Scholem – Il Golem di Meyrink

Golem-MeyrinkUna quarantina [oggi un centinaio] di anni fa usciva il romanzo fantastico Der Golem di Gustav Meyrink.
Riprendendo e trasformando in una maniera peculiare una figura della leggenda ebraico-cabalistica, Meyrink si proponeva di disegnare una specie di immagine simbolica, del cammino verso la redenzione. Tali rielaborazioni e metamorfosi letterarie e belletristiche dell’argomento del Golem sono assai diffuse soprattutto nella letteratura ebraica e tedesca del secolo XIX, a partire da Jakob Grimm, Achim von Arnim ed E. T. Hoffmann, e testimoniano del particolare fascino esercitato da questa figura, in cui tanti autori cercarono di vedere un simbolo di quelle lotte e quei conflitti che più stavano loro a cuore.

Tuttavia Meyrink supera di gran lunga questi tentativi: qui tutto è trasformato con i risultati più fantastici e, ancor più, deformato. Sotto la facciata – concepita con effetti del tutto esotici e futuristici – del ghetto di Praga e di una presunta Kabbalah (che deve alla torbida mediazione della signora Blavatsky più di quanto le giovi), vengono presentate idee di redenzione piuttosto indiane che ebraiche.
Ma con tutto il suo disordine impuro e arruffato, il Golem di Meyrink è avvolto da un’atmosfera inimitabile, dove elementi di incontrollabile profondità, e anzi di grandezza, si uniscono a un raro senso della ciarlataneria mistica e a una singolare capacità di épater le bourgeois.

Secondo l’interpretazione di Meyrink il Golem è un personaggio ahasveriano, che ogni trentatre anni (non a caso il numero è quello degli anni di Gesù) appare alla finestra di una stanza senza accesso nel ghetto di Praga.
Questo Golem è in parte la materializzazione dell’anima collettiva del ghetto, con tutti i torbidi residui dello spettrale, ma in parte il sosia dell’eroe, un artista che lotta per la propria redenzione e in essa purifica messianicamente il Golem, il proprio Sé irredento.
Certamente ben poco della tradizione ebraica, anche nelle sue forme decadute e trasformate dalla leggenda, sopravvive in questo personaggio di un romanzo che ha acquistato una certa celebrità. Sopravvive pochissimo, come mi propongo di dimostrare.

A questo scopo, in certo modo per definire il clima di questa ricerca, vorrei presentare anzitutto la figura della tarda leggenda ebraica che è stata descritta in forma pregnante da Jakob Grimm nella rivista romantica «Zeitung für Einsiedler», nel 1808.

Dopo aver recitato certe preghiere e digiunato determinati giorni, gli ebrei polacchi plasmano con argilla o terracotta la figura di un uomo, e quando pronunciano il miracoloso Shemhamphoras [il nome di Dio] essa deve prender vita.
È vero che non può parlare, però capisce discretamente ciò che si dice o comanda. Lo chiamano Golem, e lo usano come domestico che sbriga tutte le faccende domestiche. Ma non può mai uscire di casa.
Sulla sua fronte sta scritto ‘emèth [verità], ma ogni giorno cresce e diventa facilmente più grande e più forte di tutti i coinquilini, mentre all’inizio era piccolo. E quindi per paura gli altri cancellano la prima lettera, in modo che resta solo la scritta mèth [è morto], dopo di che crolla a terra e non resta altro che un mucchio di argilla.
Ma una volta uno non si preoccupò che il suo Golem continuasse a crescere, e quest’ultimo diventò talmente alto che il suo padrone non poté più arrivare alla sua fronte. Allora, in preda a una grande paura, chiamò il servo, ordinandogli di togliergli gli stivali, confidando che, quando questi si fosse chinato, sarebbe potuto arrivare alla sua fronte.
E così effettivamente avvenne e la prima lettera fu facilmente cancellata; solo che l’intera massa di argilla cadde sull’ebreo e lo schiacciò.

Una ricerca sulla figura del Golem concepito come uomo creato con l’arte magica deve risalire fino ad alcune delle rappresentazioni ebraiche relative ad Adamo, al primo uomo.
Dopotutto è evidente a priori che la creazione del Golem fa in qualche modo concorrenza alla creazione di Adamo, e che qui viene rappresentata la forza creatrice dell’uomo sullo sfondo della stessa forza creatrice di Dio, sia a sua imitazione, sia in conflitto con essa […]

Adamo è l’essere che è stato fatto con la terra e che tornerà nuovamente alla terra, al quale un soffio di Dio ha dato la vita e la parola. È l’uomo della terra, che tuttavia – secondo un’audace etimologia e un ingegnoso gioco di parole formulato da tardi cabalisti che si richiamarono a Isaia 14: 14 – nello stesso tempo è anche «immagine dell’Altissimo», quando assolve alla sua funzione scegliendo liberamente il bene.
Questo Adamo fu sì creato con la materia della terra, anzi addirittura con l’argilla, come si sottolinea esplicitamente in uno dei discorsi del libro di Giobbe 33: 6; però con le sue parti più fini […]

Con la parte più pura della terra lo creò, con la parte più fine della terra lo creò, con la parte più nobile della terra lo creò, con la [futura] sede del culto di Dio [a Sion] lo creò, con la sede della sua conciliazione
(Midrash ha-Gadol a Genesi)

Come secondo la prescrizione della Torah dall’impasto ne fu separata la parte migliore, per un uso sacro, allo stesso modo Adamo è la parte migliore che è stata presa dall’impasto della terra, la sua parte più nobile, prelevata dal centro del mondo sul monte Sion, dal luogo dove doveva essere eretto l’altare di cui si legge: «Un altare sulla terra mi devi fare» (Esodo 20: 24).
Certamente questo Adamo è stato preso dal centro della terra e dal suo ombelico, ma nella sua creazione si sono congiunti tutti gli elementi.
Dappertutto Dio raccolse la polvere con cui doveva essere formato Adamo; e del resto le etimologie della parola Adamo che la considerano come una abbreviazione dei suoi elementi o anche come il nome dei quattro punti cardinali da cui fu presa la terra di cui è composto, sono assai diffuse.

Ora, già nella Aggadah talmudica a questo motivo ne è unito un altro.
Si dice che in un certo stadio della sua genesi Adamo è Golem. Golem è una parola ebraica che nella Bibbia compare una sola volta, nel Salmo 139: 16 e la tradizione ebraica attribuiva sempre questo salmo allo stesso Adamo.
Possiamo dire che qui «Golem» significa l’informe, amorfo, e che ha certamente questo significato nelle fonti posteriori. Non c’è il minimo argomento per sostenere la tesi che significhi embrione, come si afferma talvolta. La filosofia ebraica medievale lo usa come termine ebraico per indicare la materia, la hylê informe, e questo significato più pregnante ricomparirà, in parte, anche più avanti.
Per ora, fissiamo questo: che l’Adamo che non è stato ancora raggiunto dal soffio di Dio, è in questo senso [di informe, amorfo, grezzo] che viene chiamato Golem.

(Scholem, La Kabbalah e il suo simbolismo)