Pavel Kutzko – I nevrotici della Terra di Mezzo

… non ha assolutamente interrotto il suo rapporto erotico con le persone e con le cose. Continua anzi a serbare ben saldo nella fantasia questo rapporto: il che significa da una parte che egli ha sostituito e combinato insieme gli oggetti reali con oggetti immaginari tratti dai suoi ricordi, e dall’altra che ha rinunciato a intraprendere le attività motorie atte a raggiungere i suoi obiettivi in relazione a questi oggetti.
(Freud, Introduzione al narcisismo)

… non ci sono solo «persone di lassù» e «persone di quaggiù», ci sono anche isterici e nevrotici più o meno ossessivi.
La discussione, non mi ricordo chi l’aveva accesa. Ricordo solo che non c’era uno solo di noi, che fosse d’accordo con un altro. E poi si fumava tanto.
Fu la sera che conobbi quell’antipatico di monsieur Réja. Vanitoso non meno della donna a cui si accompagnava, s’era vantato d’aver acquistato all’asta la «Fuga in Egitto» di Poussin. E voleva convincerci di non essere entrato in possesso di un falso, di una copia, ma del dipinto Originale!

Poussin-fuga-EgittoCi sono quelli come me – disse Hermann Hesse (c’era pure lui, quella sera, a casa di Madame Jeanette) – che sono o si sentono stranieri lassù come quaggiù. Quelli che si vedono costretti a popolare la Terra di Mezzo. Persone sospese tra la Terra e il Cielo. Persone impantanate nel guado. Persone che, impotenti a navigare nelle «acque di sopra» o a stare in apnea in «quelle di sotto», hanno preso il vizio di «sostituire» il Lontano Reale col Vicino Immaginario. Persone avvezze a riempire i vuoti e le assenze «reali» di improbabili presenze «immaginarie», persone che le assenze se le sono «segnate» a memoria, persone che sono diventate abili a rimpiazzarle con certi «segni» che, abdicando alla Realtà, proprio così, paradossalmente, acquistano Significato.

Sono essi – disse, non so se per concludere o per prendersi il tempo di un altro tiro di sigaro. – Sono essi, quelli «di mezzo», le stelle del Firmamento. Quelli che si fermano per strada, per mettersi a giocare. Quelli che mettono in scena i loro giochi – che in fondo giocano a sceneggiare sempre un Miracolo: l’attesa del Gesto Miracoloso con cui, soffiando, far volare i Pesci a primavera, e spingere le Aquile a nuotare giù, negli abissi di quel gelido inverno in cui un’antica Maledizione le ha precipitate a rodere, che crudeltà! il fegato di Prometeo.

Ed ecco, giusto in quell’intervallo in cui stavamo cercando di «digerire» ciò che il Buddha ermeticamente ci aveva dato da assaporare, quell’antipatico di Réja si gettò a capofitto, per tornarsi a vantare di non so quale romanzo aveva appena finito di dare alle stampe. Lui che aveva tradotto, badate bene, dal francese al francese l’Inferno di Strindberg, ora si prendeva il lusso di spettegolare alle sue spalle.
Nessuno gliel’aveva chiesto, stavamo parlando d’altro, credo che, appresso proprio al suo suggerimento, stessimo discutendo di Copia e Originale. Se ricordo bene, un certo Montfort, esperto alquanto d’antiquariato, aveva attirato la nostra attenzione sull’Albero piegato (non dal vento, ci tenne a dire) che, nel quadro di Poussin, s’intravede sullo sfondo, a sinistra. «S’è piegato per nutrire Maria dei suoi frutti – disse. – E a lui Maria rivolge il suo sguardo di gratitudine». E stava dicendo che, anche se non sembra (Poussin ha traslocato l’evento nella campagna romana!), quell’albero dovrebbe essere la Palma che sta sulla via che porta Giuseppe Maria e Gesù bambino in Egitto. Voleva, credo, dare a intenderci che la Palma «si piega» per nutrire gli stranieri in viaggio nella Terra di Mezzo – quella che va da Betlemme, la «Casa dei pani», fino alla Terra dei Faraoni, alla «Casa delle Pietre», in cui gli stranieri per un momento trovano rifugio da chi li perseguita.

E quell’antipatico, prendendo a volo le ultime parole di Montfort, subito ebbe a dire, quasi fosse un dovere a cui non poteva venir meno in quella salottiera circostanza, sì, disse che Strindberg parlava spesso, e ne aveva scritto più che abbastanza, dell’Angelo che da un po’ di tempo lo «perseguitava».
«Era un ubriacone», quell’antipatico doveva per forza dirci che Strindberg era solo un ubriacone. Antipatico che mi diventava sempre più antipatico, lui e la sua donna che continuava a lanciarmi occhiate (non capivo se per sedurmi o per rispondere per le rime alla mia antipatia).
Nessuno gliel’aveva chiesto e lui, alzando la voce in modo che tutti i presenti lo sentissero, volle dirci a ogni costo che Strindberg era solo un ubriacone, che non aveva neanche «un quarto» (disse proprio così) del talento che la critica gli attribuiva.

«Una di quelle sere, ci raccontò, in cui, come al solito, l’allegra brigata di scrittori e di artisti di talento, quali noi ci credevamo, passava di taverna in taverna, ecco che un mendicante s’avvicina a Strindberg e, allungando la mano, gli chiede l’elemosina. Quello insiste a dire tutti i guai che sta passando, tutte le sue sofferenze, e la sfortuna che lo perseguita da che è nato. E lui, Strindberg, rovistando nelle tasche, prende una moneta d’oro e gliela fa scivolare in una mano dicendo: Vatti a comprare un revolver!».

Forse s’aspettava che qualcuno di noi ridesse. E invece, senza perdere il filo del discorso, quel santo Buddha che parlava (e fumava il sigaro) dalla bocca di Hermann Hesse, riprese a dire degli Abitanti della Terra di Mezzo.

Hermann-Hesse

«Sono quelli che combinano e scombinano – disse. – Quelli che stravedono e perciò confondono i fiori d’un loro miraggio casuale col santo Graal del Vaso di Pandora. Insomma, i soliti sprovveduti che hanno aperto ciò che doveva restare ben chiuso nel Sigillo del suo Mistero, e poi che dal Mistero sono stati respinti, eccoli ad arrangiarsi a musicare l’irreale, l’illusorio, il fantastico di cui si nutrono tra Betlemme e l’Egitto».

Ancora oggi, a distanza di più di cinquant’anni, ho ancora nell’orecchio l’eco delle parole di quel Buddha casualmente ascoltato a Parigi.
Ma mi domando: quand’è che ci sono stato, realmente, a Parigi? È possibile mai che io abbia incontrata tutta questa bella gente? Artisti, filosofi sapienti, e poeti fioriti nel Vaso di una Stessa Nevrosi? E com’è che c’entrano tutti in questo mio piccolo quanto oscuro Lembo d’immaginazione?

«Essi, Hermann lo disse e lo ridisse a beneficio di tutti i presenti: essi, gli Astri, anche quelli più luminosi, del nostro Firmamento umano, non sono né carne né pesce. Sono quello che siamo noi. Sono quello che mi trovo a dover essere pur io, l’isterico che umanamente si afferma, io il nevrotico che umanamente si conferma nel gesto più umano, e perciò più folle, che ci sia: quello d’inoltrarmi nel labirinto dei Segni. Come Enea, tra le Ombre avventurandomi, nel Paese degli Assenti. Sono io il visionario Teseo, io il Torto e il Tortuoso che s’illude di trovare una via d’uscita dalle viscere della Significazione, di cui Humbaba, né più né meno del Minotauro, è il Signore e, insieme, la Maschera Mostruosa di cotale Signoria.

Sono un mostro. Oggi che ci ripenso, finalmente me lo confesso. Sono un mostro e, come tutti gli uomini, sono costretto a mostrarmi, ad aprire ciò che «parlerebbe» meglio se restasse nel suo scrigno muto.
Sono per un terzo Prometeo e per due terzi Epimeteo. La mia astuzia s’è sciolta nella mia stoltezza. L’Aquila mi mangia il fegato, mentre il Serpente mi seduce l’orecchio. Sono salito sulla Roccia, e da allora più non rido. Chissà perché, il fegato ogni giorno tuttavia mi ricresce. E ogni giorno l’orecchio si presta ancora a nuove seduzioni.

Il «rapporto erotico», dice il dottore, non è cessato. Ancora l’isterico non è così lontano che il richiamo delle persone e delle cose non lo raggiunga. Anche in capo al mondo, il nevrotico ancora sente la carne che non è più, ancora nuota il pesce che non è mai stato, ancora vola l’aquila che sarebbe stato, se fosse asceso fin lassù.
Oh, se un dio datemi le ali … mi sciogliesse da questo laccio! se mi desse lui la scusa per «intraprendere le attività motorie», che dico? – se mi lasciasse fare un solo passo verso l’Assente – chissà, forse potrei un’altra volta mettere il mondo sottosopra.

Vedermi dall’alto, mi farebbe bene.
Vedermi da lontano, sarebbe la migliore prospettiva.
Sarebbe come darmi per disperso e poi, miracolo!, ritrovarmi dopo essermi scordato del Libro in cui erano scritte le lettere magiche dell’incantesimo che mi «creò» a sua immagine e somiglianza.
Tortuoso, sono costretto a esserlo – dal giorno che sono stato iniziato a un alfabeto. Devo provare tutte le combinazioni possibili delle sue lettere, per non pagare più il tributo al Minotauro.
Devo restituirmi alla Scena. Eclissandomi realmente alla Lettera, forse potrò stanare la Metafora che mi «perseguita» dal giorno in cui ho imparato un alfabeto.

(Pavel Kutzko, Quantunque fossimo scusati di quell’oblio)