Romania – Il serpente verde

C’era una volta lassù, sulla montagna, un lago dalle acque blu e cristalline. Sulle rive di quel lago lassù, sorgeva un castello. E nel castello abitava un principe meraviglioso: era così bello che non c’era fanciulla al mondo che al primo sguardo non se ne innamorasse.
Oltre che bello a vedersi, il principe era anche poeta e musico. Bello dunque anche a udirsi.

strega-scopaUn giorno – nessuno sa perché – il principe allestì un banchetto nel suo castello lassù in riva al lago sulla montagna. E al banchetto invitò tutte le fate, tranne una, Surina, la fata brutta e cattiva.
Surina però era innamoratissima del principe e, benché non invitata, si presentò lo stesso alla festa.

Ma che dolore fu per lei udire di nascosto che il principe diceva alle altre fate: «Preferirei sprofondare sotto terra piuttosto che ricambiare l’amore di Surina».
Che dolore! E che rabbia! Surina, la fata brutta e cattiva, uscì dall’ombra e furente gettò sul pavimento un piccolo serpente di giada.
«Ti maledico! – disse al principe. – Su di te e sul tuo castello scenda l’oblio, e si avveri così il desiderio che tu stesso hai, qui e ora, enunciato. Sprofondate, tu e il castello, nelle acque del lago!».

All’istante la montagna si aprì e il castello precipitò in fondo al lago.
Invano le fate buone, le fate belle e buone, supplicarono invano Surina di togliere l’incantesimo: dopo molte insistenze ottennero solo che alla prima ora di ogni anno le acque si aprissero e il castello risorgesse così com’era prima che la Strega vi gettasse sopra la sua maledizione.
Che tristezza, e che desolazione! Sulla montagna lassù non c’era più il castello. E non c’era più neanche il principe, quello che una volta era bello a vedersi, ormai più non si vedeva, e la sua voce che era così soave a udirsi, ormai nessuno più la udiva.

Tra gli uomini i più coraggiosi salirono sul monte, per vedere se gli riusciva d’entrare nel castello in quell’unica ora all’anno in cui esso riemergeva dalle acque del lago. Ma nessuno di loro fece più ritorno.
E la gente terrorizzata cominciò a tenersi lontana dal lago, da cui non venivano che gemiti e lamenti.

Passò il tempo e il castello finì per essere dimenticato. Nessuno più ne sapeva niente quando, molto tempo dopo, una pastorella si perse sulla montagna con le sue pecore.
Costretta a dormire lassù su un giaciglio improvvisato, nel cuore della notte Anna (era questo il nome della fanciulla) udì i lamenti che venivano dal fondo del lago.

castello-subacqueo«Chi è che piange?», domandò spaventata la pastorella.
A questa domanda non ebbe altra risposta che l’eco di lamenti ancora più insistenti che salivano dal più profondo delle acque. Voci accorate, appelli gridati – come da lungi, inutilmente mandati.
Allora Anna guardò più attentamente e in fondo al lago vide luccicare piccoli bagliori gialli che tra loro si rincorrevano, poi si spegnevano, e poi di nuovo si riaccendevano.
Quel vortice durò per ore senza fine, e la pastorella sempre più si convinceva che laggiù, in fondo al lago, doveva essere imprigionato un dolore.

Quando il mattino dopo tornò a casa, Anna corse a raccontare tutto alla nonna, e la nonna si ricordò del castello, del principe e dell’incantesimo.
«Andrò io a liberarli!», esclamò la pastorella dal cuore buono.
Le sue parole si posarono sulle ali d’una farfalla che, di fiore in fiore danzando sui prati, le riportò all’orecchio delle fate.
E una di queste, quella notte stessa, apparve in sogno alla pastorella e le suggerì come fare a rompere l’incantesimo.

All’orecchio mentre dormiva così le bisbigliò: «C’è un’ora all’anno, in cui le acque del lago si aprono e il castello risorge dal profondo. Tu, va’ sul monte e attendi quell’ora! e quando l’ora sarà, tu entra nel castello, ma sta’ attenta a non ascoltare i richiami del principe o degli altri castellani. Va’ dritta al giardino del castello: in mezzo al giardino sta un albero di vetro, tra i cui rami si nasconde il serpente che Surina ha messo a guardia del castello. È un serpentello scolpito in pietra verde con gli occhi luccicanti di diamante. Tu, non avere paura. Quegli occhi, tu li devi accecare, se vuoi vincere la maledizione! Ecco, tieni questa piccola scure tagliata nel cristallo dalle fate con le loro stesse mani. Usala, e vincerai!».

Appena si destò, Anna trovò la scure accanto a lei, nel letto. Dunque – pensò – il sogno non mi ha ingannato! E senza perdere tempo, partì per la montagna e, giunta in riva al lago, si costruì una capanna e attese l’ora della lotta.
L’anno scorreva abbastanza in fretta, ma a lei sembrava che andasse piano come una lumaca. In un modo o nell’altro, però, l’anno passò, e venne l’ora tanto attesa.

Ed ecco una notte, a mezzanotte in punto, con un tremendo rombo le acque si aprirono e dal buio del profondo lentamente il castello iniziò a riemergere. Pieno di luci, com’era una volta.
A una finestra era affacciato il principe che a gran voce la chiamava. Sì, chiamava proprio lei: «Anna! Corri a salvarmi – gridava. – Vieni a spezzare l’incantesimo che qui m’incatena. E voi, servi, aprite le porte! ché sta venendo a liberarci la più bella fra le stelle».

serpente-verdeIl cuore di Anna batté forte.
«Sì, verrò, ma non adesso, principe caro!», rispose la pastorella.
«Vieni adesso, ché il tempo passa», la pregò con insistenza il principe.
E tante voci, in coro, facevano eco alla sua preghiera: «Sì, adesso … no poi … il tempo passa … ora o mai più …», dicevano lagnandosi.
Anna avrebbe voluto, eccome, correre dal principe, ma memore del suggerimento della fata andò alla ricerca dell’albero di vetro per stanare il serpente verde nascosto tra i suoi rami.

Cercò di qua, cercò di là. Cercò una volta, cercò una seconda, e poi una terza. E finalmente lo trovò. Vide il serpente verde. Stava su, in cima a un ramo di vetro. E attorno all’albero c’erano migliaia di altre serpi, più o meno velenose, che strisciavano nell’erba, protendendosi a scatti verso di lei.
Alla ragazza tremò il braccio. Si sentiva sopraffare dalla paura. Ma si fece coraggio e, tirata fuori dal seno la piccola scure, si avvicinò al ramo intorno cui s’era attorcigliato il serpente e lo colpì alla testa.

Appena lo toccò, al serpente si staccò l’occhio di diamante dalla parte destra. Anna lo colpì una seconda volta, e anche l’altro occhio schizzò via dalla fronte del serpente.
Ora che era cieco, il serpente la scongiurò: «Non mi uccidere, fanciulla cara, e ti ripagherò con tutto l’oro che vuoi. Farò di te la donna più ricca della montagna. Se vuoi, farò di te la Regina di questo paese. Cerca, per favore, gli occhi che mi sono caduti e rimettili al loro posto».

Anna trovò in fretta i due occhi, ma li spezzò con la scure e all’istante il serpente divenne fumo e si dileguò. Anche le altre serpi, di colpo, sparirono nel nulla.
Ed ecco, le porte del castello si aprirono, e apparve dinanzi ad Anna il principe, bello come nessuno può immaginare, con tutto il suo seguito e una moltitudine di invitati alla sua antica Festa.

«Gloria – disse a voce alta il principe. – Gloria a questa santa donna che ci riporta alla vita!».
E così dicendo, accolse Anna a braccia aperte: «Stavo aspettando te – le disse. – Te, e nessun’altra, stavo aspettando da non so quanto tempo».
E l’accarezzò, e la baciò, più di una volta, e tra un bacio e una carezza la pregò di diventare sua sposa.
«Certo che sì», rispose Anna.

Solo che proprio in quel momento, mentre la ragazza dava il suo consenso, era passata l’ora e le acque stavano per richiudersi sul castello e sulla gente, secondo l’antica maledizione.
I due innamorati, presi dal loro amore, s’erano distratti l’uno negli occhi dell’altra, e di sicuro sarebbero annegati se a volo dei cigni, inviati dalle fate, non fossero scesi in volo a raccoglierli sulle proprie ali.
Cigni grandi, cigni bianchi, chissà – forse erano loro le fate buone, le belle fate che una volta facevano finire in gloria tutti i racconti. Anche quelli che, come questo, narravano di un’antica maledizione. Di una maledizione che l’Amore vince sì, ma solo se e quando piace agli uccelli «di lassù». A quelli di montagna.