Vinaver – Le leggende di Artù e del Graal

©Photo. R.M.N. / R.-G. OjŽdaLa «leggenda arturiana» è un termine che è stato introdotto nell’uso scientifico dalla pubblicazione, con questo titolo, della celebre opera di Edmond Faral dedicata alla genesi di alcuni testi latini del Medioevo. Secondo Faral, invece di elaborare una leggenda inesistente, tali testi in realtà la costruiscono interamente, senza ispirarsi a una qualsiasi tradizione popolare.
È il caso della Historia Regum Britanniae composta da Geoffroi de Monmouth nel 1137, la prima delle cronache immaginarie del regno di re Artù, delle sue grandi conquiste e della sua morte eroica sul campo di battaglia nell’anno 542. Questa storia e il suo adattamento in versi francesi da parte di Wace (1155) erano già dei romanzi arturiani che avevano come protagonisti il favoloso re e i suoi cavalieri che gli dovevano, secondo il costume feudale, omaggio e fedeltà.

Bisognerà spiegare l’apparizione di questi testi e dei loro molteplici derivati, ricorrendo all’ipotesi di una vera leggenda trasmessa oralmente di generazione in generazione? La teoria delle origini popolari è stata sempre solo una successione di postulati spesso contraddittori e quasi sempre inverificabili: nessuna positiva testimonianza è stata portata a favore dell’esistenza di un mito arturiano preletterario.
Non che sia difficile trovare nel folklore celtico e scandinavo paralleli e analogie con varie leggende che si riferiscono alla figura di re Artù e a quelle dei suoi cavalieri. L’essenziale tuttavia è che nessuno di questi paralleli si iscrive nel quadro arturiano, né è legato ai personaggi o ai temi quali li presentano i testi letterari medievali.

Ma la storia della letteratura ha continuato così a lungo a coltivare questo tipo di speculazioni, perché si sentiva incapace di proporre al loro posto una spiegazione appena soddisfacente dei testi coi quali aveva a che fare, e che divenne possibile solo quando alla letteratura narrativa del Medioevo fu concesso il diritto di essere trattata come un insieme di opere sottoposte alle leggi della creazione letteraria.
Prima di rinunciare alla ricerca del mito, si trattava di assicurarsi che la ricca fioritura di racconti e leggende raccolti intorno al personaggio di Artù e della sua Tavola Rotonda potesse spiegarsi, come si spiegano tante tradizioni analoghe, come prodotto dello sforzo autonomo e spontaneo degli autori dei testi, e in particolare dell’uso di due procedimenti distinti eppure complementari.cavalieri-tavola-rotonda

Il primo consiste nel raccogliere insieme elementi già esistenti che fino allora si erano manifestati solo isolatamente: questo procedimento è alla base della formazione dei cicli epici e romanzeschi che dominano tutta la letteratura francese del XIII secolo.
L’altro procedimento è di tutti i tempi, e consiste nel ripensare un dato insieme per prestargli un significato nuovo, più profondo e più sfumato, o semplicemente più conforme al gusto del pubblico al quale ci si rivolge.

La pseudo-cronaca di Geoffroi de Monmouth era solo un abbozzo del mito della grandezza e della caduta della monarchia arturiana, che si è invece andato elaborando nel corso dei tre ultimi secoli del Medioevo grazie agli apporti degli scrittori francesi e inglesi.
In Geoffroi come in tutte le cronache derivate dalla sua Historia (il Brut di Wace, quello di Layamon e il poema inglese del XIV secolo intitolato Morte Arthure) Artù muore vittima del tradimento di Mordred: un incidente fortuito che non è anticipato da nulla e che nulla giustifica.
Dei prosatori francesi del XIII secolo, autori del grande ciclo arturiano (1220-1225), si sforzeranno di motivare questo evento capitale fino a fare il compimento di tutta una serie di temi sapientemente sviluppati; tale processo proseguirà nel terzo quarto del XV secolo sotto la penna del maggior prosatore del ciclo, sir Thomas Malory.
Si passa da un episodio di cronaca al dramma patetico della Morte Arthur saunz guerdon come si passa, in una finzione romanzesca, da un fatto di cronaca a un’opera elaborata.

Nella misura in cui i principali temi arturiani hanno subito questa evoluzione, si può affermare che tutta la mitologia arturiana si è creata così: dal duplice movimento che forma le opere complessive e ne rinnova continuamente i significati. Questa mitologia si ritrova nei paesi di lingua inglese a tutti i livelli della cultura orale e scritta, dai racconti che ancor oggi si possono raccogliere dalla bocca degli abitanti del Galles e della Cornovaglia, fino alle opere dei prosatori e dei poeti inglesi dei nostri tempi.

In che preciso momento a questo ricco e suggestivo insieme di temi romantici è stata aggiunta l’idea della sopravvivenza del grande re e del suo ritorno nel paese di cui un tempo aveva fatto il regno più bello del mondo?
Si tratta in ogni caso di un tipo di credenza molto diffusa, attestata nel folklore di molti altri paesi: il rifiuto di accettare come definitiva la sparizione di un salvatore, di un eroe liberatore che deve ritornare per garantire la salvezza del suo popolo.
È nella logica delle cose che i racconti delle gloriose imprese di un grande re generino la speranza del suo ritorno e nulla si oppone, in verità, all’ipotesi che nella tradizione britannica anche questa speranza sia di origine letteraria. Se ne trova la prima espressione nelle cronache nate dall’opera di Geoffroi di Monmouth, quella di Wace e quella di Layamon e la formula latina Rex quondam rexque futurus sopravvive ancora nel testo inglese del XIV secolo intitolato Morte Arthure.
Malory attesterà questa credenza pur non condividendola: «Ciò che si sa veramente è che in questo mondo il grande re ha scambiato la sua esistenza con un’altra».

Lancillotto-GinevraAltri due temi hanno avuto una sorte analoga: quello del Graal e quello degli amori di Lancillotto e Ginevra. Certamente essi appaiono per la prima volta in un quadro arturiano, cioè i romanzi di Chrétien de Troyes, nella forma di un Conte du Graal (1181 circa) e di un Conte de la Charrette (1172 circa). Ma questi romanzi sono in realtà estranei alla «leggenda» arturiana propriamente detta. Il re Artù che vi appare non è più il guerriero favoloso di Geoffroi de Monmouth e di Wace. Il re Artù di Chrétien de Troyes non si ricorda nemmeno più delle imprese attribuite a quel guerriero.
Il suo ruolo consiste unicamente nell’incoraggiare le avventure che si svolgono intorno a lui, ma egli non pensa nemmeno di parteciparvi direttamente.

Solo nel XIII secolo, nel grande ciclo arturiano in prosa attribuito a Walter Map, si realizza la giunzione tra l’epopea del regno di Artù, il Graal e la passione amorosa di Lancillotto e della regina.
In questo contesto, gli ultimi due temi acquisiscono un significato e una profondità muovi. Il loro vero valore appare come un fenomeno avventizio sorto dall’immaginazione dei rifacitori e degli adattatori, e non dalle profondità misteriose delle tradizioni popolari. Le sequenze così costituite rischiano talvolta di apparire miti preletterari, quali il tema del regno trasformato in terra devastata (terre gaste).

Lavori recenti hanno permesso di dimostrare che questa storia si è formata attraverso un processo di agglutinazione di elementi diversi in origine indipendenti gli uni dagli altri e che nulla ci autorizza a considerare come derivanti da un mito primitivo.
Basta rispettare la cronologia dei testi del XII e XIII secolo per vedere come hanno operato i veri architetti della leggenda della terre gaste. E questo lavorio non è cessato con la moda dei romanzi arturiani francesi: esso è proseguito attraverso l’opera di Thomas Malory nel XV secolo ed è sfociato in una grande composizione poetica del XX secolo, The Waste Land di Eliot.

Se Chrétien de Troyes fosse vissuto abbastanza per vedere la straordinaria diffusione e lo sviluppo del motivo del Graal avrebbe potuto chiedersi, come il Booz di Hugo: «come è possibile che da me sia venuto tutto questo?».
Domanda che resterebbe priva di risposta se non si tenesse conto della parte sostenuta dall’immaginazione creativa degli scrittori del XIII secolo, di coloro che, nel ciclo in prosa, hanno fatto del Graal il simbolo della grazia divina senza chiedersi che cosa significasse.

Non ne conosciamo il significato nel poema di Chrétien de Troyes che ne porta il nome (1181 circa). Il corteo che circonda il Graal, quale è descritto in questo romanzo, ha fatto versare fiumi d’inchiostro ai nostri giorni. Per il giovane cavaliere Perceval che lo osserva, come per tutti i lettori del testo, è un’occasione per meravigliarsi di questi due oggetti misteriosi: il Graal stesso, cioè il vaso sacro portato da una fanciulla, e la lancia che sanguina fra le mani di un giovane che apre la processione.
Se soltanto, vedendoli passare davanti a sé, Perceval avesse chiesto che cosa significa tutto ciò, il re méhaigné, il re ferito, che risiede in quel castello, sarebbe guarito dalle sue piaghe. Ma Perceval, interpretando troppo alla lettera il consiglio che aveva ricevuto da un uomo molto saggio di nome Gornemant, si guardò bene dal porre tali domande.
Se le avesse poste, che cosa gli avrebbe risposto la gente del castello? Chrétien stesso sapeva esattamente cosa rappresentava l’oggetto che aveva così introdotto nel suo poema?
Noi non lo sappiamo, come non sappiamo se prima di Chrétien de Troyes sia mai esistita una leggenda del Graal. Tutto induce a credere che, se di leggenda si tratta, essa sia, come la leggenda arturiana, di origine strettamente letteraria, cioè creata e diffusa dagli scrittori.

Dopo Chrétien de Troyes fu Robert de Boron a contribuire alla sua divulgazione con un poema della fine del XII secolo intitolato Estoire du Graal o Joseph d’Arimathie. Il Graal sarebbe, secondo Robert de Boron, il vaso in cui Giuseppe d’Arimatea aveva raccolto le gocce del sangue di Gesù Cristo dopo la crocifissione, vaso che il cognato di Giuseppe, Bron, e suo figlio Alain avrebbero portato in Inghilterra, simbolo della fede che intendevano diffondere in Occidente.
Robert de Boron ha composto anche un Perceval? Non ne esiste traccia, ma è possibile che il Perlesvaus, testo in prosa degli inizi del XIII secolo, sia un adattamento di un poema perduto di Robert de Boron.

Galaad-vetrataL’avvenimento capitale nell’evoluzione del tema del Graal nel XIII secolo è la sostituzione di Perceval con Galaad nel ruolo di eroe del Graal. Galaad, puro cavaliere, figlio naturale di Lancillotto, appare per la prima volta nel grande ciclo arturiano composto tra il 1220 e il 1225, in cui sembra interpretare il ruolo del liberatore incaricato di salvare il regno di Artù dal peccato della lussuria. Egli solo potrà vedere apertamente il Graal e realizzarne la conquista; egli solo, grazie al suo carattere e al suo comportamento, saprà dare una incarnazione umana alla luce magica che ne emana.
Il Graal ha, d’altra parte, qui un significato molto preciso, come ha dimostrato Etienne Gilson in un suo celebre studio (Romania, 1925). Di fronte a questo simbolo della grazia divina, i cavalieri di re Artù sono in qualche modo classificati secondo il loro grado di perfezione o imperfezione. Galaad raggiunge la più elevata conoscenza del mistero divino, quella che si ottiene nel puro spirito (pura mens). A un grado inferiore si trovano Perceval e Bohort che lo raggiungono coi sensi, mentre Lancillotto lo afferra solo nei sogni: tre stati mistici che erano stati mirabilmente descritti nel secolo precedente da san Bernardo di Chiaravalle.

Il ciclo ove figura per la prima volta la ricerca condotta da Galaad è seguito da una composizione quasi altrettanto vasta alla quale viene dato oggi il nome di Roman du Graal (1235). Mentre nel ciclo arturiano la ricerca del Graal costituiva soltanto un episodio di portata relativamente limitata, nel Roman du Graal il regno di Artù, «regno avventuroso», è destinato fin dall’inizio a far fronte a questo oggetto magico, la cui presenza stessa sembra condannarlo insieme all’ideologia cortese che incarna.

Nello stesso periodo, Wolfram von Eschenbach restaura nel suo Parzival l’eroe eponimo nella parte del cavaliere del Graal e trasforma il Graal stesso in una pietra magica dal significato profondamente morale.
Wagner si è visibilmente ispirato a Wolfram, che non sembra avere avuto altra fonte che Chrétien de Troyes. Perciò per la maggior parte dei lettori moderni la leggenda del Graal è una leggenda di Perceval mentre per quelli degli ultimi tre secoli del Medioevo era essenzialmente una leggenda di Galaad, indissolubilmente legata al romanzo in prosa di Lancillotto.
Poiché questo romanzo è sopravvissuto in epoca moderna solo attraverso l’adattamento inglese di sir Thomas Malory (pubblicato nel 1485 da William Caxton) solo i paesi di lingua inglese conservano oggi il ricordo del puro cavaliere Galaad (Galahad).

Come la leggenda di Artù e quella di Tristano e Isotta, la leggenda del Graal si diversifica secondo le forme e le interpretazioni di cui hanno voluto dotarla i poeti e i prosatori della fine del Medioevo. Tema poetico, simbolo religioso e morale, il Graal non è mai stato altro che il prodotto della loro immaginazione.
Nulla ci costringe a cercare altrove il segreto della sua forza emotiva e della sua eccezione irradiazione.

In quanto al tema della «terra desolata» (terre gaste), nella sua forma più compiuta e più tarda, esso comprende quattro elementi: un’arma miracolosa, una grave ferita di cui soffre un grande personaggio, un re o un cavaliere, la devastazione di un regno e la guarigione del personaggio ferito.
Il colpo che infligge la ferita, il colpo fellone (dolorous stroke nella terminologia inglese) è quasi sempre inferto dall’arma miracolosa; invece gli altri elementi di questo insieme narrativo possono essere separati. Li vediamo riuniti insieme per la prima volta in una delle prosecuzioni del Roman du Graal che talvolta viene chiamata la Suite de Merlin e che si può datare approssimativamente intorno agli anni 1230-1235.

I quattro elementi del tema della terra desolata formano in questo romanzo un racconto continuo, il cui protagonista è Balain, cavaliere sventurato che sembra destinato a portare sventura a tutti coloro che avvicina.
Il colpo fellone che causa la devastazione del paese è inferto da lui, che si difende da un re potente, Pelles, legato misteriosamente al tema del Graal, perché il Graal posto tra le mani del puro cavaliere Galaad lo guarirà.
Gli architetti della leggenda della terre gaste non solo hanno costruito uno scenario perfettamente coerente e bene equilibrato, ma hanno saputo conferire nuovo rilievo al tema del Graal all’interno dei romanzi arturiani ciclici, perché il cavaliere sventurato, mescheant, come si diceva nel Medioevo, si oppone direttamente a Galaad, il cavaliere fortunato: l’uno precipita il regno di Artù nelle tenebre e nella sventura, l’altro lo inonda di una luce nuova e gli mostra il cammino della salvezza.

(Vinaver, Dizionario delle mitologie e delle religioni)