Nezâmî – L’onagro che guidò Bahrâm Gûr al tesoro

Bahram-Gor-onagro

Un giorno dal suo giardino paradisiaco, Bahrâm salpò con la sua nave per navigare sulla rotta del vino e, bevuto che ebbe in abbondanza, partì ebbro per la campagna; con l’arco pronto alla preda, per gli onagri scavò più di una tomba. Tanti furono gli onagri che prese con la forza, che i campi erano tutti coperti d’ossa di tomba (gûr).

Infine però venne una femmina d’onagro e il suo aspetto bastò a sconvolgere il mondo; un’immagine come quella d’un fantasma della mente, dal volto fresco, dalla fronte spaziosa, dalla schiena liscia come lingotto d’oro, col ventre unto di latte e zucchero, e una peluria muschiata che la rivestiva dalla testa alla coda; era piena di nei graziosi dalle natiche agli zoccoli e, in luogo di gualdrappa, era ricoperta d’un velo del colore dei fiori di melograno.

La sua forma eccelleva su quella di tutte le sue compagne, le sue natiche eccellevano su tutte le parti del suo corpo; era un fuoco che aveva fatto amicizia col fieno, un volto di rosa sotto stracci di derviscio, la sua zampa poteva compararsi alla freccia dei vittoriosi, l’orecchio a un pugnale eretto come diamante, un petto libero dal peso delle spalle, un collo sicuro dal gancio dell’orecchio; la pelle sul suo dorso, di nerissimo cuoio, aveva piantato un arco di sella fra due vie, la piega della sua pelle, per la nerezza del cuoio, aveva ottenuto quel che ottiene dal nerume l’argento; i fianchi pieni di grasso, il collo pieno di sangue, quello come grani di riso fatto di perle, questo invece di rubini; una seta rossa era disegnata su tutto il suo corpo, il suo sangue traspariva nel cuoio del suo collo, e le vene di quel sangue giocavano sotto la pelle proprio come un Negro che gioca imbrogli col cuoio. Le sue anche erano confidenti armoniose della coda, il suo collo giocava coi suoi zoccoli.

Appena ebbe visto Bahrâm, l’onagro balzò via di scatto e Bahrâm Gûr si lanciò di corsa a inseguirlo; l’onagro era buon corridore e giovane, e il cacciatore, dietro, era come un leone che assalta.
Dal principio del giorno fino al tramonto, l’onagro continuò a correre e il leone a inseguirlo; non distoglieva il suo destriero il principe da quell’onagro (gûr): come si può infatti sfuggire alla tomba (gûr)? Avanti l’onagro (gûr) e dietro il principe (gûrkhân): l’onagro e Bahrâm Gûr, e nessun altro.

Giunse così a una caverna lontana nella quale mai uomo aveva messo piede e, mentre il cacciatore giungeva alla preda, vide un drago addormentato alla porta della caverna.
Era come una montagna di pece avvoltolata, pronta ad assalire e predare. Quando il principe vide sulla sua strada quel mostro, scorgendo il drago, divenne drago egli stesso. Il timore della tomba (gûr) lo strappò alla gioia dell’onagro (gûr), mise le mani sul fianco e fermò il piede, stupefatto a veder quella preda e meditando sulla causa nascosta che l’aveva spinto fin là.

Gli parve certo che l’onagro addolorato avesse subito ingiustizia da quel drago e avesse chiamato il principe, uomo di giustizia, perché gli rendesse giustizia contro il tiranno.
Si disse allora: «Se troverò la scusa che questo è un drago, non una formica, di questo tradimento alla giustizia mi vergognerò nella tomba. Devo rendere giustizia all’onagro e dargli il dovuto, mi costi anche la vita: sia quel che sia!».

Bahram-Gor-dragoTra i dardi doppi di pioppo cercò una freccia forcuta d’ampia apertura, la incoccò nell’arco di bianco legno e si mise in agguato del nero dragone.
Il drago aprì gli occhi immensi e dal pugno del principe partì la freccia forcuta. Le due punte si confissero negli occhi del mostro chiudendo la via alla vista: e le due punte aguzze della bianca freccia regale trapassarono gli occhi del drago nero.

Come il drago si vide stretto il campo alla lotta, il principe balzò sul drago come una possente balena, e valoroso lo colpì alla gola con l’ascia di guerra così come un leone che infigge gli artigli sul corpo d’un onagro, e l’ascia dalle otto impugnature e dai sei tagli dilaniò la gola e il collo del drago.
Un urlo feroce si levò dal drago, che cadde a terra come un tronco d’albero mozzo. Ma il principe non ebbe paura di quella tortura e terrore: come potrebbe la nube temere le gole d’un monte?
Tagliò col ferro la testa al demonio: il nemico è bene che sia senza testa ed ucciso! Lo spaccò poi dalla bocca alla coda e trovò nel suo ventre il piccolo dell’onagro, e fu sicuro che l’onagro, pieno d’odio, l’aveva chiamato per vendicarsi.

Curvò allora la schiena dinanzi al Signore, ringraziandolo per aver ucciso il drago anziché esserne ucciso. Poi si alzò, per montare a cavallo e correre ancora a caccia dell’onagro. Ma l’onagro, quando vide che il principe era indeciso, venne da lontano e s’insinuò nell’antro. Il principe, per catturarlo, si avventurò nelle strettoie della caverna e, quando ebbe proceduto abbastanza, fra mille fatiche, trovò un tesoro e brillò come un tesoro.

Re antichi avevano posto delle botti col volto celato, come fate, agli occhi degli uomini. Quando l’onagro ebbe messo il principe tra le botti, uscì da quella tomba e scomparve.
Come il re ebbe trovato la chiave al chiavistello degli scrigni e tagliato il drago via dal tesoro, uscì dalle strettoie della caverna e si mise alla ricerca della via e di chi alla via lo guidasse.

(Nezâmî, Le sette principesse)