Santillana – La dipartita di Yudhisthira

Il parallelo tra la storia di Kay Khusraw e lo svolgimento dell’ultima parte del vasto poema epico indiano Mahâbhârata è stato oggetto di attenzione per più di un secolo; già notato dal grande orientalista James Darmesteter, non sfuggì neppure ai traduttori di Firdusi: ecco la loro analisi dell’ultima fase degli avvenimenti:

«La leggenda della malinconia di Kay Khusraw, della sua spedizione nelle montagne e della sua salita al cielo senza dover sottostare alla morte, trova un parallelo nel Mahâbhârata, dove Yudhisthira, il maggiore dei cinque Pândava, divenuto stanco del mondo, decide di ritirarsi dal regno e di acquistare meriti compiendo un pellegrinaggio.
Yudhisthira-fratelli-neveUdite le sue intenzioni, i suoi quattro fratelli – Bhîma, Arjuna, Nakula e Sahadeva – decidono di seguire il suo esempio e di accompagnarlo.
Yudhisthira nomina allora dei successori nei suoi vari reami. I cittadini e gli abitanti delle province, udite le parole del re, furono presi da angoscia e le disapprovarono: “Questo mai si dovrebbe fare”, dissero al re.
Il sovrano, che ben conosceva i mutamenti apportati dal tempo, non ascoltò i loro consigli; egli, che era di animo retto, persuase il popolo ad approvare il suo punto di vista […]
Allora il figlio di Dharma, Yudhisthira, re dei Pândava, spogliatosi dei suoi ornamenti, indossò vesti di corteccia […]
I cinque fratelli con Draupadî [la loro comune moglie] come sesta e il cane come settimo si misero in viaggio. I cittadini e le dame di corte li seguirono per un certo tratto […]
Poi gli abitanti della città fecero ritorno [esattamente come fanno i sudditi di Kay Khusraw].
I sette pellegrini avevano intanto iniziato il loro viaggio. Vagarono prima verso est, poi verso sud e poi verso ovest; da ultimo si volsero verso il nord e superarono l’Himalaya. Videro allora davanti a sé un vasto deserto di sabbia e, al di là di questo, il monte Meru.
Uno dopo l’altro, i pellegrini crollarono esausti e spirarono, per prima Draupadî, poi i gemelli, poi Arjuna, poi Bhîma; ma Yudhisthira, che non si era neppure voltato a guardare i suoi compagni caduti, continuò ad avanzare e, seguito dal cane fedele che risulta poi essere Dharma (la Legge) sotto mentite spoglie, entrò in cielo col suo corpo mortale, senza aver gustato la morte».

Fra i vari punti in comune secondari, i Warner sottolineano in particolare questo:

«Entrambi i personaggi intraprendono un viaggio nelle montagne con un seguito di persone devote il cui numero è lo stesso in ambedue le leggende, ed entrambi sono accompagnati da un essere divino; infatti il ruolo del cane nella leggenda indiana viene dato, dalla versione iranica, a Surûsh, l’angelo di Ohrmazd. In entrambi gli episodi i capi entrano in cielo senza morire, e i loro compagni mortali periscono.
Una delle due leggende pertanto deve essere derivata dall’altra ovvero – e questa sembra essere l’ipotesi migliore – ambedue sono da ricondursi a una fonte originaria comune di grande antichità».

Enoch-dipartitaLa grande antichità di queste leggende è certo indiscutibile, altrimenti non verrebbe attribuita una fine molto simile a Enoch e a Quetzalcoatl. Anzi, come i paladini di Kay Khusraw non danno ascolto al consiglio dello Shâh di non rimanere presso di lui fino alla sua ascensione (la folla era stata comunque lasciata indietro), così Enoch:

«… esortò il suo seguito a ritornare: “Andate a casa, acciocché la morte non vi colga se mi seguite oltre”. La maggior parte di loro – erano in ottocentomila – diede retta alle sue parole e fece ritorno, ma un certo numero rimase con lui sei giorni […]
Al sesto giorno del viaggio, egli disse a coloro che ancora lo accompagnavano: “Andate a casa, poiché domani ascenderò al cielo e chiunque sarà allora vicino a me morirà”.
Ciò nondimeno, alcuni dei suoi compagni rimasero con lui dicendo; “Ovunque tu vada, là andremo anche noi. Per il Dio vivente, solo la morte ci separerà!”.
Al settimo giorno Enoch venne trasportato nei cieli in un cocchio di fuoco trainato da destrieri di fuoco.
Il giorno seguente, quei re che avevano fatto ritorno in tempo inviarono dei messi ad indagare sulla sorte degli uomini che si erano rifiutati di separarsi da Enoch, poiché avevano notato il loro numero. Costoro trovarono neve e grossi chicchi di grandine nel luogo donde Enoch era asceso e, quando cercarono sotto, rinvennero i corpi di tutti coloro che erano rimasti indietro con Enoch. Egli solo non era tra loro: era in alto, nel cielo».

I paladini di Quetzalcoatl, «gli schiavi, i nani, i gobbi […] morirono là per il freddo […], su tutti loro cadde la neve», sul valico di montagna tra il Popocatepetl e l’Iztactepetl.
Quetzalcoatl, addolorato e completamente solo, dovette superare altre stazioni prima di salpare sulla sua zattera di serpenti annunciando che un giorno sarebbe ritornato «a giudicare i vivi e i morti».

Se si fosse trattato soltanto del nudo fatto dell’ascensione di Yudhisthira e della morte dei suoi compagni sulle alte montagne, avremmo potuto anche evitare del tutto quell’intrico che è il Mahâbhârata. Ma, per quanto questa epopea in dodici volumi sia veramente labirintica (lo stesso vale per i Purâna), la mitologia indiana offre chiavi altrove introvabili per penetrare in stanze segrete.
Il Mahâbhârata racconta la guerra fra i Pândava e i Kaurava (i fratelli Pându e i fratelli Kuru), i quali corrispondono a Iran e a Turan, ai figli di Kaleva e alla gente di Untamo, ecc. E fin qui la situazione generale non ci è sconosciuta.
Questo poema, tuttavia, afferma in modo inequivocabile che quella guerra colossale venne combattuta nell’intervallo fra lo Dvâpara e il Kali-Yuga.

Krsna-Arjuna

Tale «alba» fra due età del mondo può essere meglio puntualizzata. La vera anima e forza dalla parte dei Pândava è Krsna: nelle parole di Arjuna, Krsna «che era la nostra forza, la nostra possanza, il nostro eroismo, la nostra prodezza, la nostra prosperità, il nostro splendore, ci ha lasciati e se ne è andato via».
Ora, Krsna («il Nero») è l’avatar più notevole di Visnu, ed è soltanto dopo che egli è stato colpito con una freccia al tallone (o alla pianta del piede), unico punto vulnerabile del suo corpo, dal cacciatore Jarâ (= la vecchiaia) che anche i Pândava decidono di partire, proprio come aveva fatto Kay Khusraw dopo la morte di Kay Kâ’ûs (ricordiamo le sue parole: «E ora, penso sia meglio che io me ne vada […] poiché questa corona e questo trono dei Kay passeranno»).

Ecco il momento cruciale in cui avviene la partenza:
«Allorché quella parte di Visnu (nata da Vasudeva e Devakî) ritornò in cielo, ebbe inizio l’era Kali. Finché i sacri piedi di lui poggiarono sulla terra, questa non fu toccata dall’era Kali. Appena l’incarnazione dell’eterno Visnu se ne fu andata, il figlio di Dharma, Yudhisthira, abdicò al regno assieme ai suoi fratelli […]. Il giorno in cui Krsna se ne sarà andato dalla terra sarà il primo dell’era Kali […]; essa continuerà per 360.000 anni dei mortali» (Visnu-Purâna, 4: 24).

E come Krsna si ricongiunge a Visnu, Arjuna a Indra e Balarâma al serpente Sesa, così accadrà agli altri eroi. Per cui quando Yudhisthira è finalmente ricongiunto ai Pândava in cielo, il bardo Ugrasravas Sauti spiega che: «I vari eroi, una volta esaurito il loro karman, si ricongiungono a quella divinità di cui sono avatar».

Yudhisthira si ricongiunge con Dharma, che ha preso le sembianze di un cane fedele.
Dall’alto di questo punto di vista, l’epopea finnica ci appare come un ultimo riflesso, dall’aspetto incerto e senza significato. Kullervo se ne va con il cane nero Musti, unico essere vivente superstite della sua casa, nella foresta dove si getta sulla sua spada.

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto)