Corbin – La Sîmorgh persiana

verbo-uccelli-pageIl motivo dell’Uccello sarà portato al suo massimo effetto di risonanza solo quando ad orchestrarlo sarà, con tutte le risorse del suo genio, ‘Attâr († 1221).
Nel grande poema mistico intitolato «Il verbo degli Uccelli» (Mantîq al-Tayr), cogliamo un richiamo al «Racconto dell’Uccello» di Avicenna […]

La meta del pellegrinaggio degli Uccelli di ‘Attâr è il palazzo di «Sîmorgh».
Nell’antica tradizione avestica l’uccello Mereghu-Saena (nei testi pehlevî il suo nome è Sene-muruk) nidifica sull’albero della vita che sorge dal Lago Vourukaša.
Sîmorgh è un uccello mitologico il cui nome, femminile, figura già nell’Avesta nella forma Saena meregha. Nella letteratura persiana, esso compare in una duplice tradizione: quella dell’epopea eroica e quella della poesia e della prosa mistica.

Nel momento stesso che il suo nome, pur essendo femminile, viene attribuito al re degli Uccelli, la sua forma persiana Sîmorgh si presta a un’etimologia artificiosa che, scomposta in due elementi (Sî-morgh), gli attribuisce il significato di «trenta Uccelli». Grazie a un gioco di parole basato su questa etimologia, ‘Attâr scoprirà un modo di esprimere quel paradosso dell’identità nella differenza e della differenza nell’identità, che ha tormentato tutti i mistici speculativi […]

Gli uccelli son partiti a migliaia, hanno viaggiato anni e anni, oltrepassando vette e abissi; è tutta la loro vita che hanno speso in questo viaggio. Ma delle migliaia che erano alla partenza, ad ascoltare l’ammonimento dell’upupa, non ne sopravvive che un piccolissimo numero quando arrivano alla meta sublime.
Quasi tutti sono scomparsi: gli uni sommersi dall’Oceano, gli altri inchiodati sulle alte cime; gli uni bruciati dal torrido sole, gli altri divorati dalle bestie feroci; altri invece semplicemente stremati dalla fatica nei deserti. E cosa ancor più triste: alcuni si fermarono e perirono avendo dimenticato l’oggetto della loro Cerca.
In breve, delle migliaia di uccelli che alla partenza riempivano l’universo, non ne giunsero che trenta (). E per giunta erano stupefatti e stanchi, il cuore a pezzi, l’anima frustrata. E tuttavia essi intravidero l’ineffabile Maestà, la cui essenza sfugge alla portata dell’intelligenza umana.

Come gli Uccelli del Racconto di Avicenna frastornati dagli esseri che popolavano il Nono Cielo, così essi videro migliaia di soli gli uni più splendenti degli altri, migliaia di lune e di stelle tutte egualmente belle.
Ma a questo punto ecco che furono scossi e turbati: s’erano per caso azzardati troppo lontano? Avevano rinunciato a tutto pur di raggiungere l’oggetto del loro desiderio, ma perché e come avrebbero potuto ottenerlo da quella Maestà inaccessibile? In cosa la loro misera esistenza poteva interessare a Essa più della loro non esistenza?

Questi pensieri disperanti, questo presentimento di uno scacco totale, sembrano confermati dall’improvvisa apparizione di un araldo della Maestà, il quale, vedendo quei poveri trenta uccelli (sî-morgh), li apostrofa duramente: chi sono? come si chiamano? che fanno là? cosa sperano che si possa fare di loro?
A queste domande, gli sventurati possono solo rispondere che essi sono venuti, spinti da un insensato moto d’amore; delle migliaia alla partenza, appena trenta all’arrivo. È possibile che la loro immensa pena non sia degna neanche di uno sguardo?

Ma […] ecco che a condurci verso tutt’altro epilogo è uno di quegli episodi che, con una sequenza di geniali ispirazioni, ‘Attâr è solito moltiplicare nel corso delle sue epopee mistiche: aneddoti, apologhi, ogni volta la trama dell’insieme apparentemente sembra rompersi.
Ma è proprio una rottura quello che ci vuole, ci vuole cioè del discontinuo e dell’irrazionale per spingere il mistico ad aprirsi da se stesso la Via.

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Gustav Doré – Giuseppe venduto dai suoi fratelli

Se si vuole seguire l’esito a cui conduce la rapsodia di ‘Attâr, occorre tenere a mente un tema essenziale per i nostri mistici: Giuseppe, il ragazzo venduto dai fratelli nel racconto biblico, è la figura archetipo della bellezza celeste manifestata nei tratti di un volto umano.
Ecco allora: agli Uccelli viene data una pergamena misteriosa con l’ordine di leggerla fino all’ultima parola. Ebbene, si tratta di quella stessa pergamena che Giuseppe presentò ai suoi fratelli allorché, venuti a chiedergli elemosina in Egitto, furono condotti al cospetto del fratello e non lo riconobbero.

Ora, il documento non era nient’altro che la ricevuta, la testimonianza dell’infame mercato, che attestava come e a che prezzo Giuseppe, il fanciullo divino, era stato venduto. I fratelli ne conoscono fin troppo bene il contenuto: sono turbati, confessano la loro colpa e chiedono di morire. La potenza del simbolo prorompe allora costringendo a emergere dalle profondità inconsce il ricordo di un avvenimento che risale al di là del tempo della memoria.

A ognuno dei trenta Uccelli intenti a decifrare il documento del proprio destino, si pone la stessa domanda: «Non sai tu dunque, o miserabile essere di nulla, che a ogni istante anche tu vendi un Giuseppe?», cioè non sai che, se sei un esule e un mendicante, è perché hai venduto il tuo Io celeste, il tuo Io eterno, e hai tradito il tuo Angelo?
Ciò che la disperata nostalgia della tua cerca s’attende, è di ritrovare quest’Altro, questo Te stesso perfetto che è il tuo regale fratello celeste, da cui a separarti è stata solo la tua incoscienza, solo il tuo tradimento.

Rievocato così al presente, il passato provoca nell’anima mistica una così totale vibrazione da liberarla e assolverla da ogni cosa. Tutto quello che gli Uccelli avevano potuto fare o non fare, tutto questo fu purificato e rimosso, sradicato dal loro cuore. Il sole della Prossimità rifulse su di loro; avvolta nei suoi raggi, ecco la loro anima portata all’incandescenza che permette al Mistero di trasparire.
Questo Incontro che tanti mistici hanno provato tante volte a descrivere, questa esultanza nel riconoscimento di se stessi in se stessi, ‘Attâr la descrive come può descriverla solo un poeta mistico, in quanto la sottigliezza di questo stato sfida ogni definizione che se ne dà con l’intelletto razionale.

«In quel momento, scrive ‘Attâr, riflesso nel loro stesso volto, i Sî-morgh (vale a dire i Trenta Uccelli) videro il volto dell’eterna Sîmorgh».
È proprio Sîmorgh, non c’è dubbio, quel che essi contemplano; ma questa Sîmorgh è certo, anch’essa, Sî-morgh, trenta Uccelli; e pure loro, Sî-morgh, trenta Uccelli, si vedono proprio come se fossero tutti insieme Sîmorgh. Ci sono dunque due Sîmorgh, eppure non ce n’è che una sola; sì una sola, eppure molteplici.
Stupiti per questo mistero dell’identità nella differenza tra Io e Tu, tra «molteplici» e Unico, essi domandano e Sîmorgh risponde, ma senza ricorrere a parole: «La mia Maestà simile al Sole è uno Specchio. Chi ci guarda vede se stesso, tutto quanto, in questo Specchio. Venga da solo o in compagnia di una moltitudine, lo Specchio comunque rivela a ciascuno il mistero del suo stesso Sé. Infatti io sono infinitamente superiore a Sî-morgh (trenta Uccelli); io sono l’essenziale ed eterna Sîmorgh. Inabissatevi dunque in me, per ritrovare voi stessi in me».
E l’ombra si perse nel sole …

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Così dunque al termine della sua lunga e dolorosa cerca, quel che ciascuno degli Uccelli ha incontrato, quel che gli è stato rivelato, è il mistero del suo stesso Sé: un Sé che travalica il suo Io terrestre ed esule, il suo piccolo Io empirico e cosciente, un Sé che è il suo essere totale, così vicino eppure così lontano, così precisamente lui eppure talmente altro che il suo incontro desta la gioia di essere due in uno solo.

La reciprocità che si schiude nel mistero di questa profondità divina non può essere espressa che da un simbolo qual è quello della Sîmorgh, che in una Immagine racchiude proprio quella relazione col suo Dio che il mistico non può enunciare, se prova a farlo, se non con formule paradossali, quelle ad es. di un Mastro Eckhart allorché dice: «Lo sguardo con cui lo conosco è precisamente lo sguardo con cui Lui mi conosce».

(Henry Corbin, Avicenna e il racconto visionario)