Artaud – Il motivo di van Gogh

Pittore, solo pittore, van Gogh ha preso i mezzi della pura pittura e non li ha superati.
Voglio dire che per dipingere non è andato al di là del servirsi dei mezzi che gli offriva la pittura.
Un cielo tempestoso,
una pianura bianca di gesso,
le tele, i pennelli, i suoi capelli rossi, i tubetti, la sua mano gialla, il cavalletto,
ma tutti i lama del Tibet riuniti possono scuotere sotto le loro sottane l’apocalisse che hanno preparato,
van Gogh ce ne ha fatto presentire in anticipo il perossido di azoto in una tela che contiene appena quel tanto che basta di sinistro per costringerci a orientarci.

Gli è venuto un giorno così di risolversi a non superare il motivo,
ma, quando si è visto van Gogh, non si può più credere che ci sia qualcosa di meno superabile del motivo.

Van Gogh-sedia-Gauguin
Van Gogh – La sedia di Gauguin

Il semplice motivo di una candela accesa su una poltrona di paglia dall’intelaiatura violacea dice molto di più sotto la mano di van Gogh che tutta la serie delle tragedie greche o dei drammi di Cyril Tourneur, di Webster o di Ford sin qui del resto mai rappresentati.

Senza fare letteratura, ho visto la faccia di van Gogh, rossa di sangue nell’esplosione dei suoi paesaggi, venire verso di me,
kohan
taver
tensur
purtan
in un incendio,
in un bombardamento,
in un’esplosione,
a vendicare quella pietra da macina che il povero van Gogh il pazzo si portò al collo per tutta la vita.
La macina del dipingere senza sapere per cosa né per dove.

Perché non è per questo mondo,
non è mai stato per questa terra che tutti abbiamo sempre lavorato,
lottato,
urlato di dolore, di fame, di miseria, di odio, di scandalo, e di disgusto,
che fummo tutti avvelenati,
benché da essa siamo stati tutti affatturati,
e che ci siamo infine suicidati,
perché in fondo siamo tutti, come il povero van Gogh stesso, dei suicidati della società!

Van Gogh dipingendo ha rinunciato a raccontare delle storie, ma la cosa meravigliosa è che questo pittore che è solo pittore,
e che è più pittore degli altri pittori, perché in lui la materia, la pittura, occupa un posto di primo piano,
con il colore preso così come viene spremuto fuori dal tubo,
con l’impronta, quasi uno dopo l’altro, dei peli del pennello nel colore,
con il tocco della pittura dipinta, come distinto nel suo proprio sole,
con la i, la virgola, il punto della punta del pennello stesso contorta dentro al colore, il quale, malmenato, schizza in faville, che il pittore doma e rimescola da ogni lato,
la cosa meravigliosa è che questo pittore che è solo pittore è anche fra tutti i pittori nati quello che più fa dimenticare che si ha a che fare con la pittura,
con la pittura per rappresentare il motivo che ha scelto,
e che fa venire incontro a noi, sporgente dalla tela fissa, l’enigma puro, il puro enigma del fiore torturato, del paesaggio sciabolato, lacerato e strizzato da ogni lato dal suo pennello ubriacato.

I suoi paesaggi sono vecchi peccati che non hanno ancora ritrovato le loro primitive apocalissi, ma che finiranno per ritrovarle.
Perché i quadri di van Gogh mi danno tanto l’impressione di essere visti come dall’altro lato della tomba di un mondo in cui i suoi soli, in fin dei conti, sono stati l’unica cosa che ruotò e illuminò con gioia?
Infatti, non è forse l’intera storia di quanto un giorno fu chiamata l’anima a vivere e a morire nei suoi paesaggi convulsi e nei suoi fiori?
L’anima che diede un orecchio al corpo, e van Gogh l’ha restituito all’anima della sua anima,
una donna per rinforzare la sinistra illusione.

(Artaud, Van Gogh: Il suicidato della società)