Kraus – La creazione dell’homunculus

Che grandiosa e mirabile azione è questa! Dio, pur privando gli uomini della facoltà di creare le cose, ha insegnato loro il modo in cui Lui le ha create. Essi allora, servendosi delle Nature, della Sostanza, del Tempo e del Luogo, della Qualità e della Quantità, arrivano a creare tutto ciò che vogliono, ma, a parte questo, non hanno il potere che ha Lui … Le due creazioni [divina e umana] rientrano entrambe e allo stesso tempo non rientrano nello stesso genere e nella stessa specie. Esse sono insieme concordanti e discordanti.
(Jâbir, Kitâb al-tajmi’)

All’ultimo posto della lista delle sette «Arti» Jâbir, nel suo Kitâb ikhrâj mâ fi’l-qowwat ula’l-fi’l, menziona la «scienza delle forme» o «scienza della generazione» (takwîn), la quale, stando al breve capitolo che le è dedicato nel suddetto libro, rappresenta il coronamento di tutte le discipline precedenti, vale a dire la scienza della Bilancia, la teurgia (o «scienza dei talismani»), la scienza dell’asservimento degli esseri spirituali, la scienza delle proprietà, la medicina e l’alchimia.
Essa è, come si vede dal posto che Jâbir le assegna nel suo sistema, la meta finale a cui tendono tutti i suoi sforzi.
Purtroppo però il passo in cui ne parla è troppo conciso e oscuro perché se ne possano trarre utili informazioni sul contenuto di tale scienza. Accanto a considerazioni relative alla scienza della Bilancia, vi si leggono delle indicazioni sommarie sugli apparati da impiegare, sulle differenti specie di acqua che entrano nell’operazione, ecc., ma la vera portata della ‘ilm al-takwîn è appena sfiorata. Per comprenderla, bisogna far riferimento ad altri scritti del Corpus e in particolare al Kitâb al-tajmi’ che, d’altronde, si trova espressamente citato nel corso del Kitâb ikhrâj.

Takwîn è il causativo di kawn (= γένεσις), e significa «far essere», generazione, e più precisamente generazione artificiale. Secondo Jâbir, la scienza del «far essere» mira alla produzione artificiale di esseri appartenenti a tutt’e tre i regni e, soprattutto, alla produzione di esseri viventi.
L’alchimia non consente solo di trasformare certi corpi in altri, ma procura anche il mezzo per formare ex novo corpi a partire dai loro elementi costitutivi. Ora, alla generazione artificiale delle pietre corrisponde necessariamente la generazione delle piante e degli animali e, in particolare, la generazione artificiale dell’uomo. Donde, la ‘ilm al-takwîn [la «scienza del far-essere»] consta, pur essa, di tre parti: la produzione dei minerali (= alchimia), la produzione delle piante e la produzione degli «animali» [= «esseri animati»]. Quando parla di questa «produzione animale», Jâbir impiega spesso il termine tawlîd, traduzione letterale di γέννησις [generazione, partorizione], al posto di takwîn.

homunculus-in-bottigliaMa è possibile la generazione artificiale? Jâbir, basandosi sui princìpi della sua fisica, risponde affermativamente. L’essere vivente, l’uomo stesso è il risultato del concorso di forze naturali. Ora, la natura, nella sua produzione, obbedisce a una legge di quantità e di numero il cui segreto ci è svelato dalla teoria della Bilancia. Riprodurre il processo della natura, migliorarlo perfino se è necessario, è, almeno teoricamente, possibile […]

Medioevo e Rinascimento hanno fantasticato sul c. d. «uomo automa» o homunculus. Ma raramente tale problema ha trovato un’espressione così «scientifica» e così dettagliata come in Jâbir. Convinto di aver poggiato la scienza naturale su basi rigorosamente esatte, Jâbir ha sufficiente arditezza per pensare di aver strappato alla natura il suo ultimo segreto. È la caratteristica della sua scienza, di non riconoscere limite alcuno al pensiero umano.

L’idea di partenza di tutto ciò che ne consegue, è l’idea assai antica che l’arte (τέχνη) imita la natura (Φύσις). Ma Jâbir ama darle una formula più ardita, almeno per il lettore musulmano.
Secondo la definizione antica, ispirata a una formula di Platone (cfr. Teeteto, 176b), la filosofia consiste nell’assimilarsi a Dio, nell’imitare Dio nella misura in cui questa imitazione è umanamente possibile. Questa definizione, Jâbir l’applica alla scienza naturale: l’artigiano umano imita il Demiurgo, creatore dell’universo, e come lui può esercitare un potere creativo […]

Forse non è troppo azzardato accostare la concezione di Jâbir al significativo passo della Repubblica di Platone (10: 601c), secondo cui l’arte plastica imita l’opera dell’Artigiano divino. E si potrebbe anche far riferimento a quello del Timeo (42e), in cui gli dèi di secondo grado modellano il mondo imitando il Dio supremo.
Questo raffronto sembra essere valido sotto due punti di vista: 1) alla maniera del Creatore, l’artigiano umano di Jâbir manipola gli elementi che ha saputo ridurre al loro stato puro, mentre gli dèi del Timeo procedono alla loro creazione «prelevando parti di fuoco e di acqua, di terra e di aria, dal cosmo»; 2) la tradizione monoteista ha trasformato gli dèi del Timeo in angeli o in esseri spirituali, mentre in Jâbir tutti quanti abbiano il potere di operare con gli elementi e di intervenire nei mutamenti della natura, sono perciò dotati di una natura angelica e da considerare veri e propri angeli.

(Kraus, Jâbir ibn Hayyân)