Epopea di Gilgameš (05) – Gilgameš respinge le profferte di Ištar

Egli lavò la sua sporcizia, fece brillare le sue armi,
ributtò i suoi capelli sulla schiena;
gettò via i suoi sporchi vestiti e ne indossò di puliti,
si rivestì dei paludamenti regali e li legò con una cintura.
Gilgameš si pose sul capo la sua corona.

Ishtar-disegno

Allora Ištar, la principessa, vide la bellezza di Gilgameš:
«Orsù, Gilgameš, sii il mio amante! Fammi dono
della tua virilità! Sii il mio sposo e io sarò la tua sposa.
Ti farò allestire un carro di lapislazzuli dai finimenti d’oro,
con ruote d’oro e corna di diamanti. E tu vi farai
aggiogare i demoni come fossero grandi muli.
Entra nella nostra casa attraverso la fragranza del cedro.
Quando tu entrerai nella nostra casa,
la soglia splendidamente decorata bacerà i tuoi piedi!
Re, nobili, e principi davanti a te s’inchineranno»…

Gilgameš aprì la bocca e così parlò alla principessa Ištar:
«Quale rimedio potrei trovare dopo averti posseduta?
Anche se ti dessi olio e vestiti, cibo e bevande
atte agli dèi e ai re, che sarebbe di me, una volta
che ti avessi posseduta? Tu saresti come un forno
che non fa sciogliere il ghiaccio. Saresti una porta
sgangherata che non trattiene i venti e la pioggia;
un palazzo che si abbatte su chi vi dimora,
un elefante che strappa la sua bardatura,
pece che brucia l’uomo che la porta,
un otre che inzuppa l’uomo che la porta,
calcare che fa crollare il muro di pietra,
un ariete che distrugge le postazioni nemiche,
una scarpa che morde il piede di chi la calza.

A quale dei tuoi amanti sei rimasta fedele?
Quale dei tuoi fidanzati è salito al cielo?
Vieni! Ti ricorderò uno per uno i tuoi amanti,
quelli che ardentemente tu hai posseduto.
Dumuzi, l’amore della tua giovinezza:
a lui hai imposto il pianto anno dopo anno.

Hai amato il variopinto uccello Alallu,
ma poi l’hai colpito e gli hai spezzato le ali:
ora si nasconde nel bosco e grida: “Le mie ali!”.
Hai amato il leone dalla forza perfetta,
ma poi gli hai scavato sette e sette volte la fossa.
Hai amato il cavallo che esalta la battaglia,
ma l’hai condannato alla briglia, al pungolo e alla frusta,
a correre per sette ore doppie l’hai condannato,
a bere acqua salata l’hai condannato,
a piangere sua madre hai votato il suo destino.
Poi hai amato il pastore, il guardiano che per te,
ogni giorno, cuoceva focacce e sacrificava capre,
e ciò malgrado tu l’hai percosso e l’hai mutato in lupo:
ora perfino i suoi aiutanti lo scacciano via,
perfino i suoi cani gli mordono i polpacci.

Hai amato anche Ishullanu, il giardiniere di tuo padre,
che ogni giorno imbandiva la tua tavola di cesti di datteri;
hai alzato gli occhi su di lui e gli hai detto:
“O mio Ishullanu, fammi godere della tua virilità,
stendi la tua mano, allungala sulla mia vagina!”.
E lui ti rispose: “Cosa vuoi da me? Non ha forse
cucinato mia madre? Non ho forse mangiato?
Perché dovrei assaggiare il cibo puzzolente che mi offri,
la putredine che mi prometti? Dovrei dunque usare
il giunco come mantello per ripararmi dal freddo?”.
Tu hai ascoltato le sue parole, l’hai bastonato
e mutato in talpa, facendolo vivere in mezzo alle difficoltà.
L’asta non sale più, il secchio non scende più!
E per quanto mi riguarda, è certo: tu oggi mi ami,
ma domani mi riserverai lo stesso trattamento».