Santillana – Le prodezze di Kullervo

Il primo evento è la nascita del padre e dello zio di Kullervo i quali, secondo il runo 31, sono due cigni (o due polli) separati l’uno dall’altro da un falco. Solitamente si narra che un povero aratore aveva tracciato dei solchi attorno a un tronco d’albero (o su un monticello) che si fendette in due: da esso nacquero due fanciulli, uno dei quali, Kalervo, venne allevato in Carelia e l’altro, Untamo, in Finlandia.
Kalervo-Untamo- guerraL’odio tra i due fratelli insorge solitamente nella seguente maniera: Kalervo semina dell’avena davanti alla porta di Untamo, le pecore di Untamo se la mangiano, il cane di Kalervo uccide le pecore; oppure si tratta di un litigio per il territorio di pesca. Allora Untamo produce la guerra, anzi la crea dalle proprie dita, e crea l’esercito dalle dita dei piedi e i soldati dai tendini del tallone; vi sono però versioni in cui Untamo arma degli alberi e li usa come esercito.
Egli uccide Kalervo e tutta la sua famiglia eccetto la moglie di Kalervo, che viene condotta alla casa di Untamo dove dà alla luce il nostro eroe, Kullervo.
Il piccolo viene fatto dondolare nella culla per tre giorni:

quand’ecco che il fanciullo cominciò a scalciare,
a scalciare e a spingere intorno a sé;
le fasce fece a pezzi,
di tutti i vestiti si liberò,
poi infranse la culla di tiglio.

All’età di tre mesi,

quando ancora era un bimbo che non arrivava oltre le ginocchia,
incominciò a parlare in tal guisa:
«Presto, quando sarò cresciuto
e il mio corpo sarà più forte
vendicherò la crudele uccisione di mio padre,
farò pagare il fio per le lacrime di mia madre».
Ciò fu udito da Untamoinen
che pronunciò le seguenti parole:
«Costui porterà alla rovina la mia razza,
in lui Kalervo è rinato».
E le vecchie tutte meditarono
come portare il bimbo alla rovina
così che lo cogliesse la morte.

Untamo cerca disperatamente di uccidere il bambino, con il fuoco, con l’acqua, impiccandolo. Viene allestita una gran pira e Kullervo vi è gettato dentro.
Quando, passati tre giorni, i servi di Untamo vengono a vedere,

il ragazzo stava seduto nelle ceneri fino alle ginocchia,
nelle braci fino ai gomiti;
teneva nelle mani un attizzatoio
e ravvivava il fuoco.

Setälä riferisce di una versione in cui il bambino, seduto in mezzo al fuoco, tiene in mano l’uncino (d’oro) e, attizzando il fuoco, dice ai servi di Untamo che vendicherà la morte del padre.
Kullervo viene gettato in mare.
Dopo tre giorni, lo trovano seduto in una barca d’oro con un remo d’oro, ovvero, secondo un’altra versione, è seduto nel mare a cavallo di un’onda, intento a misurare le acque:

che riempirebbero forse due mestoli
oppure, se misurate più attentamente,
ne riempirebbero in parte anche un terzo.

Poi, il bambino viene impiccato a un albero, oppure viene fatto erigere un capestro, di nuovo con risultati quanto mai deludenti:

Kullervo non è ancora perito,
né è morto sulla forca:
sta incidendo figure sull’albero,
in mano tiene un bulino.
Tutto l’albero è pieno di figure,
tutta la quercia è piena di incisioni.

Secondo una delle versioni, egli sta incidendo i nomi dei genitori con uno stilo d’oro. A partire da questo punto diventa difficile stabilire l’ordine degli eventi. Vi sono varianti in cui Kullervo compie la sua vendetta subito: non fa altro che andare in una fucina e procurarsi le armi; altrove viene immediatamente allontanato dal paese e mandato a servire il fabbro come vaccaro e pastore.
Nel runo 31 tuttavia, gli vengono dapprima affidati dei compiti minori: sorvegliare e cullare un bambino (che lui acceca e uccide), indi disboscare una foresta e abbattere gli snelli alberi di betulla.

Erano infine caduti cinque grandi alberi;
in tutto, otto ne aveva abbattuti a sé dinanzi.

Poi, egli si siede e dice:

«Lempo [il Diavolo] compia il lavoro,
Hiisi prepari ora il legname!».
Conficcò la lama dell’ascia in un ceppo,
e si mise a gridare a gran voce,
poi zufolò, poi ancora fischiò,
e disse le seguenti parole:
«Che i boschi a me d’intorno cadano,
s’abbattano le snelle betulle,
fin dove risuona il suono della mia voce,
fin dove posso far giungere il mio fischio.
Qui non cresca arboscello,
non rimanga filo d’erba in piedi,
mai – fin quando durerà la terra
o splenderà la luna d’oro,
qui nella foresta del figlio di Kalervo,
qui nella radura del brav’uomo».

Nel Kalevala, Untamo ordina poi a Kullervo di costruire uno steccato, impresa che egli compie utilizzando interi pini, abeti e frassini. Non lo provvede tuttavia di un’apertura, e proclama:

«Chi non può sollevarsi a guisa d’uccello,
o librarsi su due ali,
non possa mai superarlo,
lo steccato del figlio di Kalervo».

Untamo resta di sasso:

«Ecco uno steccato senza un pertugio …
fino al cielo è stato costruito,
s’innalza fino alle nuvole».

Kullervo combina ancora altri guai: trebbia il grano e lo riduce a pula, fa a pezzi una barca, dà da mangiare alla vacca e le rompe un corno, riscalda la sauna bruciandola completamente; sono le solite prodezze del «bambino forte», lo Starke Hans dei racconti tedeschi che da noi è divenuto Paul Bunyan [gigantesco boscaiolo, dai tratti a volte demiurgici, del tall tales nordamericane: è accompagnato da altri taglialegna e da un enorme bue azzurro di nome Babe].

Così alla fine viene allontanato dal paese e mandato a fare il mandriano in casa del fabbro divino Ilmarinen. Vi è tuttavia una variante notevole in cui si dice che egli venne «mandato in Estonia ad abbaiare sotto lo steccato; abbaiò un anno, un altro anno, un po’ del terzo; tre anni abbaiò al fabbro come a suo zio, alla moglie [o serva] del fabbro come a sua nuora».
Ciò è veramente strano e lo stesso traduttore vi ha aggiunto dei punti interrogativi. C’è un parallelo ancor più strano nel grande eroe irlandese Cúchulainn, figura fondamentale della mitologia celtica, il cui nome significa «cane del fabbro Culan» […]

La moglie di Ilmarinen (spesso chiamata Elina o Helena) fa di Kullervo il suo mandriano, e per dispetto gli impasta un sasso nel pane della colazione, così che egli rompe il suo coltello, unica eredità paterna rimastagli.
Un corvo consiglia allora a Kullervo di spingere il bestiame nelle paludi e di radunare tutti gli orsi e i lupi e tramutarli in bestiame.
Kullervo dice:

«Aspetta, aspetta, puttana di Hiisi;
per il coltello del padre io piango:
presto piangerai anche tu».

Agisce quindi secondo i consigli del corvo, prende un ramoscello di ginepro e caccia il bestiame nelle paludi e i buoi nella macchia.

Metà li divorarono i lupi,
gli altri li diede agli orsi,
incantò i lupi e furono bestiame,
e trasformò gli orsi in buoi.

A lupi e orsi, Kullervo dà istruzioni precise su quello che devono fare.

Poi fece un piffero di osso di vacca,
e un fischietto di corno di bue,
un corno da vacche con la zampa di Tuomikki,
un flauto dallo zoccolo di Kirjo;
poi nel corno soffiò forte,
fece musica col piffero.
Lo suonò per tre volte sulla collina,
per sei volte al principio del sentiero.

Poi spinge a casa il «bestiame». Helena si reca nelle stalle per la mungitura e viene sbranata da lupi e orsi.

La feroce vendetta dà un senso a un episodio che nella versione di Saxo è solo una fiacca battuta: un lupo attraversa il sentiero di Amleto, e gli viene detto che è un cavallo.
«Certo – osserva lui – nel branco di Feng ce ne sono troppo pochi di quella razza a combattere». Saxo arrischia una spiegazione: «Era un modo blando, ma arguto di invocare una maledizione sulle ricchezze dello zio». Ciò non ha molto senso.

Kullervo-raduna-lupi-orsi

C’è invece il sospetto che sia un’eco del tema rivelato da Kullervo, che spinge a casa lupi e orsi al posto del bestiame. La signoria dell’eroe sulle fiere evoca ricordi di mitologia classica. Ciò che non è sfuggito a Kerényi, che commenta utilmente (ben al di là della sua insistenza sulla interpretazione psicologica): «È impossibile cercare di far derivare la mitologia finlandese da quella greca o viceversa; ma è altrettanto impossibile non accorgersi che Kullervo, il quale riunisce in sé il Fanciullo Miracoloso e il Forte Servitore, si rivela alla fine come Ermes e Dioniso. Appare come Ermes là dove foggia strumenti musicali collegati alla distruzione del bestiame […]. Si rivela come Dioniso per quello che fa con le fiere e con il suo nemico. Dare a orsi e lupi per magia l’aspetto di animali domestici, se visto attraverso le categorie del mito greco, è un comportamento da Dioniso; ed è ancora da Dioniso servirsene per vendicarsi del nemico. Leggendo la tragica scena della mungitura delle fiere, riconosciamo con riverente timore il tono tragico-ironico delle Baccanti di Euripide. Un’analogia ancora più stretta è quella del destino dei pirati etruschi, nemici di Dioniso, che vengono puniti con l’intervento di animali selvatici».

Nel runo 35, Lönnrot fa ritornare Kullervo dai genitori, dai fratelli e dalle sorelle. La cosa giunge inaspettata dal momento che questi sono stati ammazzati diversi runot prima, benché una delle difficoltà di questi canti stia nel fatto che i nomi degli eroi sono tutt’altro che stabili, oltre all’impossibilità di ricostruire l’ordine originario delle cose.
Un evento, tuttavia, spicca sugli altri: una delle sorelle manca da casa. Un giorno l’eroe incontra nei boschi una fanciulla intenta a raccogliere bacche. Essi giacciono insieme e in seguito, parlando, si rendono conto di essere fratello e sorella. La fanciulla si annega; Kullervo è invece dissuaso dal suicidio dalla madre. Allora se ne va in guerra e così facendo compie la sua vendetta.
Prima chiede al gran dio Ukko il dono di una spada (runo 36):

allora gli venne concessa la spada che chiedeva,
ed era la più splendida fra tutte le spade;
e lui tutta la gente uccise,
venne massacrata tutta la tribù di Untamo,
ridusse tutte le case in cenere
e le bruciò completamente con le fiamme,
lasciando solo le pietre del focolare
e il sorbo in ogni cortile.

Tornato a casa, Kullervo non trova anima viva: sono morti tutti. Quando si mette a piangere sopra la tomba della madre, lei si risveglia,

e da sotto terra rispose:
«Vive ancora il cane nero Musti,
va’ con lui nella foresta:
che sia lui al tuo fianco a badare a te».

Nella macchia dimorano le azzurre fanciulle della foresta; la madre pertanto lo consiglia di cercare di ottenere i loro favori. Kullervo prende il cane nero e va nella foresta, ma come giunge al luogo dove aveva disonorato la sorella, vinto dalla disperazione si getta sulla propria spada.
Qui finalmente viene dichiarata in modo esplicito una cosa che negli altri racconti rimane un’oscura allusione. C’è un peccato che Amleto deve espiare. Sapere che Kullervo e la sorella si uccidono per l’involontario incesto richiama alla mente il fatto che, in Saxo, il principe adolescente viene iniziato all’amore da una ragazza che non lo tradisce «perché caso voleva che fosse sua sorella di latte e compagna di giochi dall’infanzia».
È un particolare che suona forzato, come se Saxo avesse qui trovato un tema che non riusciva ad afferrare. Il tema diventa esplicito in Re Artù. In Shakespeare è ambiguo e sfuggente, ma tanto più inesorabile: Amleto deve rinunciare al suo vero amore, così come, nella sua difficile situazione, è costretto a rinunciare a se stesso:

«Vattene in convento; perché vorresti essere una generatrice di peccatori?… Che ci sta a fare la gente come me, a strisciare fra la terra e il cielo? Siamo tutti furfanti matricolati; non credere a nessuno di noi. Va’ per la tua strada, in convento»
(Shakespeare, Amleto, 3: 1)

Nella scena della recita a corte, il principe si sente libero di uscire dai panni del proprio personaggio:

AMLETO. Signora, posso giacervi in grembo?
OFELIA. No, mio signore.
AMLETO. Voglio dire, con la testa sul vostro grembo?
OFELIA. Sì, mio signore.
AMLETO. Pensate che intendessi un qualche gesto villano?
OFELIA. Non penso nulla, mio signore.
AMLETO. Proprio un bel pensiero, fra le gambe delle fanciulle.
OFELIA. Quale, mio signore?
AMLETO. Nulla
(Shakespeare, Amleto, 3: 2)

Ma il dado è tratto. Il suicidio per annegamento di Ofelia, come quello della sorella di Kullervo, è causa della morte dell’amato – e anche quella del fratello: i due aspetti si fondono nel silenzio finale. Amleto, sempre consapevole, ha perlomeno avuto una possibilità di descrivere nella sua disperazione il nodo insolubile della propria colpa:

Io amavo Ofelia; quarantamila fratelli
non potrebbero con tutta la quantità del loro amore
giungere alla mia somma. Che vuoi fare tu per lei?
(Shakespeare, Amleto, 5: 1)

Torniamo a Kullervo.
L’analisi che Setälä dà dell’intero parallelo è la seguente: quanto ai tratti generali, un uomo uccide il proprio fratello; sopravvive un figlio che fin dalla prima infanzia si ripropone di vendicarlo; lo zio cerca di ucciderlo, ma egli riesce a compiere la vendetta. Quanto ai dettagli, Setälä vuole identificare i pioli e gli uncini, foggiati o intagliati in tutte le versioni settentrionali dall’eroe seduto accanto al focolare (Brjám lo fa in una fucina), con l’uncino (o l’attizzatoio) d’oro che il piccolo Kullervo, seduto in mezzo al fuoco, tiene in mano per ravvivare le fiamme.
Ciascun eroe (compreso Kullervo in una delle versioni scoperte da Setälä) afferma chiaramente di voler vendicare il padre.

Con qualche perplessità Setälä sottolinea un altro elemento, che si dimostrerà di importanza cruciale in seguito. In tutte le versioni settentrionali compare qualche detto oscuro riguardo al mare. Le parole sono strane: Amleto vuole «tagliare il gran prosciutto» con il remo-timone; il piccolo Kullervo viene scoperto a misurare la profondità del mare con un remo o un mestolo, Kalevipoeg, gemello estone di Kullervo Kalevanpoika, misura con la propria altezza la profondità dei laghi. Amlóði-Ambales, seduto presso un lago di montagna senza fondo, si limita a dire: «Il vento è venuto nell’acqua; nell’acqua il vento andrà».

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto)