpretazione è tutt’altro che certa. Inoltre, che cosa fosse l’haôma non si sa con precisione. Nell’Avesta, il libro sacro della religione zoroastriana, se ne parla come di una pianta che doveva essere, almeno in origine, identica al Soma, da cui si estraeva una bevanda che i poemi vedici descrivono in toni enfatici.
amanita-muscariaDopo molti tentativi infruttuosi di identificare a quale pianta corrispondessero Soma e Haôma – le proposte, riferite all’uno o all’altro o a entrambi, includevano il miglio, la vite, il rabarbaro, la canapa indiana e così via – è stata avanzata un’ipotesi che sembra corrispondere perfettamente alle indicazioni contenute nei testi.

Il Soma sarebbe l’amanita muscaria: un fungo che fa entrare in uno stato simile all’ebbrezza chi lo mangia, o ne beve il succo spremuto, eventualmente mescolato con acqua, oppure beve l’urina di chi l’abbia mangiato (in quest’ultimo caso sembra che l’effetto sia particolarmente intenso). Di questo fungo le popolazioni siberiane (ad eccezione di quelle altaiche) fanno largo uso: soprattutto gli sciamani, per raggiungere l’estasi.
Nella zona compresa tra l’Afghanistan e la valle dell’Indo, dove le popolazioni arie provenienti dall’Eurasia settentrionale s’insediarono nel secondo millennio a. C., procurarsi il fungo era meno facile: l’amanita muscaria cresce soltanto presso abeti o betulle. Forse i sacerdoti cercarono di sostituirlo con surrogati. Ma i poemi vedici serbarono una memoria vivissima dell’antico culto.

L’uso dell’amanita muscaria per raggiungere una condizione estatica è certo antichissimo. Ragioni linguistiche fanno pensare che esso risalga ad almeno 4000 anni prima di Cristo, quando ancora esisteva una lingua uralica comune. Inoltre, un gruppo di parole che designano l’amanita muscaria, i funghi in generale, la perdita di coscienza, il tamburo (sciamanico) nelle lingue ugro-finniche e samoiede deriverebbero da un’unica radice, poŋ. A parole connesse con questa radice le popolazioni indo-iraniche avrebbero sostituto, per ragioni di tabù, Soma e Haôma. Ma la radice rimossa riaffiora forse in una parola sanscrita, a quanto pare di origine non aria, legata a un ipotetico sanscrito *paggala (folle, follia), da cui deriverebbero vari termini dialettali indiani. La parola sanscrita in questione è pangú, che significa «zoppo, storpio».

L’esistenza di un nesso tra il fungo usato dagli sciamani per raggiungere l’estasi e la zoppaggine apparirà a questo punto, in linea di principio, tutt’altro che impossibile. Per di più, questa convergenza non è isolata. In alcune regioni francesi i funghi provvisti di lamelle (come per esempio l’amanita muscaria) hanno nomi come o botet che richiamano immediatamente bot (storpio) e bot (rospo). Vediamo profilarsi un intreccio fra tre elementi: fungo, rospo e anomalia deambulatoria […]

I nomi che identificano il rospo con «scarpa», «ciabatta» e così via nei dialetti dell’Italia settentrionale sembrano indicare la presenza di un’affinità semantica, certo non riducibile alla rassomiglianza esteriore. Altrettanto indiscutibile, anche se oscura, è l’affinità tra fungo e rospo. In Cina, l’amanita muscaria si chiama «fungo rospo», in Francia crapaudin (da crapaud, «rospo»). «Pane del rospo», pin d’ crapâ è il nome con cui vengono indicati in Normandia i funghi agarici (compresa l’amanita). In Veneto il rospèr zalo designa l’Amanita mappa; a Treviso, in particolare, il fongo rospèr è l’Amanita pantherina. «Funghi rospi» o «simili a rospi» sono chiamati i funghi non mangerecci rispettivamente in Slovacchia e in Ucraina. Inoltre, termini come «sedia del rospo», «cappello del rospo» e così via, sono usati per designare i funghi in inglese, irlandese, gallese, bretone, frisone, danese, basso tedesco, norvegese.

Si è sostenuto che una connessione così stretta con un animale ritenuto brutto, sgradevole o addirittura diabolico come il rospo, esprimerebbe un atteggiamento profondamente ostile verso i funghi, proprio della cultura celtica. Ma come si è visto la convergenza tra funghi e rospi, e in particolare tra amanita muscaria e rospi, è documentata ben al di là dei confini del mondo celtico, addirittura in Cina. Se eliminiamo, perché tardive e superficiali, le connotazioni negative del rospo, vediamo emergere una spiegazione diversa.

Dall’Italia settentrionale, alla Germania, all’Ucraina, alla Polonia, il rospo è designato come «fata», «strega» e «mago». Si è supposto con buoni argomenti che l’italiano «rospo» derivi dal latino haruspex, il mago e indovino che i latini avevano importato dall’Etruria. A quanto pare, anche il rospo, come l’amanita muscaria e le anomalie deambulatorie, costituiva in molte culture un tramite simbolico con l’invisibile. Difficile dire se a ciò contribuissero le potenzialità psicotrope (ma l’opinione in proposito è controversa) della bufotenina, una sostanza contenuta nelle secrezioni della pelle del rospo […]

La connessione con stati di alterazione della coscienza sembrerebbe suggerita da termini come cocch matt, coco mato, ovol matt, bolé mat con cui l’amanita muscaria viene designata nei dialetti lombardi, veneti, emiliani […]

Dall’Europa alle Americhe i funghi sono spesso chiamati con nomi che evocano urina, feci o flatulenze animalesche: «piscia di cane», «vescia di lupo», «escrementi della volpe», «escrementi di puma».

(Ginzburg, Storia notturna)