La locuzione teopatica

Allorché giungi alla Pietra Nera, la parola ti abbandona.
Là, è la Pietra che «parla» tutte le lingue del Possibile.

Transumanar significar per verba
non si poria …
(Dante, Paradiso, 1: 70-71)

Ci sarebbe da meditare sul fatto che quanti hanno raccontato d’essere giunti alla stazione della Pietra Nera, hanno saggiamente evitato il ricorso alla parola «che spiega».
Se, come essi dicono, la loro fu un’esperienza «transumana», le parole con cui la raccontano, tanto più sincere sono, quanto meno «si piegano» alla dittatura del senso – quanto meno sanno la sapienza di cui sono, a loro insaputa, insaporite.

Dante-EmpireoCurioso paradosso: proprio là dove si dichiara di aver raggiunto la propria ecceità eterna, o di aver incontrato il proprio Angelo, o di aver visto il proprio volto di luce, proprio là, curiosamente, ci si ritrova espropriati della parola.
Che tu sia Dante o Mosè, poeta o profeta – ma anche un fesso qualunque – là, presso la Pietra Nera, finisci per balbettare.
Non puoi non balbettare. Là, sei tu la «casa visitata». Visitata dalla parola che ti manda a dire il tuo dio.

Se nell’Empireo, nell’incandescenza della tua mente, ancora ti rimane qualcosa da «vedere», se ancora è Nera la Pietra delle tue alchimie, non puoi più affidarti al «senso» delle parole. Bisogna che queste ricadano all’indietro nelle vertigini della loro «infanzia».
«L’infante non è muto», dice Varrone (De lingua latina, 6: 52). L’infante dice parole insensate. Pronuncia parole «d’accompagnamento» al suo codice linguistico fatto di «immagini». Le parole sono simboli, l’infante parla ancora immaginario.

La Pietra Nera, nessun simbolismo la può «spiegare». Perché la Pietra è incastonata nelle profondità insensate della Parola. Là dove il Simbolo deve essere deposto, disimparato, dimenticato. La Pietra è incastonata nel linguaggio immaginario dell’infante.
Chi chiede il sostegno dei simboli, chi domanda il conforto dei segni e delle loro significazioni – sarà pure giunto nel cielo più intimo della sua mente, ma s’è guardato bene dall’interrogare il Niente, e di sconfinare nelle vertigini dei Trenta Uccelli.

Come? hai sollevato il velo della dea, e meraviglia delle meraviglie – solo questo ti tocca vedere? il tuo stesso volto!?
E quel volto è là che ti respinge dal Mistero. Sulla soglia dove finisce la Luce, l’Essere che sei non può fare a meno di essere quello che Tu sei. Non può non essere il Tu, a cui da sempre «parli» e da cui, da sempre, ti è rivolta la Parola.
Ma sai com’è: dio non ci volle «compagni nel lavoro di creazione». Dio ci creò, e noi non c’eravamo a dargli una mano!
Capisci? per crearci, dio ha dovuto usare tutt’e due le mani! Io e tu!

Dicono le genti del nord che colui che è stato spinto dall’eccesso del suo morbus sacer fin sulla soglia del Palazzo di Óðinn, per eccesso non può mantenere in equilibrio i due piatti della bilancia.
Egli ignora l’esatta misura del pareggio economico: sa che nel Padre, confusa nella troppa luce, si annida una tenebra di non-conoscenza, una nube, una macchia nera.
Egli crede che nella parola padre si denunci la presunzione d’un credito: giacché il padre deve tracciare la via al figlio.

Ma alla Stazione della pietra nera non c’è più segno di equivalenza: niente e nessuno può o deve essere omologato a niente e nessuno. Là dove non ci sono che uni, singolari, individui … orfani alle prese col loro eterno «celibato», singles che non si accoppiano, non si sposano se non, provvisoriamente si spera, col Libro, là come puoi anche solo pensare un plurale, un collettivo, un noi, una linea di partito?
Là non c’è una molteplicità, ma la molteplicità!
Non la puoi radunare, non la puoi sintetizzare, no che non la puoi in nessun modo simboleggiare.
Essa non fa che continuare a moltiplicarsi.
Se la chiami infinito, prima o poi avrai bisogno d’un altro infinito per seguirla nella «geometria» delle sue de-moltiplicazioni.

Empireo-Dante

La vita è un dono del Misericordioso: è la Sua mano due volte generosa (alla seconda e alla quarta ora del primo giorno della nostra «infanzia») a sbilanciare i conti d’ogni ragioniere. Perciò, nel Paese della pietra nera, alla radice dell’albero del nichilismo, non serve a niente trasmutare le pietre in pani. Là non ci si nutre che di luce … e ogni parola che esce dalla bocca di dio, appella per nome all’esistenza, uno per uno, tutti i suoi figli.
Là ammutolisco, come se potessi col silenzio ripagare tanta grazia.
Non devo dir nulla. Là, se parola c’è, è Lui che la parla.
E tuttavia è in me che risuona.

Io non sono che l’uditore di Chi in me prende voce. Anche questo è un curioso paradosso, ma c’è un modo di rappresentarselo.
Pensa a un impiccato a testa in giù! E allora ti sarà chiaro perché in arabo la parola invasata, la parola del talento poetico o del genio visionario, è detta shath – dalla radice sh.t.h che significa «cadere a testa in giù, alla rovescia».
Massignon la traduce «locuzione teopatica», mentre nella lingua di Óðinn, il Signore degli Appesi, si renderebbe con wut.
In entrambi i casi, la parola sgorga da un’insensatezza eccitata a passare il segno, ad avventurarsi al di là di ogni significazione. Il che è come dire alla Fonte dei segni e dei simboli. Là dove dal balbettio immaginario emergemmo alla Parola Simbolica: ecco dove ci portano Dante e Mosè, Poeti e Profeti. Ci riportano a «rovesciare il rovesciato».

«Apri la tua bocca e io la riempirò», recita il Salmo, 80: 11.
C’è ancora tanto da meditarlo … e da meditarlo insieme a Giovanni, 14: 10: «Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere».