Calvino – Il sorcetto con la coda che puzza

Si racconta che una volta c’era un Re, e questo Re aveva una figlia, bella da non dirsi. Le venivano proposte di matrimonio da Regnanti e Imperatori, ma suo padre non la voleva dare a nessuno perché ogni notte lo svegliava una voce che diceva: «Non maritare tua figlia! Non maritare tua figlia!».
La povera ragazza si guardava allo specchio, e diceva: «E come? Bella come sono, non mi posso sposare?», e non riusciva a darsi pace.

Un giorno, mentre tutti erano a tavola, così parlò a suo padre: «Padre mio, perché io, così bella, non mi posso sposare? Ecco cosa vi dico: vi do due giorni di tempo, e se in questi giorni non mi trovate un fidanzato, io m’ammazzo».
«Se la metti così – disse il Re – sta’ a sentire cos’hai da fare: ti vesti oggi stesso col tuo più bel vestito, t’affacci alla finestra e il primo che passa e ti guarda, lo prendi per marito. Io non ne voglio più sentir parlare».

topo-ReginellaLa figlia così fece: s’affacciò col suo più bel vestito, e chi passò per strada? Un piccolo sorcio, con una coda lunga lunga e puzzolente. Il sorcetto si fermò e si mise a guardare la figlia del Re alla finestra. E lei, appena sentì su di sé quello sguardo, si ritirò gridando: «Padre mio, cosa m’hai detto? È un sorcio che m’ha guardato per primo! Che devo forse sposarmi un sorcio?».
Ritto a braccia conserte, il padre l’aspettava in mezzo alla stanza. «Sì, figlia mia. Quel che ho detto ho detto. Il primo che passa lo devi sposare» e, subito, scrisse a tutti i Principi e i Grandi di Corte invitandoli al gran pranzo di nozze di sua figlia.

Vennero gli invitati in gran pompa e si sedettero a tavola. S’erano già tutti seduti, e lo sposo non si vedeva.
Si sentì un toc-toc alla porta, e chi era? Il sorcetto con la coda che puzza.
Un cameriere in livrea gli andò ad aprire: «Che vuoi?», gli chiese.
«Annunciatemi – disse il sorcetto – sono il sorcio che viene a sposare la Reginella».
«Il sorcio che viene a sposare la Reginella!», annunciò il maggiordomo.
«Che sia introdotto», disse il Re.

Il sorcetto entrò di corsa, guizzò sul pavimento, s’arrampicò sulla poltrona accanto a quello della Reginella e si sedette.
La povera fanciulla, vedendo il sorcetto al suo fianco, si fece in là, tutta schifata e vergognosa. Ma il sorcetto, facendo finta di niente, più lei si scostava più lui le veniva vicino.

Il Re raccontò tutta la storia agli invitati, e gli invitati, per accondiscendere ai voleri del Re, sorridevano e dicevano: «E sì, ben detto, proprio il sorcetto dev’essere il marito della Reginella».
Dai sorrisi passarono alla risate, e cominciarono a ridere sul naso del sorcetto. Il sorcetto se la prese in mala parte. Chiamò il Re a quattr’occhi e gli disse: «Guardi, Maestà, che o lei avverte tutta questa gente che con me non bisogna scherzare, o la va a finire male».
Era così minaccioso che il Re promise, e, tornati a tavola, diede ordine di non ridere e di rispettare il fidanzato.

Portarono le pietanze, ma il sorcetto era basso e, seduto sulla poltrona, non arrivava alla tavola. Gli misero sotto un cuscino, ma non bastava; allora si andò a sedere in mezzo alla tavola.
«C’è qualcuno che ha qualcosa in contrario?», chiese, guardandosi intorno con aria permalosa.
«No, no, nessuno dice niente», lo rassicurò il Re.

Ma tra gli invitati c’era una signora molto schifiltosa, che a vedere il sorcetto ficcare il muso nel piatto e muovere quella coda lunga lunga e puzzolente fin nei piatti dei vicini, si tratteneva a stento. E quando il sorcio, finito di mangiare nel suo piatto cominciò a cacciare il muso in quello dei vicini, sbottò: «Ma che indecenza! Ma s’è mai visto uno schifo simile? È possibile che alla tavola del Re si vedano di queste cose?».

topo-di-campagnaIl sorcetto alzò il muso contro di lei, coi baffi ritti, poi, come preso da una furia, cominciò a saltare per la tavola, con gran colpi di coda, e saltava al viso dei commensali mordendo le barbe e le parrucche, e a ogni colpo di coda, quello che lui toccava spariva: sparirono zuppiere e fruttiere, sparirono i piatti e le posate, sparirono a uno a uno gli invitati, sparì il tavolo, sparì il palazzo e non restò che una gran pianura deserta.

La Reginella, ritrovandosi sola e abbandonata, in mezzo a questa pianura deserta, prese a piangere e a dire: «Ahimé, sorcetto mio! prima non ti volevo, e ora ti desio!».
E ripetendo queste parole, si mise a camminare, a Dio e alla ventura.

Incontrò un eremita che le chiese: «Che fai, buona giovane, in questi posti selvatici? Se ti trova un leone o un drago, povera te!».
«Io non voglio sapere niente – disse la Reginella. – Voglio trovare il sorcetto mio; prima non lo volevo, e ora lo desio».
«Non so che dirti, ragazza mia – disse l’eremita. – Cammina finché non trovi un eremita più vecchio di me che forse potrà darti un consiglio».

E lei continuò a camminare sempre ripetendo: «Ahimé, sorcetto mio … – finché non trovò l’altro eremita che le disse: «Sai cosa devi fare? scava un buco per terra, ficcati là dentro, e poi vedi un po’ quel che succede».
La poverina si tolse la forcina d’in capo, perché non aveva nient’altro per scavare e scava scava fece un buco per terra grande come lei, ci si ficcò e scese in un gran sotterraneo buio.
«Alla sorte e alla ventura!», si disse e prese a camminare.

Il sotterraneo era pieno di ragnatele che le si appiccicavano al viso, e più se ne staccava più gliene venivano.
Dopo una giornata di cammino, sentì un croscio d’acqua e si trovò sull’orlo di una gran peschiera. Mise un piede in acqua, ma la peschiera era profonda; avanti non poteva andare e indietro nemmeno, perché il buco s’era chiuso dietro di lei.
«Ahimé, sorcetto mio! – ripeteva – Ahimé, sorcetto mio!».

In quella cominciò a pioverle acqua da tutte le parti. Non c’era più scampo e si gettò nella peschiera.
Quando fu sott’acqua, vide che non era sott’acqua, ma in un gran palazzo. La prima stanza era tutta cristallata, la seconda tutta vellutata, e la terza tutta zecchinata. E così passò di stanza in stanza, tra preziosi tappeti e splendenti lampadari, finché non si perdette. E sempre ripeteva: «Ahimé, sorcetto mio! Prima non ti volevo, ed ora ti desio!».

Trovò una tavola imbandita e si mise a mangiare. Poi passò in camera da letto, si mise a letto e si addormentò.
A notte sentì un fruscio come un correre di topo. Aprì gli occhi, ma tutto era buio. Sentì il topo che correva per la stanza, che s’arrampicava sul letto, che s’intrufolava tra le coltri, e tratto tratto la sfiorava sul viso, mandando un piccolo squittio.
Lei non osava dir nulla, e stava rincantucciata nel letto remando.

L’indomani s’alzò, girò di nuovo per il palazzo senza veder nessuno. A sera ritrovò la tavola imbandita, mangiò e andò a letto. E ancora sentì il sorcetto che correva per la stanza e le veniva fin quasi sul viso, e lei non osò dir nulla.

La terza notte, quando sentì il fruscio, si fece forza e disse: «Ahimé, sorcetto mio! Prima non ti volevo e ora ti desio!».
«Accendi il lume!», disse una voce.
La Reginella accese una candela, e invece del topo vide un bel giovane.
«Sono io il sorcetto con la coda che puzza – disse il giovane. – Un incantesimo mi aveva trasformato, e ci voleva una bella ragazza che s’innamorasse di me e soffrisse tutte le tue pene, per liberarmi dall’incantesimo».
Figuratevi la felicità della Reginella. Uscirono subito dal sotterraneo e celebrarono le nozze.

E se ne stettero felici e contenti
E noi siam qua a stuzzicarci i denti.

(Calvino, Fiabe italiane: 182)