Gnoli – Lo stato di «maga»

I termini gâthici maga e magavan sono stati oggetto di numerose discussioni da parte degli studiosi delle Gâthâ sia dal punto di vista strettamente linguistico sia per l’importanza che loro eventuali interpretazioni possono avere per la ricostruzione della religiosità zoroastriana primitiva.
È noto infatti che il Nyberg, proponendo una determinata interpretazione del maga gâthico, gettò le basi per la sua tesi sul carattere «sciamanico» della dottrina, delle pratiche e, più in generale, dell’ambiente culturale della comunità zoroastriana primitiva […]

Il Nyberg, ricostruendo per maga i passaggi semantici da «canto magico» a «esercizi estatici su di un terreno limitato», al «gruppo praticante questi esercizi» e, infine, al «terreno dove essi hanno luogo» – in base al legittimo raffronto fra il termine gâthico (maga) e quello che compare nel Vidêvdât (maγa) – è giunto ad intravedere un significato simile a quello di «trance», designante un’esperienza estatica di tipo sciamanico. E così pure non ci discosta troppo dall’interpretazione proposta dal Barr: unio mystica.
Solo che si dovrà qui osservare quanto segue: i passaggi semantici ricostruiti dal Nyberg non sono accettabili: le interpretazioni quali quella di «trance» e di unio mystica, mentre colgono nel segno mettendo in luce il valore di maga come stato d’essere, sono imprecise e si prestano a un equivoco.

tranceIn effetti, lo stato di «trance» e quello di unione mistica sono eminentemente passivi ed inconsci, in quanto presuppongono un addormentarsi della coscienza e delle normali facoltà razionali, e stabiliscono – su un piano dottrinario e teorico – un dualismo di soggetto e oggetto, mentre, a mio parere, il maga zoroastriano è uno stato d’essere accentuatamente attivo, provocato consapevolmente mediante una pratica precisa, in cui non si ha né attenuazione di coscienza e di volontà, né scissione fra soggetto e oggetto, ma si realizza un’effettiva comunione dell’operante con la parte divina del suo essere. Questo stato si potrebbe meglio definire, quindi, una «trance» attiva e cosciente […]

Il maga ha un suo potere (xsathrya), mediante il quale è possibile conseguire una cisti, cioè una visione fuori dell’ordinario, una conoscenza di realtà supernormali: «Per il potere del maga Vištâspa ottenne, nelle vie di Vohu Manah, la visione che col suo Asa il santo Mazdâ Ahura concepì» (Yasna 51: 16).
Questa strofa è d’una particolare importanza per comprendere il concetto di maga; essa spiega quanto vien detto nella strofa precedente: «Con quella ricompensa che Zarathustra ha promesso ai magavan, venne nel Garôtmân Ahura Mazdâ per primo» (Yasna 51: 15).
Ora, nella strofa riportata si dice esplicitamente qual genere di ricompensa questa sia: la cisti, ottenuta mediante il potere insito nel maga; e da ciò si deduce anche una certa analogia fra Garôtmân e maga.

L’acquisizione della cisti, mediante il potere che deriva dal maga, segna l’iniziazione di Vištâspa e quindi, stante il valore esemplare e quasi archetipale di questa, di ogni operante dello yasna.
Nella tradizione posteriore i seguaci della buona religione saranno detti «i veggenti», vênâkân, e si affermerà la possibilità di una «vista» senza i sensi corporei, di una vista mênôk, quale appunto quella di Zarathustra; anzi si arriverà a precisare che l’anima, essenzialmente mênôk, vede senza il corpo ciò che non potrebbe essere percepito dai sensi […]

Resta così stabilito che nell’uomo esiste la possibilità di una vista diversa da quella normale mediata attraverso i sensi corporei, una vista che non saprei definire altro che animica o psichica, essendo questo il senso delle espressioni pahlaviche.
Se la cisti, quindi, si ha nell’iniziazione e si ottiene mediante lo xsathrya o il potere del maga, come sarà possibile tradurre quest’ultimo termine con «dono», sia esso un dono rituale, un’offerta del sacrificio o, comunque, un atto del culto?

Si dovrebbe pensare a un atto preciso, un atto d’offerta, tale da conferire lo xsathrya – il che costituisce un fine dell’intera azione rituale – per mezzo del quale sia possibile acquistare questa visione psichica; ma tutto ciò è palesemente molto poco probabile e si deve pensare piuttosto che maga sia un termine tecnico designante non un atto del rito, ma un particolare stato d’essere psichico cui l’operante perviene durante la pratica rituale.
Postosi in tale stato di maga, questi acquisterà un potere supernormale che gli permetterà di acquisire una visione che è una percezione conoscitiva di realtà che non possono cadere sotto i sensi corporei.

(Gherardo Gnoli, Annali dell’Istituto orientale Napoli, XV)