Pavel Kutzko – Narciso è stanco

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È difficile liberarsi delle altrui, ma soprattutto delle proprie bugie.
Esercizio elastico di quarto grado: chiedere consigli a san Bernardo.
Me l’immagino. Dante alle prese con l’ultimo della Commedia. Che fare? osare in prima persona dire la bugia alla Madonna? o lasciare che a sbrogliare la matassa delle parole sia il Templare, visto che di mariologia lui sì che se n’intende?

È difficile svuotarsi del proprio narcisismo.
Equitazione cieca nella foresta. Novantanove piaghe, ma anche la coda fradicia. Esercizio sciamanico, paradosso totemico, schizzo isterico, giochino di parole vergini, ingenue e un po’ sfottenti. Capriccio mattutino, delle bugie sono io il Grande Impasto. Io di Dostoevskij l’inquisitore, io di Kafka l’inquisito, io dei tre fratelli sempre il minore, il giusto, l’eroe, io Lancillotto prima ancora d’incontrare Ginevra, io l’ultimo dei moicani prima ancora di fare il soldato. Io ovunque, io ovunque – Narciso, ma anche – come da Mastro Dante si deduce, il suo contrario finalmente «stanco».

È difficile predicare male e razzolare bene. Eppure, è ciò che infine riesce al Poeta. Tutta la sua vita lo smentisce. È un bugiardo che però, quando si tratta di spazzare via le bugie, non ha più riguardi neanche per le sue.
È la sua Poesia che Mastro Dante deve immolare all’ultimo di Paradiso. È la sua Credenza che ogni uccello deve deporre ai piedi della Sîmorgh.
Razzolare bene. Non lasciare detto niente. Niente di credibile. Nessun credito in avanzo. Nessun debito che non sia stato saldato nell’atto stesso in cui fu sottoscritto.

È difficile, dopo Dante è difficile scrivere una poesia, fingendo di non sapere che è una bugia sovrascritta a una sorda Credenza. Alla tua Credenza non ci puoi parlare tu, non ti sente. Parla san Bernardo al posto tuo. Me l’immagino il Crociato farsi il segno della croce, per dare enfasi alla sua preghiera.
Gli sono saltati i nervi. Sorveglianza scoperta. Ora va dicendo che tutto il mondo è io. Che l’incommensurabile, l’infinito ignaro d’ogni limite è io.
Va dicendo che ha dovuto gettare via il suo Occhio, ma anche maledire il Guercio che era diventato per ridursi a essere quest’altro io, questo che gli va stretto. Novantanove canti, eppure Firenze è a lui ancora lontana. Era io, nientemeno, e lo sarebbe ancora, il Gatto con gli Stivali, se non fosse che ha la coda fradicia …

{Madonna, lo vedi? che fine ha fatto!! – dice san Bernardo. Ha giocato tutta la vita a specchiarsi nelle scritture sue e altrui, a ingozzarsi di bugie altrui per tenere in vita le sue. Dai, non farlo tornare a mani vuote! dagli qualcosa, un frutto, un seme, da portare all’uomo nel nome dell’Uomo – se tu, Madonna, uomo ancora lo ritieni}

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Picasso – Donna allo specchio

Un giovedì qualunque. Ma d’un tratto, eccolo … quel seme.
Vergine madre figlia del tuo figlio!
Miracolo! Mia madre ha partorito suo padre!
Ovunque la Causa oscura che ritorna, ma stavolta – nel frutto – biancheggia.
L’uomo ha generato una Lingua che partorisse l’Uomo.
Circolo virtuoso. Melograno paradisiaco. Datteri di palma. Oltre ogni misura giusta. Parola portata all’eccesso. Per partorire «umanità», ci vuole questo slancio di pazzia. Questo furore, questo calore, questo fuoco.

È difficile spegnerlo, una volta acceso.
Per la ridondanza ci vuole orecchio. L’orecchiabile, però, non è Tutto. È solo, appena, un mezzo per giustificare il rumore delle nostre catene infernali. Perciò agli stonati si consiglia astinenza. Non parlare al conducente. Chiedere a san Bernardo il favore di parlarci lui, alla Madonna. Chiedere che trovi lui le parole per dire il mio sconcerto. Perché il seme, se seme c’è, non cada fuori dal seminato, troppo distante dal «detto».

È difficile dire quello che Lui ha detto.
Figlia del tuo figlio, altro che incesto – sia pure teologico!
È l’uomo che ti parla, è l’uomo che presta la sua voce a partorirti, Madonna. E tu all’uomo l’Uomo hai generato. Hai dato all’uomo la Parola Umana. Perché, in tutto l’universo, statene certi! – solo l’Uomo crede alla Madonna.
La Madonna è la sua Credenza.
E la Credenza ha partorito quest’uomo che nel nome dell’Uomo continua a credere in Lei.
Circolo capriccioso. Troppo mattutino per essere sincero.

È difficile per un bugiardo rinunciare alla Verità.
Solo quel verso basta a fargli girare la testa.
A ciascuno il suo «io» è figlio della Credenza. Della più antica sua Credenza. Se credere è affidarsi, io mi affido. Se credere è fidarsi, io mi fido. Mi sono fidato del Gatto e della Volpe, mi sono affidato al Barbiere e al Curato, ed ora eccomi: non ho parole da dire io. Ho parole da far dire in nome mio. Non sono più quest’uomo, questo piccolo io prigioniero dell’angolo dove fu gettata una pietra. Sono nell’Empireo della mia immaginazione. Faccio esercizi di quarto grado. Pratico la cavalleria. Sonnecchio di fronte al Vecchio che dice di sapere il segreto del mondo. Cavalco le sedie, sono le mie cavalle, o forse quelle di Parmenide. Sconcerto. Troppe api mi ronzano nelle sue orecchie. Nel ronzio, in questo rumore d’inferno, Lui però sente scandito il primo verso dell’ultimo di paradiso.

È difficile che la sua «Madre figlia» non circoli nell’enigma di un doppio vizio edipico. Ma anche di un narcisismo giunto, era ora!, a rovesciarsi su se stesso.
Narciso è stanco di non riconoscersi. Tutto ciò che vede a sé di fronte, tutto ciò che, fino a un attimo prima, credeva fosse l’Altro – la Frontiera … ora che è stanco, Narciso è troppo stanco per non vedervi la Porta da sempre Aperta, l’Aperto Umano, l’Aperto in cui l’uomo è andato a rinchiudersi per incubarvi il seme dell’Uomo.

È difficile seminare il grano nella Terra dei Cannibali. C’è chi eredita il pane, e chi la fame. Chi domanda, e chi risponde – ma, in fondo, ognuno crede solo al proprio gusto.

{Guardalo, come s’è ridotto! tu l’hai partorito, questo povero cristo, tu l’hai messo al mondo, tuo padre! – dice il Templare alla Regina del Tempio.
E ora che la sua lingua è così perversa, da essersi infilata nella trasparenza d’un ronzio, ora che rischia d’incantarsi nel suo proprio assurdo ritornello, ora egli ha bisogno, io che parlo in nome suo, più di lui, ho pur io bisogno del tuo conforto «materno»}

È difficile, ora che s’è fatta trasparente la Ragnatela della Credenza, avere ancora una Madonna da mentire.
O Lei è là a partorire … oppure non se ne fa niente. È stato solo un viaggio dentro una pazzia. Un viaggio di sola andata.
O la Pazziella è là a partorire ancora voglia d’essere pazziata, o la Pazzia l’ha avuta vinta «sul serio».

(Pavel Kutzko, Poi che perdemmo la rivoluzione)