Aiguesmortes – Le lettere sul carro

Prima che arrivi la Shekînah e discenda sul trono del carro, le lettere sul carro dicono: «Quand’è che il Santo, sia Egli benedetto, verrà a sedersi sul trono di gloria, sì che potremo accoglierlo con gioia e canti?».
E quando il Santo, sia Egli benedetto, [quando il Santo finalmente] giunge scendendo sul carro, tutti i principi del carro e tutte le hayyot che sono sul carro e tutte le lettere che sono sul carro, si fanno avanti ad accoglierlo con cantici.
(Alfabeto di Rabbi ‘Aqiva)

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Era da un po’ che il pomeriggio lo passavo ai Giardini del Lussemburgo in compagnia di Strindberg. Mi era piaciuto subito, sin dalla prima cosa che mi aveva detto: che non voleva essere chiamato Augusto. Diceva di non esser degno di un nome così «imperioso», di un nome che, a suo dire, strideva con le lettere «servili» scritte sul suo carro.
alfabeto-ebraico-creazioneAllora non sapevo che Strindberg era un lettore accanito di Swedenborg e dei cabalisti. Pensai: «Questo è un matto». E questo pensiero, non so dire perché, me lo rendeva solo più simpatico. Se una simpatia è possibile tra il sole e i girasoli che pure parlano lingue tra loro così diverse, mi dicevo: «Perché costui non potrebbe, con le sue frasi matte, essere infinitamente più vicino del più poetico dei poeti alla Voce del Mondo?».
Oggi lo comprendo: se c’era un matto, su una panchina di quei pomeriggi di novembre ai Giardini del Lussemburgo, quello ero io.

La Shekînah, il trono, il carro … e sul carro sarebbero dunque già «stampate» certe lettere di fuoco, sarebbero già impressi certi sigilli e certi marchi di fabbrica che, assieme alle lettere dell’alfabeto, ansiosamente attendono la discesa della Shekînah. Aspettano solo che il Santo, il Benedetto, Colui che è stato ben detto, venga di nuovo a sedersi sul Trono della «lingua» che lo benedice: Egli che della Shekînah è l’Avvolto – che venga ad avvolgerli in un risvolto del Mantello dei cantici, chissà come mai rimasto ancora inspiegato, ancora da portare alla voce di un canto o, forse meglio, ancora da deporre nel cantuccio di una voce umana. Egli che della Santità è il Sancito – che sanzioni Lui le lettere degne del Suo Nome Santo, e che la sua oscura Forza si conceda, sia pure scemata, alla Forma di un alfabeto, e che la illumini della sua Luce Nera, che la ispiri del suo sospiro generoso, dell’alito della sua misericordia.

Se c’era un matto, me lo devo ripetere, quello ero e sono ancora io. Io che do tutto questo credito (ma perché?) agli strani commenti di un rabbino al tale o talaltro versetto del Talmud.
Se non ci fosse Strindberg a tirarmi fuori dall’Inferno in cui lui, poverino, s’era cacciato, non so proprio a chi altri potrei rivolgermi per discutere di una così eccellente, non c’è che dire, lana caprina. Se non mi tornassero in mente certi suoi ammonimenti, con cui (purtroppo lo capisco solo ora) provava a dirmi quello che avrebbe voluto sentirsi dire, «sta’ in guardia, lascia perdere il credo di questa o quella credenza, e va’ dritto al sodo!», a quest’ora sarei stato pure io inghiottito da una delle infinite «letterature» che circolano periodicamente negli scaffali della Biblioteca.

Sarei divenuto un geroglifico anch’io, invece di estinguermi come mi sono estinto nel fuoco vivo e presente dell’incontro dove «i due» (l’Atteso e l’attendente) si parlano, per nient’altro che per una permuta delle proprie lettere con quelle dell’alfabeto altrui.
Le parole, aveva ragione Strindberg (quello che io ho incontrato, non l’Augusto che tutti conoscono, ma il girasole di quei pomeriggi ai Giardini del Lussemburgo), sì aveva ragione a dirmi: «Bada bene, ché qui non si tratta di trovare le parole giuste. Qui non c’è giustizia, ma scandalo! Non si tratta di difendere un credo. Di dare ragione a questo, e di confutare le infinite eresie di quell’altro».
Ricordo bene che mi disse: «Qui è detto, bene o male non importa, che ci sono lettere già scritte, lettere che precedono, scritture che invocano l’avvento della Shekînah. E non importa nemmeno che cosa si debba intendere per Shekînah. Basta immaginarla come Colei che può darsi faccia visita alle parole di uno scrittore. Basta pensarla come l’Attesa dello scrittore».

Dubuffet-viandante-smarrito
Dubuffet – Il viandante smarrito

C’è dunque un’archeoscrittura, qualcuno la chiama così – una protolingua stampata nel codice dei nostri geni (il dna non è linguaggio?).
I principi, quelli che guidano il carro. Perché non le cavalle di Parmenide? Perché non le principesse di Dino Campana? Perché non gli istinti ciechi, quelli che la via la trovano da soli?
I pensieri mi si accavallano. Non so a che distanza sono da quel che cerco. Non so chi o che cosa cerco, che non sia di nuovo quell’incontro, dove la prima volta incontrai l’Assenza. Non poteva essere già là. Solo ora lo capisco. Non poteva già essere questo o quell’Assente di cui patissi la mancanza. Eravamo tutt’e due così ricchi, che avevamo solo da perdere ogni nostro «bene», solo da estinguerlo in un canto a due voci. Una stonata, la mia, e l’altra muta, la sua.

So che ogni lettera che scrivo, è ansiosa solo di incontrarla un’altra volta. E so che posso incontrarla, che può succedere, ma solo a una condizione. Che io porti tutte le mie parole presso l’Assenza. So che tocca a Strindberg, anche se non so perché, so che tocca a lui sbrogliarmi questa matassa. Non fu lui a suggerirmi queste strane «letture»? Non fu lui a dirmi che, di tutte le lettere, non ce n’è una che sia gradita al Silenzio? E che questo è un debito che, prima o poi, tutti gli scrittori, e perfino gli scrivani, devono pagare?

(Aiguesmortes, Udite! Udite!)