Pavel Kutzko – La Scena è la Lontana

… ci sono persone di lassù, e persone di quaggiù (soggetti smodatamente sublimi e soggetti modestamente comici) – ci sono manie e depressioni, effimere esaltazioni e cadute vertiginose, rinascite e necrologi, emersioni ed immersioni, creazioni e distruzioni, a popolare il simbolismo della nostra Lingua Pop.
Bosch-pesci-volantiPolo nord e polo sud, o semplicemente alto e basso – per i quali passa, se ricordo bene, una e una sola retta. L’asse del nostro mappamondo simbolico.
Non ti è chiaro?
Pensa al viaggio di Dante: è sempre e solo uno scendere o salire «di livello». Salendo e scendendo il Viandante, facci caso, sviene, vien meno, manca alla coscienza del «transito». Vi si dilegua come in una dissolvenza tra due scene di un film.

È vero, a ogni «livello», il Viandante per un po’ «staziona»: vede, esplora con gli occhi, indaga, disquisisce, chiacchiera, trema e gioisce nel modo proprio di quel «livello», sia esso un girone infernale o un cielo del paradiso. Là egli si concede, per così dire, al «luogo», e con esso ai gesti e alle parole che vi hanno luogo, proprio là, solo là, e non altrove. Perché quello è il loro solo «posto».
Ogni «livello» è un orizzonte degli eventi, lo strato di mondo (n : n) che di volta in volta si manifesta alla coscienza del Poeta negli «intervalli d’insania», negli intervalli che la sua demiurgica «insania» (…) gli scandisce a ogni svenimento, ora in battere (all’ingiù) ora in levare (all’insù):


(n : n)

(a : b)

(A : B)

In principio Dio creò il cielo e la terra
(Genesi, 1: 1)

Non c’è che il Cielo e la Terra sulla Scena del Mondo, e il Simbolo non è che la Scala da cui si sale o si scende. Se parla, il Simbolo parla la «lingua degli uccelli», di strani uccelli che nuotano lassù, sopra le nuvole. Se tace, tace la «lingua dei pesci», di muti pesci che volano quaggiù, sotto i nostri piedi.
Non c’è che l’Alto e il Basso a orientare il Creatore lungo la verticale «creativa» del suo simboleggiare.
Il Simbolo coi suoi «insani» spostamenti da una scena all’altra, «riproduce» sempre la Stessa Scena (…) a sua immagine e somiglianza (=). Il Simbolo muore e rinasce dalle sue ceneri di Araba Fenice. A ogni Nascita è l’Eterno Ritorno dell’Uguale (=) nello Spazio demiurgico della nostra mente. Nella fabbrica del «fare e disfare» (penso a Penelope, penso al fegato di Prometeo, ma penso anche al Golem: guai a te, se non lo disfi).

Fare e disfare, Visnu e Šiva, Ohrmazd e Ahriman, Deva e Asura, Asi e Vani, Dèi e Titani, «in coppia» si contendono una Stessa Intensità di corrente, prima che alla corrente sia data una qualunque «estensione». Prima che nello Spazio il Demiurgo scandisca una qualunque spaziatura. Prima, dice Platone in uno dei passi più «pitagorici» del Timeo (34c-ss.), assai prima che sia data all’Anima la facoltà di muoversi e di commuoversi, il Demiurgo non ha da «lavorare» che lo spazio puro di una prima separazione (χώρα), nient’altro che la scena vuota di una primitiva lontananza.
Shiva-VisnuLa Scena, la coscienza la deve dimenticare, se la deve allontanare, se vuole «stazionare» da qualche parte. Se vuole stare presso un idolo. Se vuole insistere in un certo gioco, la nostra coscienza, in tutta coscienza, se la deve scordare a ogni risveglio.

Perché la Scena è sempre vuota, è sempre muta. Non vi succede che lo stesso strappo, nient’altro che la stessa perdita di vicinanza patita inizialmente. Vi ci si perde dentro, la Scena, in una di queste sue distanze, nelle risonanze dei suoi echi più viscerali la Scena si smarrisce, si oblitera, si dimentica (…) più o meno distrattamente. Da Se Stessa.
È l’intensità con cui è vissuta una dimenticanza a produrre, a creare un segno. Perché il segno, come dice la buonanima di Pierce, è sempre il sostituto di un Assente: sempre un pieno che ne finge la presenza, che ne presentifica il «manco».

Il segno (n : n) «copre» la distanza, l’intervallo tra due «assenze» che si richiamano l’un l’altra, e che, in questo richiamo, si «anagrammano» reciprocamente. Si sottoscrivono e si sovrascrivono che è una bellezza:

(…) : (…) = (a : b) : (A : B)

Insano e incosciente (…) – vuoto di segno, insignificante che «riproduce» (qui è proprio il caso di dirlo: «balbetta») la sua insignificanza «scenica» finché, a furia di ripeterla, il Trovatore non la trova che si è da Se Stessa «spartita» in un modo, direbbe Dante, da Se Stessa a quel modo «dettata» al suo orecchio.
La Natura è industria, il Demiurgo produce, Dio crea, Amore modifica – a seconda dei dialetti. In tutte le lingue, però, ritorna lo stesso ritornello: è l’insignificanza che produce il suo proprio smarrimento, è essa che si rende inconscia alla sua originaria incoscienza. Che si dà pensiero della (perduta o vagheggiata) spensieratezza.
È il Lete a generare alêthé. È (…) a produrre tutti i nostri blablablà. È l’Inconscio, dice la Spielrein, a riprodursi autodistruggendosi.

È un «non so che» che gode di una sua muta beanza, che si bea (e a volte perfino si beatifica) della sua gratuita levità … di quella volatilità grazie a cui il Viandante «salta» da qui a lì, il Poeta viaggia su e giù per la sua mente, sale e scende da un piano all’altro della sua Scala Umorale.

Dio disse: «Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». Dio fece il firmamento e separò le acque che sono sotto il firmamento, dalle acque che sono sopra il firmamento.
(Genesi, 1: 6-7)

Il «fermo» del firmamento, lo «stante» di ogni stazione, è sempre «in umido». Perciò non è il caso di annacquarlo ancora di più con una qualche allegoria. È il caso, semmai, di ricordare quel «salvato dalle acque» (Mosè) che egualmente seppe «separare le acque». Con questa differenza però: che quella divina è la Grande Separazione, la separazione verticale (cielo/terra), il Grande Barzakh, o il Barzakh dei barzakh, come la chiamano i poeti arabi, mentre quella di Mosè è la Piccola Separazione, la separazione orizzontale, la separazione della destra dalla sinistra.

dita-Adamo-dioLa destra «scrive» la Torah, la Legge di Coscienza, i Comandamenti sociali per la buona convivenza, mentre la sinistra appunta a margine le Istruzioni per l’uso personale, e dunque «illegale», delle lettere che vi sono scritte. La sinistra, a quanto pare, è tentata di imitare la scrittura creativa di dio. E perciò è detta ancora la «mano del diavolo»: perché pretende di «animare» le scritture, di dare voce alle Statue che, lettera dopo lettera, si scolpisce nella mente. Di dare corpo, corpo di «res», di «cosa viva e reale», alle sue fantasie. Ma per giungere a tanto, essa si deve avventurare nell’altra dimensione dei segni: nella Verticale del Calamo divino. E dunque nell’altra, nella più antica, nella più lacerante delle Separazioni. Quella da cui non ritornano che pochi.

C’è chi, non a torto, dice che, da uno svenimento all’altro, il Poeta ogni volta «atterra» da una Pazziella a una Pazzia. Fino all’ultima che è la più pazza. L’ultima è la pazzia del Vecchio rimbambito, del Vecchio ricaduto nella balbuzie della sua infanzia. E che lì, proprio lì, solo lì, trova (o crede di trovare: fa differenza?) il «posto» della sua Commedia.

Là dove la coscienza si accomoda in ogni inizio: come terra di un cielo.
Cosciente d’essere sempre il segno approssimativo di un’insignificanza. Sempre la traccia sulla via di una lontananza.
Perciò, lassù, la Persona di lassù, che per un attimo il Poeta fu (all’ultimo di paradiso), dinanzi al mistero della sua Lontananza sulla Scena del Mondo, non trova altra scappatoia che questo sprofondare lungo la verticale simbolica che il suo stesso Racconto ha innalzato sopra le acque dei suoi umori.
Nessun’altra via di fuga che nell’Eterno Ritorno della Gaia Ignoranza a Se Stessa.

Vivere senza sapere di vivere, questo sì che sarebbe vivere da padreterno!
E invece, adesso, il Poeta sa che è vissuto e vive solo nel riflesso delle immagini che ha saputo «creare» a sua propria somiglianza. Adesso sa che tutto quello che ha visto, è solo la sua Vita sospesa tra due amnesie.
È ricordarsi per un attimo di Sé, il suo ultimo gesto «rivoluzionario» sulla Scena.
Per onorarla, non ha che da sgomberarla di tutti gli idoli sovrascritti al suo respiro.
La Scena è muta, la Scena è lontana, e respira vicinanza solo all’ultimo nostro capoverso.

(Pavel Kutzko, Sennonché ci scordammo della rivoluzione)