La ragnatela di Penelope

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Leandro Bassani – Penelope al telaio

I giocatori muoiono, i giocattoli sopravvivono.
Se la «sentenza» è troppo forte, allora addolciamola! Ma sì, indoriamola questa pillola, e diciamo così: i giocatori passano, mentre i giocattoli se la spassano.
Ho capito male, o pare anche a te che la Nonna del Racconto maya, fingendo di dirlo ai suoi Nipoti, mandi a dire a noi: Su, presto venite! è il vostro turno, i Signori di Xibalbá vi vogliono! non vi fate illusioni, ché immortali non siete voi, immortali sono soltanto gli attrezzi dei vostri giochi?
La Nonna del Racconto, la Stella più antica del Cielo dei racconti, la Radice dell’Albero genealogico di tutte le lingue di babele, ci manda a dire una «cosuccia da niente», un messaggino come si dice oggi, a proposito di quel certo «niente» di cui solo Lei sa, solo Lei che «personifica» la Parola più arcaica, più remota del Racconto. Quella al confine tra l’Insignificante e la Sensata. Lei, l’Iniziale, quale che sia il gioco a cui dà inizio.

A Lei si ritorna, da Lei si riparte. Si va a giocare nel suo cortile, perché è l’unico posto al mondo che abbiamo per giocare, se ci pensi. Giochiamo per un po’, ma poi dobbiamo smettere. Non è Lei a volere che smettiamo, è Lei però a dovercelo mandare a dire: il tempo della Pazziella è scaduto, i Mammoni di Xibalbá vi vogliono e io non posso farci niente.
Il cortile della Nonna è sempre là: i bambini passano e ci giocano, i bambini crescono finché un bel giorno non se li mangia il Lupo. Il cortile però è sempre là: chi è bravo ad arrivarci, ha un tempo per giocarci, ma poi deve comunque sloggiare. I giocatori e i giochi passano, durano gli attrezzi, durano soltanto i giocattoli.

Okay, vado a chiedere conferma ai Sumeri. Voglio sentire che hanno da dire in proposito.
Ho capito male, o pare anche a te che il Racconto mesopotamico (Utnapištim) si curi di dire a chi ci viaggia dentro (Gilgameš) che l’immortalità è una bugia, che i bugiardi muoiono, e che agli uomini che «sono tutti bugiardi» (parole testuali), neanche le bugie in verità sopravvivono, ma solo i pesi e le misure (i me) per fabbricarle?

Ora, dimmi tu se questa non è la tela di quella Vedova Nera, al secolo detta Penelope. La cuci, la scuci e la ricuci – e il paradosso è che c’è sempre un pertugio per cui passando una mosca finisce dentro la strategia del Ragno.
Non ti pare pure a te che basta un pidocchio, che dico? un pensierino, se pensierino si può chiamare un fischio all’orecchio, ed ecco la Nonna, passando per quel pertugio, ti manda a dire «quella cosa là», sospesa in bilico tra l’ordito e la trama di quello che stavi pensando?

tavoletta-mesopotamica

Lo dice espressamente il Vecchio: dici uomo, dici bugiardo! Una pura e semplice tautologia. E nient’altro forse c’è, a cavallo tra l’insignificanza e il senso della Parola che ci inizia al Mondo Umano. Solo una banale tautologia.
Ma, se è così, cosa dobbiamo pensare? che i Sumeri, gli inventori della Scrittura, erano così fessi da non avere la minima idea di ciò che si azzardavano a «scrivere»? Che la «battuta», il narratore l’abbia buttata là per caso nel racconto? che la tautologia gli sia scappata dalla penna inavvertitamente? e che gli «avvertiti» saremmo piuttosto noi, ovvero i bugiardi di oggi?

E sia! prendiamocelo pure, questo privilegio!
Ma in che cosa consisterebbe?
Solo in questo: che farebbe di noi i Nipoti, a cui è inviata la battuta involontaria del narratore, e di questa battuta diciamo ingenua farebbe, ma sì: l’hai riconosciuto, il «pidocchio», lo vedi da te quant’è piccolo questo pensierino così tautologico da ridursi a scrivere se stesso su se stesso, bugia su bugia, uomo su uomo, per poi affidarsi a un più che minuscolo, forse al più insignificante moscerino, tramite il quale la Nonna ci manderebbe a dire l’antica, la necessaria, l’isotropa, l’omogenea, la crudele «scadenza» del Gioco e di tutti i suoi Giocatori, eccezion fatta per i giocattoli, e questa sarebbe la sola buona notizia. Diciamo, una parabola del «vangelo maya». E tutti a domandare: ma è a lieto fine?

Dice la parabola che muoiono i giocatori, e muoiono le bugie, e dice che tramontano gli imperi della menzogna – ma tu non farti intimorire, ascolta attentamente il pidocchio, presta orecchio solo a quel poco di tautologico che ha da darti in consegna!
Incredibile a dirsi: quel poco più di niente è rimasto «intatto».
Chiunque l’abbia ingoiato, chiunque se lo sia bevuto, è stato raggirato dal pidocchio. Ci sono pidocchi orfici, dice dal canto suo il Kalevala. Dice che chi quel pidocchio se l’è mangiato per farci un canto, e perciò credeva d’essere un cantore, dovette finire nella pantagruelica pancia della Metafora, pardon: di Antero Vipunen, per comprendere d’essere stato incantato lui dalla Magia dei giocattoli, numeri e lettere, note cifre suoni e cromatismi vari.
Il pidocchio dal rospo, e il rospo dal serpente, e il serpente dallo sparviero: il «messaggio» vola di bocca in bocca. Passa di lingua in lingua, da rione a rione cambiando dialetto.
Ma può un Narratore essere più esplicito di così?
Altro che ingenuo! Qui parla un Bugiardo che sa di dire bugie, e forse ha solo un dubbio: può darsi che la Morte stessa sia una bugia.

La Bugia delle bugie: l’immortalità, quella «cosuccia» – bevuta la quale – si accede al Racconto Umano. E tu che sei dentro questa Bugia, quale Verità vai cercando?
cappuccetto-rosso-lupoSe volevi sapere di che stoffa è fatta la ragnatela di Penelope, forse, mosca che mi ti ci sei intrappolata accanto, spero che ti ho dato una mano, ma non so se a farla o a disfarla, perché da qua dentro non so se fuori è notte o giorno, se è prigione o libertà, se è aperta o chiusa la Porta che dà sul mio cuore: sono pure io nella tua stessa Caverna, sono come te nelle viscere della Foresta di Humbaba, sono nel tuo stesso labirinto di cedri, e ne respiro i profumi. Che dico? I veleni!

Se e quando è l’Ora di uscire dal gioco, è la Nonna che me lo deve dire. E nessun altro.
Lasciati mangiare! – se è questo che mi deve essere detto, deve essere mia Nonna a dirmelo. E nessun Lupo sarà mai più così abile nel travestimento, come quando mi ha ingannato, dicendomi: vieni qui a giocare!
Leggo i racconti maya, mi lascio sedurre dai miti mesopotamici, passo i giorni a sfogliare i poemi finnici, indiani e iranici, e intanto ce n’è anche di nipponici, e abbastanza di sudamericani che attendono d’essere letti e riletti ancora. Ma ovunque, è da sempre anche se solo ora lo so, è da sempre che m’aspetto di ritrovare solo il «pidocchio» che mia Nonna ha «scritto» in un breve messaggino tautologico, povero, anzi nudo e crudo di qualsiasi significato, e tuttavia già pregno di tutte le crudeli significazioni con cui l’avrei travestito in avvenire.

Mi ha scritto quello che ho sempre saputo, e che Lei sempre mi ripete e mi rimanda a dire da tutte le «letture».
Mi manda a dire: non è il Racconto né il Narratore, non è lo Scritto né un qualunque suo Scrittore, non è l’Eroismo e nemmeno l’Eroe degli Eroi a godere dell’Immortalità.
Immortali sono solo il Calamo e la Tavoletta – gli attrezzi da «scrivere» bugie, gli «organi» della Gioiosa Menzogna. Quella che ci è data «mentire» presso il Mentito, a tu per tu con Lui, a sua immagine e somiglianza: Mente che mente a se stessa, e che è capace di giocare a carte scoperte con le sue menzogne, con quelle che essa a sua volta si crea a sua propria immagine e somiglianza.
Imitazione creatrice, la si potrebbe chiamare. Intendo: questo passarsi gli attrezzi da mentire, da Nonna a Nipoti. E che qui sia saltata, nella diacronia si dice oggi, tutta una generazione, quella della Mamma, è una questione che non potremo a lungo rinviare. Sempre che ci piacerà ancora giocare alle parole.
Allora forse sarà un piacere scoprire un dettaglio che ci era sfuggito: che la Nipotina porta alla Nonna i «dolcetti» della Mamma.
Quando si dice «fare i risvolti» ai pantaloni …