Aiguesmortes – E quindi?

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Marc Chagall – Autoritratto del 1968

E ora, per uscire, da dove dobbiamo uscire – ora, da che parte andare?
E, soprattutto, per un consiglio, per un’informazione sulla via, a chi affidarci?
Non possiamo che affidarci al Caso: siamo caduti nella pancia del Divoratore, del Famelico. Siamo finiti dentro il Racconto, nel Mondo che questo Racconto ha creato e che continua incessantemente a ricreare istante per istante.
Siamo in Biblioteca. E allora non c’è un libro, non una pagina qualsiasi di non importa quale libro, che non sia l’Informatore Giusto. Cioè, quello che fa al caso nostro.

Siamo dentro gli intestini di Antero Vipunen, siamo nel ventre del Pescecane dove da un bel pezzo è là che ci aspetta nostro Padre Geppetto, siamo nelle viscere della foresta di Humbaba, siamo nella bocca del Serpente che ci ha iniziati a quei «riti dell’esilio» a cui, oggi, dobbiamo questo nostro andare su e giù, questo nostro vagare a zonzo nella Lontananza.
Siamo lontani, ormai.

Se c’è un’introduzione piana al pensiero di Lacan, se un sentiero c’è che porti dritto al cuore del suo pensiero, ebbene – te l’abbiamo spianato.
Come, ancora non lo vedi?
Non vedi che creare è nominare? non pare pure a te che il mondo è fatto soltanto di «combinazioni di lettere»? e che se uno su queste combinazioni sapesse soffiarci la vita, se Michelangelo potesse dare al suo Mosè anche la parola, allora un nome solo, una sola combinazione di suoni o lettere, basterebbe a «far-essere» tutte le sue fantasie? e che dal momento in cui parliamo una lingua di cultura, ci troviamo a «essere fatti» noi da una storia, da una legge, da una filosofia, da una socialità che poco o nulla ha da invidiare alla «spettralità» del Golem?

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Michelangelo – Mosè

Ma dov’è, come e quando che ci siamo «caduti» in questo (equivoco, è il minimo che si può dire) Caso Umano? Questa è la domanda che continuamente pone Lacan. Nella sua lingua, s’intende. La cuce in un’altra piega sì, ma dello stesso intestino in cui il Drago sta «digerendo» pure me.
Come posso io sapere che mi succede, se ignoro il mio primo «successo»?

Lacan dice: la Maga, la Strega, la Smorfiosa, è la Metafora che abbiamo, per così dire, nel sangue dei nostri codici linguistici. Dice: è questo «istinto» (cieco) a menarci a zonzo, a trasportarci fin qui, dove ci troviamo in questo momento. Dice: noi di natura amiamo metaforizzarci, abbiamo questa passione per l’altrove, giochiamo, se così si può dire, ad avvicinarci il Lontano. E andiamo, da subito, a curiosare più in là. Tutto il mondo è alla nostra portata, ce l’abbiamo nelle nostre mani ma, chissà perché, d’un tratto, ci scopriamo a mancare delle tre «cosucce» (la parola, il gesto e il posto) che ci servivano per convogliare a (lussuriose?) nozze con la Figlia del Re, pardon: con la Presenza, con Quella che doveva esserci presente e che invece, di colpo, cadde nel Caso e precipitò nel precipizio della lontananza.

Eravamo perduti noi come Teseo nel labirinto, non Arianna che da sempre ci attendeva fuori dal mondo.
Abbiamo ancora molto da imparare da questo racconto – ma, tant’è, anche la Promessa Sposa del vecchio intrepido Väinämöinen «resta fuori dal gioco», in cui invece si trova a essere intrigato, suo malgrado, ogni cantore, a maggior ragione se orfico.
Non vedi pure tu che ovunque di nient’altro si narra che di un viaggio dentro un certo labirinto? – in fondo al quale, sarà pure un caso, nessun altro dimora che (Utnapištim) il Lontano?
Un labirinto in cui il viandante, gira e rigira, ha perso qualcosa. Talora, ha perso nientemeno se stesso.

Ci vuole poco a perdere se stesso.
Mi viene in mente il caso di quella «paziente» di Laing che diceva: devo fare attenzione quando attraverso la strada, non devo distrarmi, devo ripetermi in continuazione chi sono e come mi chiamo, ho paura di scordarmelo durante «la traversata».
Cerchi il mare, l’alto mare, il mare al di là delle colonne d’Ercole?
Eccolo qua: una qualunque strada delle nostre città.
Bisogna sapersi trasportare, sapersi a memoria «metaforizzare» per districarsi nel labirinto dei Segnali Stradali.

E se poi uno s’inceppa? se poi uno va dal dottore, se bussa alla «sapienza» di Laing o di Lacan, che cosa può succedere? Cos’altro mai può dirti il dottore, se dotto è? Siamo nello stesso guaio, io e te! Il guaio è che, ovunque siamo in questo momento, io e te fatichiamo a scambiarci i giocattoli.
Anzi, sai che c’è: giochiamo a nasconderceli. Giochiamo, da quando non si sa, sul serio. Giochiamo ai «ruoli fissi», alle posizioni di ognuno al posto suo, uno dentro e l’altro, sempre, fuori dal quel camice bianco, un po’ troppo papalino, a volte.

Giochiamo a farci male. A vietarci reciprocamente la libera «costruzione del mondo». Senza saperlo, ovviamente.
Ma il guaio è proprio questo non sapere di «farla più difficile» di quello che è.
Invece, la via è semplice. Facile da vedere, ora che la Cabala ebraica l’ha bell’e spianata a Lacan – tramite blablablà … (dovrei citare il suo più che hegeliano maestro di pensiero, ma non mi ricordo il nome).

George de la Tour -Giobbe-moglie
Georges de la Tour – Giobbe e la moglie

È stato come ridestarsi da un incubo.
Per un attimo avere, di nuovo, in mano – a portata di mano, il Lontano.
Eccolo qua: di fronte a Gilgameš! E Gilgameš, sai che fa? – si addormenta.
È ora di dormire, di lasciarsi andare dopo il lungo viaggio.
Ora che il Lontano è qui – è ora di fare i conti.
Ora che Dante è lì al cospetto della Madonna – è ora di chiedere l’ultima grazia. Fammi essere di nuovo vicino a me stesso!
Questo ha da chiedere il viandante alla Signora del Labirinto.
Ha da immolarle la sua Beatrice, l’icona sacrosanta della sua pazziella immaginaria – è ora di deporla. È ora di domandare alla Regina, alla Metafora in persona, l’ultima grazia. Per un’ultima volta la «gratuità» del gesto del posto e della parola di allora.

Ed ecco, uno s’addormenta e sogna di ricadere nel balbettio della propria infanzia. Dice: devi andare dal dottore. Ci vado: sento che sta passando un guaio pure lui, ma non ce lo diciamo. Suppongo che si tratti di qualcosa di spirituale. Dovevo andare da un comico – da uno che, senza nessuna speciale dottrina, magica o esoterica o psicanalitica che sia, mi facesse tornare la voglia di ridere. La quale mi poteva tornare, solo tornando io al principio del gioco – a quando il mondo me lo sono costruito. O dovrei dire che m’è stato costruito addosso? e che perciò mi va stretto?

A costruirlo è stata un’antica Pazzia, che s’è mangiata a pranzo e a colazione una più antica Pazziella. L’ha mandata a chiamare, e la Pazziella è scesa al piano di sotto, dove i giocatori giocano a fare le persone serie: quelle che si rinfacciano, come dice Totò, di appartenere alla Morte. E che perciò si affrettano a vivere: perché hanno poco tempo. Non hanno più il tempo illimitato della Pazziella, lasciata andare alla sua libera gaia incontinenza.

Dice il proverbio maya: muoiono i giocatori, i giocattoli restano. Restano a futura grammatica, con tanto di leggi annesse e connesse, che tuttavia mai saranno bastanti a esorcizzare l’Eterno Ritorno della Pazziella. Ossia della Pazzia al suo proprio inizio gaio e creativo.
Tramontano i mondi creati da questo o quel giocatore impazzito fino al punto di prendersi sul serio e di andare a scriversi sulla parete di una caverna paleolitica ma anche sul muro del cesso di un manicomio qualunque, sul ciglio di una qualunque strada o nelle pagine di un libro. Tramontano i «creati», muoiono le «creature», restano gli «elementi» della creazione. Resta quanto serve per ricrearsi ciascuno il suo Golem. Ma stia attento a non farlo insuperbire troppo, a che non si dia troppe arie! Da servo diventerà il suo padrone.

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Marc Chagall – Circo blu

A zonzo, sbalzando dal fegato alla milza di Antero Vipunen, ci vuole un comico solletico per farsi vomitare agli ultimi versi, ciascuno, della sua Commedia.
Per farsi sputare – in quel solo istante che la Strega ci trova incommestibili: quando le rinfacciamo i giocattoli con cui ci stregava fino a un attimo fa.

Nessuno di noi crea «essere». Ciascuno di noi crea «esserci».
Nessuno crea «esseri viventi». Ciascuno di noi vive nel mondo che s’è creato con i «mattoni» dell’Alfabeto della sua Gente. Capisci? neanche l’eremita ne è «fuori». È preso pure lui nei lacci della Lontananza, per orientarsi nella quale la Lingua della Gente da cui pure si dissocia gli presta i giocattoli.

E quindi? – soleva dire una volta la buonanima di un chiacchierone, quando al silenzio si sentiva obbligato a negare il tempo che al silenzio serviva per farsi avanti.
Voleva forse dire: ti ho seguito, sono venuto appresso alle tue chiacchiere su Dante e su Lacan, mi prometti una comicità, e intanto mi dai solo brutte notizie. E quindi? – quindi dov’è il comico della Commedia?

Che posso dire?
Tu non vedi i morti che risuscitano.
Io, invece, quella risata, se ancora la trattengo, è per riderla là dove il riso è il gesto più gratuito, nel posto più improbabile, che a parole si possa dire.
È una gioia che ciascuno ritrova nel Ritorno del suo Lontano.
Perciò un Capomastro del talento di Mastro Dante, e perché no? di ‘Attâr, a stento è riuscito a godersi il suo balbettio pre-poetico, lasciando a noi il gusto di assaporare se si tratta di qualcosa di «divino» (magico, miracoloso, e via con le parole a vanvera!) o se non semplicemente del «comico» riso che finalmente cessa di essere stato così a lungo «trattenuto» e si rilassa nella sua (iniziale) insensatezza.
Non c’è niente da dire.
C’è da meditare sul «gesto», c’è da ritrovare il «posto» che uno dice essere il Castello della sua Anima, un altro l’Empireo della sua Poesia, un altro ancora la Fortezza inespugnabile della Sîmorgh.
Quindi … c’è ancora tanto da pazziare.

(Aiguesmortes, Spiritoso no Spirituale)