Farîdoddîn ‘Attâr – Quando gli uccelli giunsero alla meta

Gli uccelli vagarono per anni e anni traversando valli e montagne, consumando gran parte della loro esistenza in quell’arduo e interminabile viaggio.
Ma come potrei con parole adeguate descrivere tutto quanto si presentò ai loro occhi? se anche tu volessi un giorno intraprendere un simile viaggio, potresti sperimentare le sue infinite difficoltà, comprendendo così la condotta degli uccelli e i motivi per cui giunsero, angosciati, a dissetarsi del loro stesso sangue.

stormo-uccelli

Di quello sterminato esercito di uccelli solo un piccolo drappello, forse uno su centomila, portò a termine il viaggio. Alcuni annegarono in mare, altri scomparvero misteriosamente. Molti furono uccisi dal terrore e resero la loro anima riarsa sulle vette di altissime montagne, o ebbero le ali bruciate dal sole e l’anima ridotta a fumante kebab.
Alcuni conobbero una morte ingloriosa tra le fauci di leoni e pantere, mentre altri, delusi nelle loro attese, caddero nelle reti dell’inganno e della menzogna.

Non pochi morirono di sete con la gola riarsa in qualche deserto, altri si uccisero tra loro come stolti moscerini per il possesso di un chicco, altri si ammalarono gravemente e furono abbandonati lungo il sentiero, e altri infine si fermarono, distolti dalla loro meta dalle meraviglie della via, o abbandonarono la loro cerca per dedicarsi a svaghi e amenità di ogni sorta.

E di quell’immenso stuolo di uccelli che s’era radunato alla partenza, solo un piccolo stormo di trenta raggiunse la meta agognata.
Erano trenta corpicini privi di ali e di penne, deboli e malati, coi cuori spezzati e le membra e l’anima distrutte. E però conobbero un’ineffabile presenza, posta al di là dei confini dell’intelletto.

All’improvviso balenò loro il lampo del distacco e cento monti arsero in un’unica vampata, e apparvero infiniti soli e lune e astri danzanti come atomi in preda allo stupore.
Allora esclamarono in coro: «O meraviglia! Se il sole dinanzi a quella augusta presenza si riduce a misero atomo, come potremo laggiù essere visibili? Un duro travaglio ci attende! Abbiamo distolto il pensiero da noi stessi senza preoccuparci di cosa il futuro ci riservasse! Qui le sfere celesti sono atomi di pulviscolo vagante: che importa se noi esistiamo o meno?».

trenta-uccelli

E caddero preda dell’angoscia, come se fossero vittime sacrificali. Essendosi annientati, scomparvero perfino ai loro occhi, e così trascorse un tempo interminabile, finché all’improvviso da quella lontanissima corte giunse loro un messaggero della divina maestà.
I trenta uccelli gli apparvero come creature sbigottite, con ali e piume e corpo e anima totalmente distrutti. Ogni fibra dei loro corpi tremava per un immenso stupore, le penne erano cadute e le membra apparivano paurosamente sottili.
E così a loro il messaggero parlò: «O voi, di quale regno siete, e perché siete qui giunti, e qual è il vostro nome, o creature inconcludenti? Dov’era la vostra casa e come vi chiamavano nel mondo e cosa v’illudete di trovare, impotenti come siete?».

In coro gli uccelli risposero: «Siamo giunti fin qui per sottometterci alla nobile Sîmorgh, ci siamo perduti cercando la via che conduce alla sua corte. Lungo il cammino abbiamo smarrito il cuore e la pace, e viaggiamo ormai da tempo immemorabile: eravamo migliaia e solo in trenta siamo giunti. Partimmo da un lontano paese nella speranza di giungere sino al nostro Re e di essere ammessi alla sua augusta presenza. Ma quando mai quel Re gradirà l’umile dono della nostra pena? Perché mai nella sua infinita grazia egli non vuole degnarci di uno sguardo?».

Il messaggero rispose: «O vagabondi, che come rose purpuree vi macerate nel sangue del vostro cuore! Sappiate che egli è comunque sovrano assoluto ed eterno, anche senza di voi. I centomila mondi con tutti i loro eserciti in armi non sono che innocua formica strisciante sulla soglia del suo palazzo. Ma voi, ditemi, non sapete far altro che lamentarvi? Tornate alle vostre case, o miserabili creature!».

simorgh-disegnoA queste parole gli uccelli, sgomenti, si videro già morti e sepolti, e dissero in lacrime: «Perché mai un simile Re ci riserva un’accoglienza così infamante? Nessuno patì infamia da lui! Ma se così deve essere, ebbene, per noi l’infamia sarà gloria immeritata» […]

Il messaggero così continuò: «Vedrete poi balenare il lampo della gloria che accenderà un’inestinguibile fiamma nel profondo delle vostre anime. Ma se anche ardeste tra mille tormenti, che importerebbe? A che valgono in quel sublime istante l’onore e l’infamia?».
Pur essendo sconvolti da indicibili sofferenze, gli uccelli vollero insistere: «L’incendio oramai divampa nelle nostre anime! Come può una falena evitare il fuoco, essendo solo in esso che trova pace? Se non potremo unirci all’amato, ci sia almeno concesso di ardere per lui. Se quella corte ci nega udienza, noi baceremo in questi luoghi la polvere della tomba» […]

Allora finalmente gli uccelli acquistarono sembianze virili, naufragando nel dolore dell’amorosa passione. Il loro distacco aveva giù superato ogni limite, quando a loro si presentò sotto nuova veste il messaggero della grazia divina.
Un inviato della corte venne a riceverli e immediatamente aprì le porte del palazzo. Quindi sollevò in pochi attimi centomila veli, così mostrando agli uccelli un mondo sconosciuto, e in quel preciso istante la Luce delle luci rifulse su di loro.

L’inviato li invitò poi a prendere posto sul trono dell’intimità, soglio di maestà infinita e di eterna gloria. Quindi porse loro una misteriosa pergamena dicendo: «Leggetela tutta, fino all’ultima parola!» […]

Quei trenta uccelli lessero fiduciosi le righe di quella pergamena, e subito si avvidero che vi era minuziosamente descritta ogni fase della loro esistenza. Conobbero verità assai dure, ma inconfutabili. In un giorno ormai lontano si erano messi in cammino percorrendo un passo dopo l’altro la loro via.
Ma poi, a un certo punto del viaggio, avevano scagliato Giuseppe nel fondo di un buio pozzo: in verità avevano ignominiosamente tradito il Giuseppe del loro essere, vendendolo al primo venuto.

O miserabile non essere, non hai coscienza di svendere a ogni istante il tuo Giuseppe? Sappi che un giorno egli sarà Re, divenendo ai tuoi occhi la guida e la meta. E tu, ridotto in miseria, ti presenterai finalmente a lui, nudo e affamato.
Il suo influsso potrebbe imprimere nuovo vigore alla tua incerta azione, e allora sai dirmi per quale motivo dovresti venderlo?

Le anime confuse e umiliate di quegli uccelli si annientarono totalmente e i loro corpi arsero sino a ridursi a mucchietti di cenere. Non appena si furono spogliati di ogni forma terrena, vennero rivestiti della vivificante luce emanata da quella presenza, e in tal modo per loro iniziò un’esistenza tutta nuova.
Un ignoto stupore rapì le loro menti e tutto quanto in passato avevano vissuto o non vissuto venne sradicato e rimosso dalle loro anime.
Finalmente il fulgido sole dell’intimità rifulse su di loro e i suoi raggi vennero riflessi dallo specchio delle loro anime.

uccelli-SimorghNell’immagine del volto della Sîmorgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere il volto della Sîmorgh. Guardando più attentamente, si accorsero che i trenta uccelli altro non erano che la Sîmorgh, e che la Sîmorgh era i trenta uccelli: infatti, volgendo nuovamente lo sguardo alla Sîmorgh, videro i trenta uccelli, e guardando ancora se stessi rividero la Sîmorgh.
O meraviglia, questo era quello e quello era questo!
Quando mai nel mondo si era assistito a un simile prodigio?

Gli uccelli, sgomenti e confusi, rimasero un poco a pensare pur senza pensieri, ma non venendo a capo di niente interrogarono senza parole quell’augusta presenza, implorando la spiegazione di questo assoluto mistero per cui il noi e il tu apparivano uniti.
E giunse senza parole la risposta di quella presenza:

Noi siamo uno specchio grande come il sole e chiunque in esso si guardi, vede l’immagine di se stesso, del corpo e dell’anima.
Poiché qui voi arrivaste in trenta, nello specchio apparite trenta, ma se foste di più non temete di mostrarvi!
Per quanto siate mutati, vedrete voi stessi, e in verità voi avete visto esattamente voi stessi.
Chi mai potrà spingere il suo sguardo fino a Noi? Quando mai una formica potrà contemplare le Pleiadi o sollevare un’incudine, o una zanzara trascinare un elefante?
Quanto fin qui avete visto o conosciuto, in realtà non accadde, e quanto avete detto e udito non è che pura illusione. E neppure mai sono esistite le valli attraverso le quali faticosamente avanzaste o le stazioni ove virilmente poteste maturare. In realtà voi tutti avete marciato senza mai deviare dall’alveo della nostra azione e avete sostato nelle profonde valli delle nostre qualità.
Voi siete trenta uccelli in preda allo stupore, ormai privi del cuore, dell’anima e della serenità, ma Noi fummo prima che voi foste, giacché formiamo l’essenza della Sîmorgh.
Annientatevi in Noi, nella gloria eterna, e in Noi troverete la porta che dà su voi stessi!

E gli uccelli si annientarono eternamente nella Sîmorgh: l’ombra si dissolse nel sole, e così sia.
Finché gli uccelli procedevano lungo la via, avanzava con loro il mio racconto. Ma ora che sono giunti alla meta e di loro non è rimasta una sola piuma, necessariamente devo tacere.
La guida e i viandanti sono svaniti nel nulla, si sono trasformati nella via.

(Farîdoddîn ‘Attâr, Il Verbo degli uccelli)